Voto anticipato. Napolitano frena ma in vista c’è una nuova legge elettorale

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Giorgio Napolitano

Roma – Più che un rumore di fondo, lo scorso venerdì, è sembrato un riflusso intestinale. Si è alzato dai banchi di Montecitorio, è stato auscultato dai giornalisti in pianta stabile fuori da Camera e Senato e monitorato dai media per misurare i danni dell’indigestione da Monti. E’ stata la caduta del Governo su 3 decreti legge in poche ore. Febbre da voto anticipato.

L’ipotesi, fino a ieri, era così solida da obbligare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a smentire pubblicamente qualsiasi possibilità di scioglimento prematuro delle Camere e rigettare la proposta di Pier Ferdinando Casini, il leader Udc, principale sostenitore del Governo Monti, di andare ad un election day che unisse il voto per la Regione Lazio e Lombardia con quello per il nuovo Parlamento. Tutto tra dicembre e febbraio, in nome del risparmio.

Il no di Napolitano è stato lapidario: il Quirinale «non coglie il senso» – si legge in un messaggio – di «certe indiscrezioni di stampa» perché parlare di elezioni anticipate è un «parlare a vuoto». Tanto più che «non se ne sono presentate le condizioni e non emergono motivazioni plausibili».

Invece le motivazioni le vedono i partiti. La prima è l’ondata del solito comico Beppe Grillo.

La vittoria ai voti del M5s in Sicilia ha spaventato tutti. La possibilità che, consentendogli ancora tempo per la campagna elettorale, arrivi in Parlamento con più del 25% dei consensi è ragione di terrore.

La seconda è meno pragmatica ma altrettanto urgente: gli indicatori economici segnano profondo rosso sulla gestione Monti. I rincari sono sbalorditivi. Secondo Adusbef e Federconsumatori si sborsano 3.223 euro in più a famiglia, 269 al mese. Tariffe rialzate dal +9-11% (rifiuti) al +21% (elettricità) e poi via con i numeri in media: IMU 778 euro; IVA al 21% 270 euro; pedaggi autostradali +53 euro; assicurazioni auto +78 euro; riscaldamento +195 euro. E così via.

Stesso disastro per le percentuali sulla disoccupazione. Spiega l’Istat: l’ultimo rilevamento misura una disoccupazione pari al 35,1% che, in unità, fa 2,774 milioni di persone a spasso. Un dato in crescita di 1,3 punti rispetto ad ottobre e 2,3% in più rispetto ad agosto.

Inevitabile che le forze politiche sentano l’urgenza di segnare la distanza tra sé e un Governo che hanno votato a maggioranza per mesi, tanto quanto monta l’ansia di indebolirlo e magari anche capire chi abbia il coraggio di assumersi la responsabilità di un eventuale voto di sfiducia.

Quindi non stupisce la caduta del Governo sui 3 dl. A partire dalla Commissione sul ddl Enti locali che prevedeva solo l’esenzione dai vincoli di Stabilità per gli organismi che estinguono un debito con la Cassa Depositi e Prestiti entro il 2012. Correzione in Aula: all’emendamento si aggiunge «un premio a quei Comuni, esentandoli dalle penali previste per l’estinzione anticipata del mutuo». Secondo atto: Equitalia. Malgrado il parere contrario del Governo, i Comuni potranno chiudere il rapporto con l’Agenzia delle Entrate e iniziare la raccolta tasse e contributi in collaborazione con altri partner privati. Terza bastonata: l’Esecutivo cade sul capitolo tasse ai terremotati dell’Emilia. Secondo la Ragioneria dello Stato era sconsigliata la proroga dei pagamenti fino al 30 giugno 2013 in ragione di un mancato introito di 140 milioni di euro. Il Governo appoggia. Il Parlamento vota contro. Amen.

Beppe Grillo
Beppe Grillo

Insomma, tira aria di ammutinamento al Quirinale il quale, annusa, storce il naso e rimbrotta. Il clima è chiaro: tutti i partiti cercano di sganciarsi ma nessuno affonda il colpo e il perché risiede sempre e ancora nella questione legge elettorale. Non c’è, ma forse ancora non per molto. La settimana prossima ci sarà un incontro della Commissione al Senato sul tema. Pare che l’intesa sia vicina. Il tratto saliente del disegno sarebbe il proporzionale, con premio di maggioranza tra il 12,5% e 15% alla coalizione che raduna il 40%-42% dei voti mentre un piccolo 5% verrebbe concesso al partito con più consensi. Un accordo che piace a tutti, persino al Pd che non dice di sì ma neppure no, anche se il Porcellum gli consentirebbe di vincere in modo più efficace. Rimane l’incognita ingovernabilità. La legge pare misurata più sull’urgenza di fermare la scalata grillina che consentire il buon Governo ma anche qui si rimane nella consuetudine dei movimenti umorali di Camera e Senato.

Poi c’è Napolitano. Lui auspica una nuova legge ma se il mal di pancia della politica non diminuisce, averla potrebbe accelerare il corso degli eventi e a quel punto sarebbe difficile evitare il voto in febbraio, cosa che manderebbe all’aria i programmi del Colle: scioglimento delle Camere a Carnevale, voto in aprile con la fine del mandato quirinalizio, nuovo Parlamento in maggio, elezione del nuovo capo della Repubblica, elezione del nuovo capo del Consiglio. Rettilineo. Riflussi permettendo.

Chantal Cresta

 

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