Vespa Raid to Armenia, da Yerevan a Posof (Turchia)

Yerevan

Vespa Raid to Armenia, il viaggio in Vespa di Marco e Viviana attraverso 5 Paesi.

GOOD MORNING ARMENIA - La mattina facciamo fatica a “carburare“, la giornata precedente ha fatto sentire il suo peso sulle nostre forze. Comunque, siamo operativi. Oggi, andiamo in Comune a Yerevan per consegnare i doni che il Comune di Arcore mi ha dato (lo scudetto con lo stemma istituzionale comunale oltre al libro della città). Prima cosa, capiamo che dobbiamo presentarci in un altro palazzo rispetto a quello del Comune. Perfetto. Arriviamo e parcheggiamo il Piaggio con particolare egocentrismo davanti all’ingresso di questo palazzo in Piazza della Repubblica. Un soldato armeno mi fa segno da dietro ad un vetro che il Piaggio non può stare lì ed io, di tutta risposta, mi avvicino con passo sicuro e gesticolando con la mano che è tutto apposto. Arrivati alla garritta di guardia, spieghiamo in inglese ai due militari il motivo della nostra presenza. Faccio notare che, prima, avevamo avuto rassicurazioni sia al Marriot che da una pattuglia della polizia armena fermata per strada. Va beh, i militari non spiaccicano una parola di inglese e, allora, gli giro il numero della Dr.ssa Lusine Gharybrian del Foreing Office di Yerevan City Hall. La discussione dura pochi minuti e, alla fine, i militari ci spiegano con quattro parole in inglese che il munucipio si trova a cinquecento metri da lì. “Spaziba, spaziba. Dasvidania” (parole nel mio dizionario grazie al film Rocky di Sylvester Stallone), rimontiamo in sella e ci dirigiamo finalmente in Comune.

YEREVAN CITY HALL - Veniamo ricevuti dall’Assessore alla Cultura del Comune di Yerevan. Oltre a lui, sono presenti due funzionarie del Foreing Office Yerevan City Hall che fungono da traduttrici. I sorrisi e l’ospitalità sono tantissimi. Tutti i presenti manifestano il ringraziamento per aver scelto Yerevan e, sopratutto, curiosità e ammirazione per il nostro lungo viaggio. L’Assessore ringrazia il Comune di Arcore per i doni e spiega come sono saldamente esistenti tuttora i legami tra Italia e Armenia. Ad un certo punto, anche l’Assessore ci consegna dei doni per il Comune di Arcore: un libro di Yerevan City scritto in armeno e un quadretto riproducente l’antica cultura millenaria di amanuesi dei cristiani armeni. Siamo emozionati ma il mio pensiero è uno solo: “Dove metto sta roba sul Piaggio senza che si distrugga nei primi cinque metri?“. Comunque, sono veramente cortesi e generosi. Anche se viviamo a quattromila chilometri di distanza e parliamo lingue diverse, siamo profondamente simili come popoli. Dopo le fotografie di rito, ci sediamo in un tavolo dell’ufficio bevendo il caffè armeno offerto dai padroni di casa. Coniglio: non bere mai tutta la tazzina perché altrimenti il fondo arriva diritto in bocca con la seguente sensazione di ingoiare la sabbia. Dopo trenta minuti ci salutiamo con la promessa di ritornare in Armenia ad ammirare tutte le bellezze che, per ragioni di tempo, non siamo riusciti a visitare. Prima di ripartire andiamo a vedere il Mausoleo in memoria del genocidio armeno.

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Doni della città di Yerevan

MAUSOLEO IN MEMORIA DEL GENOCIDIO ARMENO - È posto sopra una collina in prossimità del centro. Arriviamo alle tredici del pomeriggio di martedì diciannove agosto. Ci siamo solo noi e alcuni operai che stanno eseguendo dei lavori di manutenzione. Man mano che ci avviciniamo al complesso principale sentiamo una canzone straziante in sottofondo. Alla nostra sinistra notiamo degli abeti con delle targhe. Sono le piante donate da tutto il mondo al popolo armeno in memoria dell’immane tragedia patita. Oltre al museo, all’esterno è presente un obelisco in pietra scura levigata (come tutto il monumento) e, al suo fianco, una struttura circolare raffigurante proprio il bracere della fiamma perpetua. Ai lati delle braccia rivolte al cielo sono presenti gli scalini che portano alla reale fiamma perpetua al centro del monumento. Il luogo trasmette una immane sensazione di tristezza e altre emozioni forti, quelle emozioni impossibili da descrivere ma comprensibili se vissute in prima persona. Chiusa la parentesi del genocidio armeno, ripuntiamo il muso verso Occidente. Si torna a casa. O meglio, dobbiamo tornare a casa.

Yerevan, mausoleo e museo del Genocidio Armeno

COME CI ORGANIZZIAMO PER LA NOTTE? Ripartiamo con l’obiettivo di dormire in Turchia stanotte. Il problema sono le strade di confine tra Armenia e Georgia e la guida fuori ogni regola dei georgiani. Riprendiamo la strada del ritorno sotto un sole asfissiante. Dopo ottanta chilometri inizia a piovere e ci copriamo con le supergiacche della Spyke (che, in più occasioni, ci hanno salvato dall’acqua e dal freddo nelle montagne). Ci fermiamo nuovamente nel mini-market dell’andata dove incontriamo ancora Leila (senza la nipotina) che sembrava aspettasse il nostro passaggio sulla porta. Non contenti, arriva nuovamente anche Thomas che ci offre due bottiglia d’acqua. Ci opponiamo, ma come potete immaginare, non è il caso di fare resistenza ad un armeno in territorio armeno che insiste in russo di offrire l’acqua. Non possiamo che ringraziare e tenere a mente la generosità del popolo armeno. Quando ripartiamo notiamo che il portapacchi posteriore ha ceduto per i ripetuti colpi sullo sterrato e sulle strade maledettamente dissestste percorse il giorno prima. Ok, l’unica soluzione è che Viviana dovrà viaggiare con il suo zaino sulle spalle…per altri quattromila chilometri.

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Pericoli sulla strada in Georgia verso il confine di Vale

RITORNO IN TURCHIA - Ripartiamo a bomba destinazione Turchia. Anche oggi, sarà una mazzata. Ritorniamo alla frontiera armeno – georgiana e, dopo una ventina di minuti, siamo nuovamente in Georgia. Dopo quaranta chilometri ci fermiamo a fare benzina ad una stazione della Lukoil e chiediamo informazioni sull’apertura delle frontiere con la Turchia. Arriva una brutta notizia, volevamo attraversare il confine dal valico di Aktas, distante da noi solamente settanta chilometri, ma i georgiani ci avvisano che è chiusa. Dobbiamo passare dal valico di Vale, distante centotrenta chilometri da noi e, dulcis in fundo, la frontiera chiude alle 22.00. Guardiamo l’orologio alla parete del benzinaio che, pur essendo in georgiano e cirillico, capiamo che sono le 19.15. Capiamo che dobbiamo muoverci dato che la strada non è per niente facile. Cerco di tirare il mezzo alla massima velocità possibile per fare più strada con la luce del giorno dato che, il faro del Piaggio, è buono solamente ad attirare più insetti possibili sul pilota.

Posof

Dopo un frontale sfiorato all’ultimo istante e quarantina minuti buoni di guida folle al buio sulla strada tutta curve che porta ad Ahalcihe, alle 21.39 arriviamo alla dogana georgiana – turca. Qui nessun problema se non che è buio, siamo tra le montagne e il primo albergo si trova nel paese di Posof distante quindici chilometri da noi. Come sempre, segno della croce e via. La strada è pessima, non vediamo oltre due metri, mangiamo la polvere dei camion che arrivano nel senso opposto e, anche in questo caso, le raccomandazioni ad Allah e Dio non si sono contate. Finalmente, alle 22.00 (in dogana abbiamo guadagnato un’ora entrando in Turchia), arriviamo al hotel Klas di Posof che, per il luogo dove si trova, è più che onesto. Viviana era talmente tesa per gli ultimi quindici chilometri che ha letteralmente stritolato il dolce che aveva preso al duty free della frontiera. Ci sistemiamo e vogliamo andare a mangiare qualcosa in città, ma riprende a piovere. Fa niente, ci arrangiamo con una tazza di thè dell’albergo e quel che resta del dolce disintegrato dalle mani del mio navigatore. Andiamo a letto consapevoli del fatto che domani ci attenderanno le montagne che, per ben due volte, ci hanno fatto rimanere a piedi. Siamo un po’ preoccupati, ma non ci sottrarremo a questa nuova sfida.

Marco D’Agostino

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