Vivere con la mafia, un ragazzo si racconta

La mafia che vince acquista consenso comprando persone

di Claudia Loy

2938488945_e924ed4ee8«“Adda’i accussì”, diceva Don Tonino Palmese. Non c’è niente di più brutto quando dai le testate contro un muro di gomma, perché non ti fai neanche male, rimbalzi solamente; e noi un bel muro abbiamo preso! Quello delle istituzioni italiane».

Con queste parole esordisce il nostro testimone. Lui, un ragazzo qualunque del napoletano.  Una sola gravante: qui la mafia ti bussa alle porte e si respira nell’aria. Mafia, camorra, ‘ndrangheta. Termini riduttivi – ci suggerisce la nostra voce – per comprendere un fenomeno così vasto e articolato.

«Bisogna chiamarlo Sistema, perché la mafia è come “uno Stato nello Stato”, o meglio, è lo Stato sociale dei poveri. Dove non arrivano le istituzioni ci pensa la mafia; arruolano giovani offrendo liquidità immediata, e alla fine prendono il sopravvento  sia nelle forme di controllo del territorio, sia nelle forme sociali d’intervento.»

Un esempio? Secondigliano e Scampia, due quartieri di Napoli, rinomati per la loro fama come zone di spaccio e smercio di droghe. Qui i ragazzi vengono assoldati come “pali”, con tanto di stipendio, turni e ferie. Devono controllare i movimenti della polizia nelle vie, assicurando così una copertura per gli altri che nel frattempo trafficano nelle strade. Un sistema che non fallisce e che continua a rinvigorirsi facendo presa nella disperazione delle piaghe sociali più anonime.

Non batte ciglio nel raccontarci questi episodi. Perché qui a Napoli, questa è la normalità, e tutti né sono a conoscenza, cittadini e forze dell’ordine comprese. Ormai si è instaurata una tacita convivenza, e qui nessuno si stupisce più di nulla. Anche l’indignazione sembra essersi arresa in queste terre di nessuno.

2533559035_ba89a80146Con lui ripercorriamo la sua infanzia spesa a Scassacocchi, una antica zona del centro di Napoli. «All’epoca il clan dominante era il Giuliano. Ricordo il contrabbando di sigarette, alle volte, qualcosa di più. Il degrado? Quello si spingeva al di fuori del quartiere. Io al massimo avrò portato qualche cassetta. All’epoca pagavano cinquantamila lire, un bel gruzzoletto, specialmente se eri poco più che un bambino come me. […] Come facevi a riconoscere ciò che era sbagliato da ciò che era giusto? Come potevi, dal momento che in questo ambiente tu c’eri cresciuto oltre che nato? […] Cultura popolare e cultura mafiosa erano la stessa cosa; facevano parte della vita civile ed incivile del quartiere.»

Quando gli chiediamo come si è salvato da questa “normalità”, lui ci risponde con tre parole: “famiglia, lavoro e morte”. Perché oggi, di in una classe elementare frequentata allora da trenta bambini, né sono rimasti solo quattro. Tanti hanno scelto di lasciare questa città, ma molti se ne sono andati per sempre, spesso ingoiati dalla malavita, vittime della droga o di quegli affari che un tempo gli avevano resi potenti.

Casalnuovo
Casalnuovo

Di qui la scelta di andare a vivere a Casalnuovo e lasciarsi alle spalle la città. Ma la provincia si rivela un grande ricettacolo per affaristi e criminalità organizzata. Ed è qui che avviene l’incontro con la mafia più spietata, quella che non puoi sconfiggere, quella che si occupa dei traffici leciti grazie al benestare di istituzioni, politici, amministratori locali e  cittadini accondiscendenti. Quasi ci trovassimo di fronte ad un altro genere di organizzazione: è il Sistema, quello che ti corrompe da dentro, che non lascia spazio ai luoghi legittimi ed alla legalità.

«Tu non puoi scegliere di non prenderne parte. Un bel giorno scopri che dietro al nome di un negozio, o di una catena dove magari ti rifornivi, c’è l’appoggio della mafia. Dietro la vincita di un appalto, nei finanziamenti monetari, nel successo di un prodotto. È così vasto il mercato lecito della camorra e sono così tanti i soldi che fanno girare che a volte quello che gli serve è semplicemente un “prestanome” per poter collocare i propri introiti,»

È la mafia dei “colletti bianchi” che colpisce all’interno di un sistema che si pensa immune, coltivata da personalità inimmaginabili e da figure professionali di mestiere.

È qui che il nostro testimone comincia la sua lotta attiva contro la criminalità organizzata. Tutto scaturì dal brusco cambio di consenso elettorale verificatosi nelle elezioni politiche del 2006. Ma non si trattava dei soliti imbrogli di seggio, bensì di una vicenda più complicata, ricollegata al lasciapassare di costruzioni edili abusive. Un episodio lasciato cadere nel dimenticatoio da giornalisti e periodici italiani, e che vide la fabbricazione di una vera e propria micro-città mai autorizzata dalla legge.

casal abusi

Casalnuovo abusi

Stiamo parlando di 175 palazzi per 2500 vani circa. Il gigantesco affare fu messo in piedi grazie al sistema dei subappalti e tramite il condono di oblazioni false giunti a termine dei lavori edilizi. E fu grazie alla centellinazione dell’affare, per mezzo della divisione degli appalti, che la mafia riuscì ad avere il controllo di tutte le micro-imprese territoriali, acquistando così il consenso dell’intero territorio. Un sistema di scambi e favori pagato a caro prezzo: il prezzo della propria libertà di cittadino.

« La mafia ti compra. Acquista consenso comprando persone; recluta le sue leve dal popolo, offrendo lavori leciti nel pieno dell’illegalità. Architetti, avvocati, ingegneri. Perché tutti hanno bisogno di una struttura organizzativa che almeno apparentemente funzioni. Come loro hanno bisogno di imprese che svolgano il compito di scatole cinesi. Così prima ti finanziano e poi ti controllano.

Nonostante gli appelli di alcuni cittadini, organizzatesi a seguito di queste vicende in un “comitato per la legalità”, a tutt’oggi vige una situazione di placida connivenza, mentre la maggior parte dei palazzi, sono ancora in piedi e ormai abitati.

A farsi avanti fu l’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione. Si fece un po’ di rumore, alcuni edifici, ancora in fase di costruzione, furono abbattuti, mentre intanto, nel febbraio 2008, il Consiglio comunale veniva sciolto per evidenti infiltrazioni camorristiche. Ma oggi, a fronte delle nuove elezioni per la giunta comunale, basta andare sul sito del PRC di Casalnuovo per rendersi conto come questa storia ancora non sia chiusa.

Sembra che più che un’operazione d’arresto, quella da parte delle istituzioni sia stata una risposta blanda ad un problema momentaneo. Sequestri di locali e indagati non ben precisati, cambia qualche faccia, ma alla base i clan continuano a portare avanti il controllo di una terra persa.

«Hanno versato cemento su cemento senza che ci fosse una reale concessione edilizia. Hanno costruito su falde acquifere, in luoghi di demanio pubblico, dove inizialmente c’era il progetto di un parco. Tutto di fronte agli occhi di polizia e carabinieri. Ma chi è che gli ha concesso tutto questo? Chi è che glielo ha lasciato fare? Dove erano le istituzioni? […] Se non hai aiuto, se non ti senti protetto, se non ti ascoltano, tu gridi al vento, ma le urla all’aria si perdono nell’eco del tempo. »

foto via Flickr

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2 Risponde a Vivere con la mafia, un ragazzo si racconta

  1. avatar
    Robbie 07/11/2009 a 18:22

    Ammiro il coraggio di quei ragazzi che si oppongono al Sistema anche solo denunciandolo. Troppo spesso però sono soli, e tutto sembra vano. Bisogna dare più spazio a storie di questo tipo…lasciamo parlare chi la mafia la vive veramente!!!!

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  2. avatar
    Mario 14/11/2009 a 19:59

    grazie per la storia, metterò il link del vostro giornale sul blog, in modo da far viaggiare sempre le notizie.

    Rispondi

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