Vive la France! Al Festival del film di Roma bene commedie francesi e kolossal “1942″

 

E il terzo giorno piovve. Al Festival Internazionale del Film di Roma, dopo la partenza col sole e il bel tempo, arrivano le nubi. Nessuna metafora questa volta: se fuori è brutto tempo, all’interno delle sale abbiamo assistito a due pellicole notevoli che hanno entusiasmato la stampa nelle proiezioni in anteprima. Dopo un secondo giorno più fiacco è buona cosa.

La commedia fuori concorso francese Populaire di Régis Roinsard, ambientata alla fine degli anni cinquanta, racconta di Rose, ragazza della bassa Normandia. Grazie alla sua straordinaria capacità di scrivere a macchina batterà il record mondiale di battitura, riuscendo a trionfare al campionato del mondo grazie all’aiuto del suo primo datore di lavoro, il direttore di un’agenzia d’assicurazione, Louis Echard, di cui si innamorerà. La storia d’amore tra i due avrà il lieto fine che sin dalle prime immagini la pellicola promette allo spettatore. Fotografia da fiction, richiami addirittura al premio Oscar The Artist, la piacevolezza di Populaire risiede nel brio leggero e colorato, la messa in scena lineare e confortante sin dall’inizio, e l’attenzione con cui descrive la condizione sociale ed in particolare della donna in quel periodo. Momenti riusciti, personaggi credibili.

Il tema originale della dattilografia e il duro allenamento della protagonista fino ai campionati mondiali hanno comunque la meglio sulla base di una storia d’amore già vista. Sopra tutti un’intensa Bérénice Bejo (già in The Artist) nel ruolo del perduto amore del protagonista Louis, sposata poi con il suo migliore amico, americano sbarcato per la guerra e trapiantato in Francia per amore. Ottimi i protagonisti – Roamain Duris e Dèborah Francois – che rendono credibile un’intesa che cresce tra diffidenza e candore fino al fatidico «je t’aime» della scena finale. Uno spaccato di vita in un periodo che sarebbe stato l’anticamera della rivoluzione sociale di lì a poco. Reazione positiva della stampa che ha salutato l’immagine dei due protagonisti nella scena finale, innamorati e festanti per la vittoria al campionato, con un applauso convinto.

In conferenza stampa il regista all’esordio, emozionato ed accompagnato dalla protagonista e dal produttore, ha cosi commentato: «Sono sempre stato affascinato dagli anni cinquanta e sessanta, un periodo di rinnovamento ma anche pieno della presenza dei fantasmi della guerra. Il mio obiettivo è stato quello di ricreare quel mondo e fare un film proprio su quegli anni, non una celebrazione né una parodia. Mi hanno sempre emozionato i campionati di dattilografia e dopo essermi documentato per ben tre anni ho deciso di dedicare a questo “sport” la mia opera prima. Sì perché il mio obiettivo nel film è stato quello di rendere la battitura a macchina come un vero sport e grazie al montaggio, ricrearne e trasmetterne la velocità, vera metafora dell’evoluzione della società di quell’epoca. Il mio è un atto d’amore nei confronti di quegli anni ma senza alcuna nostalgia. Il cinema stesso degli anni cinquanta ha ispirato quest’opera, sebbene il mio obiettivo, credo riuscito, sia stato quello di creare un’opera del tutto originale».

Affascinante e in vestito bianco panna, la brava protagonista ha svelato il suo allenamento di due ore al giorno per quattro mesi con un coach per rendere credibile la sua dote alla macchina da scrivere. E di come sia stata assolutamente rapita dal personaggio interpretato, Rose, donna trasgressiva non solo per quei tempi, ma anche ai giorni nostri. A farle amare il personaggio, in effetti irresistibile, la sua capacità già all’epoca di non avere filtri verso la famiglia o gli uomini. Il coraggio  di osare, non accettando la scelta del padre di decidere della sua vita promettendola in sposa al figlio del meccanico del paese, e la forza di non rivendicare mai nulla.

Altra pellicola proiettata in concorso, l’intenso 1942. Un kolossal per la memoria di un momento nero nella storia recente della Cina, come dichiarato dallo stesso regista Xiaogang Feng in conferenza stampa. In quell’anno infatti il Paese visse la più grande carestia della sua storia provocando la morte di tre milioni di persone nella provincia di Henan. Mentre Il grano e i viveri vengono deviati verso l’esercito, in lotta al confine con le truppe giapponesi, si assiste all’esodo di milioni di rifugiati diretto verso la provincia dello Shaanxi. Il proprietario terriero Fan vedrà morire e perdere perché venduti per un po’ di cibo tutta la sua famiglia, riuscendo però sul punto di arrendersi alla fame, alla disperazione e alla morte, a trovare il suo riscatto salvando una bambina orfana. Incredibilmente non privo di una comicità tutta cinese, come sottolineato dal produttore e ancora dal regista, la pellicola dal costo esorbitante di circa trentadue milioni di dollari trasmette al pubblico la condizione umana nel suo senso più generale raccontando nel dettaglio in quel periodo storico e in quella zona del mondo le vicende accadute. Nel cast due mostri sacri come Adrien Brody e Tim Robbins che rendono come sempre una formidabile seppur ridotta interpretazione, offrendo probabilmente il servizio migliore alla pellicola dandole una visibilità internazionale. Scene cruente di bombardamenti e corpi mozzati si alternano a una descrizione certosina dei rapporti familiari cinesi all’epoca, anche in condizione di inaudita sofferenza. Una pellicola di interesse storico e sociale enorme che, sebbene si sfilacci un po’ nel finale perdendo per strada figure interessanti, come ad esempio il prete che perde la fede assistendo alla morte di una bambina sotto i bombardamenti, si candida a protagonista nella serata finale di premiazione del Festival.

Un Festival in questi primi giorni più che mai con l’accento francese. Dopo i fasti del già citato The Artist, il cinema transalpino continua a proporre pellicole notevoli, originali, coraggiose, puntando sì su basi di commedia americana – i riferimenti a Cary Grant, Audrey Hepburn o James Stewart in Populaire sono tanti – ma arricchendoli di idee proprie. Un coraggio – si pensi ai 15 milioni spesi dal produttore proprio per Populaire – e  una maggiore libertà che qui in Italia servirebbero moltissimo.

Altro esempio è Main dans la main, film proiettato venerdì in anteprima. La storia di Helene e Joaquim, insegnante di danza lei e vetraio più giovane lui, destinati sin dal primo sguardo a unirsi per sempre nella loro incredibile e fantasiosa storia d’amore. Dopo un bacio improvviso i due non potranno separarsi per seguirsi letteralmente in ogni momento, vittime di un incantesimo che li tiene incollati l’uno all’altra. La metafora dell’amore che vince contro qualsiasi ostacolo è qui raccontata dalla timida ma talentuosa regista, Valérie Donzelli, che ha ricevuto meritatamente anche lei applausi convinti al termine della proiezione. «E’ surreale questo film?» chiede un giornalista al protagonista Jérémie Elkaim. Risponde lui: «è una storia d’amore, certo che è surreale». Una commedia certo brillante, un montaggio forsennato alternato a momenti d’intimità intensi. Un’altra scelta azzeccata in un festival comunque sottotono in quanto ad appeal, viste le poche pellicole mainstream e i cali delle vendite dei biglietti rispetto agli anni precedenti. Che aspetta però con ansia nei prossimi giorni il botto con Walter Hill, l’ultimo cartone della Dreamworks Le 5 leggende e i vampiri di Twilight. Per fare felici un po’ tutti.

Gian Piero Bruno

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