Walt Mossberg, ricordi di un amico. Steve Jobs

Il giornalista Walt Mossberg

San Francisco – Steve Jobs era un genio, ha avuto una grande influenza su più settori industriali e su milioni di persone, e in molti avrebbero scritto di lui molte altre volte, anche dopo aver rassegnato le dimissioni da Ceo durante il mese di agosto. Steve è stato un’icona della stessa caratura di Thomas Edison o Henry Ford, ponendo le basi per molti altri leader in differenti settori industriali.

Ha fatto quello che un Ceo avrebbe dovuto fare: assumere e ispirare grandi persone; ha gestito la sua azienda su lungo termine e non invece sul breve termine puntando solo al valore di borsa dell’azienda; ha fatto grandi scommesse e si è accollato grandissimi rischi. Ha sempre insistito su i più alti standard qualitativi per i suoi prodotti e sul costruire cose che avessero al centro il cliente finale. E tramite questa strategia vendeva, eccome se vendeva.

A lui piaceva dire che viveva nell’intersezione tra tecnologia e arte. C’erano tanti aspetti della personalità di Steve Jobs e Walt Mossberg è stato abbastanza fortunato da conoscere qualcuno di quei lati, nelle ore passate conversando con lui, durante i quattordici anni in cui ha guidato la Apple. Da quando Mossberg divenne recensore di prodotti tecnologici, abbandonando il ruolo di reporter che si occupava di faccende aziendali, Steve si sentì un po’ più a suo agio nel parlargli di cose che non era solito raccontare ad altri giornalisti.

Ora che Steve Jobs è morto, Mossberg mantiene il più stretto riserbo sulle sue conversazioni con Steve, ma nelle righe che seguono racconta di momenti e piccole storie basate sulla sua esperienza diretta che illustrano bene l’uomo che conobbe.

«Le telefonate. Non ho conosciuto Steve durante i primi anni alla Apple. All’epoca ancora non mi occupavo di tecnologia. Lo incontrai solo una vota mentre presiedeva la società, maa durante i giorni del sue storico rientro alla Apple nel 1997, iniziò a chiamarmi a casa, di domenica notte, per circa quattro o cinque fine settimana di seguito. Per esperienza sapevo che quel comportamento era un tentativo di lusinga per portarmi dalla parte di Apple e dei suoi prodotti, di cui avevo scritto positivamente alcune volte, ma più recentemente in chiave negativa.

Ma c’era qualcosa in più di quelle semplici chiamate. Esse divennero presto delle vere e proprie maratone, novanta minuti, ad ampio raggio, di conversazioni off the record che rilevarono l’immensa grandezza dell’uomo. Prima mi parlava dell’idea della rivoluzione digitale, un secondo dopo mi parlava del perché gli attuali prodotti di Apple (1997) fossero brutti e come il colore, le curve, gli angoli o le icone fossero imbarazzanti. Dopo diverse telefonate, mia moglie cominciò ad essere annoiata dalla situazione, per via dell’intrusione nella vita coniugale del fine settimana. Ovviamente non feci nulla per scoraggiarlo.

Più tardi Steve cominciò anche a chiamare per lamentarsi di alcune recensioni, o parti di esse – in verità, mi trovai molto a mio agio nel raccomandare molti dei sui prodotti ad un target di gente variegato che non fossero solo i tecnici del settore a cui solitamente dedicavo i miei articoli. (Questo probabilmente anche perché quel target di gente era anche il target di clienti Apple). Sapevo in anticipo che era in arrivo una lamentela poiché Steve iniziava ogni chiamata dicendo: «Hey, Walt. Non ti sto chiamando per lamentarmi di un tuo articolo oggi, ma ho qualche piccolo appunto da

Steve Jobs

fare, se mi permetti». Solitamente non ero d’accordo con le sue puntualizzazioni, ma andava bene lo stesso.

La presentazione dei prodotti. Qualche volta, non sempre, sono stato invitato da Steve a visionare dei prodotti prima che venissero svelati al mondo. Penso debba aver fatto lo stesso con altri giornalisti. Ci si incontrava in unagrande sala conferenze, accompagnati solo da qualche suo assistente, e insisteva – anche in privato – nel coprire i nuovi prodotti con dei teli, che poi, come un mago al suo spettacolo, scopriva e rivelava, con il bagliore negli occhi e passione nella sua voce. Spesso poi ci si sedeva per lunghe, lunghe chiacchierate sul presente, il futuro, e generico gossip industriale.

Ancora ricordo quando mi mostrò il primo iPod. Fui molto colpito che una compagnia di computer stesse entrando nel mercato dei lettori musicali, e mi spiegò, senza entrare troppo nello specifico, che vedeva la Apple come una società di prodotti digitali, non come una società di computer. Fu lo stesso con iPhone, il negozio di musica su iTunes, e più tardi l’iPad, invitandomi a casa sua, poiché era troppo malato durante quel periodo per andare in ufficio.

Le Slide. Che io sappia, l’unica conferenza tecnologica a cui Steve Jobs ha preso parte con regolarità, il solo evento in cui in alcun poteva assumere il controllo, fu il nostro D: All things Digital, dove Steve partecipò più volte per estemporanee interviste. Avevamo una regola che non piaceva affatto a Steve: mai avremmo permesso di presentare slide, che erano come sappiamo il suo principale mezzo di presentazione.

Un anno, circa un’ora prima della sua apparizione, fui informato che stava preparando dozzine di slide, pur avendogli spiegato una settimana prima la nostra policy a tal riguardo. Chiesi a due dei suoi principali assistenti di spiegargli che non avrebbe potuto utilizzare le slide, ottenendo come risposta che non potevano farci nulla, quindi l’unica soluzione era parlarci personalmente. Andai dietro le quinte dello studio e gli spiegai che le slide non potevano essere usate. Notoriamente ostico, si arrabbiò, rifiutandosi di andare in onda. E provò a discuterne con me. Ma insistetti e alla fine mi rispose con un laconico “ok”. Salì sul palcoscenico senza slide e fu, come al solito, l’invitato preferito dal pubblico.

Un bicchiere di ghiaccio all’inferno. Per la nostra quinta conferenza del D: All things Digital, Steve e il suo rivale di sempre, il brillante Bill Gates, sorprendentemente accettarono l’invito alla nostra trasmissione, la loro prima lunga intervista di sempre, insieme su un palco. Ma per poco il tutto non deragliò. Il mattino presto, prima che Gates arrivasse, intervistai Jobs e gli chiesi come ci si sentisse ad essere tra i maggiori sviluppatori di Microsoft, da quando Apple aveva rilasciato iTunes non solo per Mac, ma anche per milioni di computer Windows.

Rispose che: «è come dare un bicchiere d’acqua fresca a qualcuno all’inferno». Quando Gates arrivò più tardi e sentì tale commento naturalmente si indispettì anche perché la mia collaboratrice Kara Swisher ed io avevamo assicurato ad entrambi gli ospiti che la trasmissione sarebbe stata mantenuta su un certo livello e senza, appunto, quel tipo di commenti.

Nell’incontro durante il pre-intervista, Gates disse a Jobs: “quindi io dovrei essere il rappresentate dell’inferno”. Jobs semplicemente pose a Gates una bottiglietta d’acqua fredda che teneva per se. La tensione fu rotta, e l’intervista fu una vero e proprio trionfo, con entrambi nel ruolo di due grandi statisti. Quando l’intervista finì, il pubblico si alzo per una standing ovation, addirittura con alcuni di loro commossi.

L’ottimismo. Non so come Steve si rivolgesse al suo team durante i giorni più bui della Apple tra il 1997 e il 1998, quando la compagnia era quasi sull’orlo della bancarotta e fu spinto a chiedere aiuto al suo rivale di sempre, Microsoft. Sicuramente mostrò un lato molto duro della sua persona, e infatti mi aspettavo che poi emergesse all’interno della società, tra i partner e i venditori la storia risaputa della difficoltà di trattare con Steve Jobs.

Però onestamente posso dire che, in tante delle conversazioni con lui, il tono dominante nella sua voce era sempre ottimista e certo della Apple e della rivoluzione digitale. Anche quando mi parlò delle sue difficoltà nel stringere un accordo con le case discografiche o di come affrontare la concorrenza, almeno in mia presenza, il suo tono fu sempre marcato da pazienza e visione a lungo termine. Fu probabilmente per il mio beneficio, sapendo che ero un giornalista, ma ciò nonostante rimanevo sempre impressionato da tale ottimismo.

Al tempo delle nostre conversazioni, quando criticavo le decisioni delle case discografiche e delle compagnie telefoniche, lui sorprendentemente si mostrava in disaccordo, spiegandomi come fosse il mondo osservato dal loro punto di vista, quanto fosse difficile il loro lavoro nell’epoca della nascente rivoluzione digitale e di come essi sarebbero tornati sui loro passi.

Questa qualità fu mostrata quando Apple apri il suo Apple Store. Fu nella periferia di Washington D.C. vicino casa mia. Condusse un tour guidato per giornalisti e ne fu tanto fiero quanto un padre con suo figlio. Mi permisi di osservare che avessero solo pochi negozi e chiesi direttamente che tipo di conoscenza Apple avesse del settore retail. Steve mi guardò come se fossi un pazzo, rispondendo che ci sarebbero stati molti più negozi e che la società aveva speso un anno intero imparando le strutture e l’organizzazione del settore retail, celando e usando dei luoghi segreti. Gli chiesi se lui personalmente aveva seguito e curato nei dettagli l’ideazione del negozio, come per esempio la trasparenza dei vetri e il colore del legno, pur essendo sempre molto impegnato nel suo ruolo di CEO. Mi rispose come sempre laconico: «Certamente».

La Passeggiata. Dopo il trapianto di fegato, mentre stava recuperando nella sua casa di Palo Alto, California, Steve mi invitò a casa sua per parlarmi di un evento di cui si era vociferato durante la sua malattia. Divenne una visita di tre o quattro ore, con passeggiata nel vicino parco, che lui insistette nel fare, pur essendo personalmente preoccupato per le sue precarie condizioni di salute.

Mi spiegò che camminava ogni giorno, e che ogni giorno si imponeva un traguardo da raggiungere, e che qual particolare giorno l’obiettivo era raggiungere il parco. Parlando e camminando, all’improvviso si fermò, e non sembrava stesse bene. Lo pregai di rientrare a casa, anche perché non sapevo nulla di primo soccorso e già mi vedevo i titoli sui giornali: «Reporter lascia morire Steve Jobs sul marciapiede».

Ma lui rise e rifiutò di rientrare, poco dopo riprendemmo la nostra passeggiata. Ci sedemmo su una panchina, parlando della vita, delle nostre famiglie, e delle nostre rispettive malattie (io avevo avuto un attacco di cuore qualche anno prima). Lui mi suggerì di prendermi cura di me. E poi tornammo a casa.

Steve non mori quel giorno, per mio sollievo. Ma ora è davvero andato via, troppo giovane, e questo è stata una perdita per il mondo intero».

Fonte: Fox News Business, traduzione e introduzione di Antonio Tiritiello)

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