Vista Chino: la recensione di ‘Peace’

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La copertina di 'Peace' (foto via: theobelisk.net)

I Kyuss hanno avuto il merito di gettare le basi, alla fine degli anni ’80, del movimento stoner, influenzando centinaia di rock band che si sono ispirate ai loro pesanti e cupi riff di chitarra, alle ritmiche ossessive e al cantato lancinante e sofferto di John Garcia. Dopo alcuni album che hanno fatto la storia della musica heavy rock, i Kyuss si sono sciolti, esplodendo in una miriade di progetti musicali conseguenti, tra i quali si segnalano gli ottimi Queens of the Stone Age, capitanati dal chitarrista Josh Homme.

Attorno al 2010 Garcia e il batterista Brant Bjork si riformano con il nome di Kyuss Lives!, prima di cambiare definitivamente il nome in Vista Chino, in seguito a una disputa legale con lo stesso Homme per l’utilizzo del monicker Kyuss. Dal momento della loro fondazione i Vista Chino hanno intrapreso un lungo tour, durante il quale la premiata ditta Garcia-Bjork si è impegnata nella stesura di nuovi brani, che usciranno in Europa il prossimo 2 settembre in un album intitolato Peace. Accompagnati dal basso di Mike Dean (in sostituzione del membro inattivo Nick Oliveri) e dalla corposa chitarra di Bruno Fevery, Garcia e Bjork hanno concepito un album che riprende le sonorità e le atmosfere dei vecchi Kyuss, e che può essere considerato come un naturale proseguimento del lavoro concluso con …And the Circus Leaves Town datato 1995.

La psichedelica e breve introduzione costituita da Good Morning Wasteland anticipa Dargona Dargona, un brano cupo e pesante dove si riconosce fin dalle prime note il trademark dei Kyuss: chitarra macina riff, batteria e basso che creano un sottofondo ossessivo e la roca voce di un Garcia in grande spolvero. Un brano molto ispirato, bissato dalla successiva Sweet Remain, dove un’altra incalzante e sofferente prova di Garcia rappresenta la ciliegina di un brano perfetto in termini di pesantezza e dinamica.

As You Wish è introdotta da un ossessivo balletto di basso e batteria, dove la chitarra si inserisce timidamente, sviluppandosi successivamente in un riff portante che cresce lentamente prima di deflagrare nella parte centrale. Planets 1 & 2 si muove su un corposo riff che ricorda i Kyuss di Green Machine per tiro e dinamica. Forti le tinte psichedeliche e drogate della lunga parte strumentale al centro del brano. Con la successiva Adara si abbassano inizialmente le dinamiche, prima di uno sviluppo con la consueta pesantezza. Un buon brano, ma leggermente inferiore ai precedenti, anche se impreziosito da un ottimo finale di stampo settantiano.

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I Vista Chino (foto via: roadburn.com)

La breve Mas Vino è un alcoolico intermezzo semi-improvvisato che anticipa la trascinante Dark and Lovely, altro lungo brano dove i quattro si divertono in lunghe improvvisazioni strumentali nelle quali la chitarra di Bruno Fevery si fa notare per efficacia e protagonismo. Barcelonian si muove su un riff trascinante, coadiuvato da una potente ritmica e un Garcia che si riprende dal torpore del precedente brano per sfoderare un’altra buona prova. Si giunge quindi alla fine, e i tredici psichedelici minuti di Acidize? The Gambling Moose chiudono in bellezza il disco: una sorta di manifesto musicale di tutto ciò che i Kyuss hanno da sempre rappresentato.

Il progetto Vista Chino esordisce su disco con una prova convincente e molto ispirata, che farà felici tutti i nostalgici fan delle sonorità dei vecchi ma ancora innovativi Kyuss. Garcia fornisce una prova di tutto rispetto alla voce, nonostante siano passati diversi anni dagli esordi; mentre Bjork esibisce il suo consueto drumming minimalista ma efficace che si unisce al basso in un legame indissolubile. Infine la chitarra di Bruno Fevery non fa rimpiangere John Homme, ormai musicalmente lontano dalle sonorità dei primi Kyuss e impegnato in sperimentazioni (più o meno riuscite) verso altre direzioni con i suoi Queens of the Stone Age. Ricordiamo che i Vista Chino arriveranno in Italia il prossimo 16 novembre per un concerto imperdibile al Live Club di Trezzo sull’Adda (Milano).

Alberto Staiz

@AlStaiz

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