VIDEO – Provenzano fantasma di Stato

Provenzano

Bernardo Provenzano (wikipedia.it)

Bernardo Provenzano è stato un fantasma per 43 anni, esattamente dal 10 settembre 1963 all’11 aprile del 2006, quando venne trovato dal Nucleo operativo del Ros dei Carabinieri in una masseria in contrada dei Cavalli, a due passi da Corleone, il paese in cui nacque il 31 gennaio di 80 anni fa.

La carriera di Bernardo Provenzano, detto Binnu u Tratturi, dentro Cosanostra è stata rapida quanto feroce. Una storia che comincia poco più che bambino insieme a due suoi compaesani: Luciano Liggio e Totò Riina.

Un triumvirato che darà vita al mandamento di Corleone, i corleonesi, per gli amici, i viddani, per i nemici.

La stessa fazione che dopo aver vinto la seconda guerra di mafia, iniziata nel 1981, insedia una sua commissione, stravolgendone i codici d’onore e iniziando l’epoca delle stragi, dentro e fuori la Sicilia.

La storia di Bernardo Provenzano appartiene al pesante fascicolo che raccoglie tutti gli angoli bui della passata e recente storia repubblicana. Una latitanza lunga, forse troppo. In alcuni momenti addirittura favorita da alti esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, come sembra emergere dalle inchieste portate avanti dal tribunale di Palermo, in riferimento alle indagini sulla Trattativa Stato-Mafia.

Una storia povera di immagini, come spesso accade in questi casi, quasi un anacronismo per l’odierna società dello spettacolo abituata ad arricchire la trama dei suoi racconti attraverso la potenza delle figure.

Si sono sempre viste due immagini del capo dei capi: una foto segnaletica che lo ritraeva da giovane e una ricostruita digitalmente al computer, attraverso l’utilizzo di software in grado di ricostruire a distanza di anni l’aspetto del ricercato.

Anche questo ha contribuito a farne un fantasma. Uno spettro che quando si è palesato in carne ed ossa in quella masseria sperduta fra le campagne corleonesi ha perso quasi di colpo tutto il suo fascino.

Nessuno osava dirlo, ma in realtà quell’anziano signore nascosto in una stanzetta fra ricotte e formaggi, aveva già perso gran parte del suo potere e questo sembrava mitigare la vittoria dello Stato perché appariva più come la resa stanca di un pensionato che la cattura di un boss.

Sembra il copione di sempre: il capo viene preso quando oramai è stato destituito, entra in carcere e affronta in un religioso silenzio la detenzione a vita.

Tutto cambia quando durante un colloquio, nel maggio del 2012, nel carcere di Parma con Sonia Alfano, all’epoca europarlamentare per l’Idv, Provenzano accenna alla possibilità di una sua collaborazione, cosa che lo fa uscire di colpo dall’identikit del boss omertoso e sembra, per un attimo, fargli vestire i panni di Tommaso Buscetta, il boss divenuto collaboratore di giustizia.

Provenzano il giornalettismo.com
giornalettismo.it

L’eredità degli anni di piombo ha rafforzato la convinzione che lo Stato debba tutelare ogni forma di collaborazionismo. Già nel 1980 con la legge Cossiga si introducevano nell’ordinamento sconti di pena per chi rivelasse informazioni sensibili e con la stessa convinzione si è arrivati alla legge n.87 del 15 marzo 1991 che introduceva la figura del collaboratore di giustizia.

Ciò che accade dalla paventata collaborazione al video del dicembre 2012, nel quale il boss gravemente malato appare traumatizzato e con una vistosa contusione alla testa, non sembra guardare nella solita direzione. Dal carcere di Parma, per mezzo del sindacato, gli agenti rivendicano da parte loro un comportamento professionale.

Guardando a quello che, in passato, è successo a chi era in possesso di informazioni scomode, da Gaspare Pisciotta fino agli strani casi dei suicidi di Ustica passando per Michele Sindona, si evidenzia la necessita di proteggere tutti coloro che possono fornire un contributo fondamentale nella ricerca della verità. Cosa che, con Provenzano, non è stato fatta e il perché si aggiunge alle mille ombre che costellano la storia di questo paese.

Edoardo Romagnoli

Foto || wikipedia.org; ilgiornalettismo.com; sergionazzaro.com

 

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