Vespa Raid to Armenia: Trebisonda – Passo del Godertzi (Georgia)

Il Vespa Raid to Armenia è ad un punto cruciale: passato il confine con la Georgia

Uno dei tanti the offerti nel corso del viaggio

VESPA RAID TO ARMENIA, il viaggio in Vespa di Marco e Viviana attraverso 5 Paesi.

QUINDI? COSA VOGLIAMO FARE? - La mattina ci svegliamo con l’intenzione di ritentare la scalata all’Armenistan. Solo che se diciamo una cosa del genere ai nostri amici di Trebisonda, ci fanno fuori. Abbiamo appuntamento alle 09.30 davanti al nostro albergo, vogliono fare colazione insieme a noi per poi “scortarci” per una cinquantina di chilometri. Appena arrivano, gli diciamo che la nostra idea è andare verso Oriente e loro, giustamente, strabuzzano gli occhi. All’inizio non capiscono ma poi prendono atto che è il nostro obbiettivo e comprendono cosa ci spinge ad affrontare tutto questo bordello. Va bene, una volta convinti i ragazzi del Moto Garaj si parte destinazione posticino sul Mar Nero.

PER ME UN LATTE MACCHIATO, GRAZIE! - Usciamo da Trebisonda in formazione da frecce tricolore (noi eravamo il Pony 6) e ci dirigiamo verso la città di Rize dove, poco fuori, ci fermiamo a fare colazione. I ragazzi del Moto Garaj ci spiegano che quella non è la classica colazione di tutti i giorni ma quella della domenica, specialmente sul Mar Nero. In primo luogo arriva il thè, ottimo. Poi, vassoiata di olive, insalata di verdure (pomodori, zucchine, finocchi), yogurt, miele e carne, tutto da “spizzicare”con il pane. Il tutto da piatti comuni, nessuno ha il proprio piatto. Dopodichè, arriva una simil-pizza metà con carne del kebab (quello vero, mica quello che mangiamo in Italia) e metà con un formaggio giallo della zona con, dulcis in fundo, uova apparecchiata sopra.

DECIDE LA SORTE - A metà simil-pizza sono in difficoltà ma non posso lasciare, questi si offendono al punto tale che non saprei come potrebbe degenerare la cosa. Allora mangio tutto. Guardo il piatto di Viviana e anche lei ansima come un pesce fuor d’acqua. Dallo sguardo comprendo che vorrebbe un chilo di bicarbonato o una lavanda gastrica. Riusciamo a finire tutto ma siamo due pugili suonati e, anche se tutto era eccezionalmente ottimo, le porzioni erano altamente fuori dai nostri limiti. Mentre sono in preda alle “possessioni digestive”, il Dottore ritira fuori il discorso dell’Armenistan, che è troppo lontano, etc etc. Mi sembra parlare come Sarkozy quando si è presentato ubriaco in sala stampa dopo il vertice con Putin e, in un inglese molto dubitativo, gli ho fatto intendere che sarebbe stato il fato a decidere. Testa Armenia, croce si torna a casa. La monetina viene scagliata in cielo e, dopo qualche piroetta, atterra nella mano del Dottore. Apre e vede la testa di Atatürk. Viviana, prepara le valige, andiamo a Yerevan.

Il confine con la Georgia

Il confine con la Georgia

Verso la fine riesco a sgattaiolare dentro e pagare la colazione a tutto il tavolo. Il titolare, appena visto cosa diavolo ho combinato, esce fuori ad avvisare al tavolo del mio gesto inconsulto. Guardate, è quasi impossibile offrire qualcosa ad un turco: loro ti offriranno l’anima, ma tu non puoi. Mentre stiamo per alzarci, arriva un BMW GS con due italiani e un tale zio Aldo, anche lui vespista. Si fermano e ci scambiamo due parole, anche loro sono diretti a Yerevan. Mi ha fatto piegare quando gli ho chiesto se anche lui fosse riuscito a pagare l’autostrada, la sua risposta è stata la seguente: “Ue, io son di Genova!”. Loro dormiranno ad Ardahan, la via “maledetta” del nostro viaggio. Ci salutiamo nella speranza di incontrarci sulla strada. Intanto, riprendiamo la strada e, dopo, venti chilometri ci congediamo dai ragazzi del Moto Garaj. Il Dottore mi regala due scarpette di lana fatte da sua madre come portafortuna che, immediatamente, attacco davanti al mio Kamel Bag.

GEORGISTAN -  Ripartiamo direzione Batumi, non prenderemo la strada per Ardahan (troppi problemi e scaramanzia). Arrivati alla città di Hopa, sul Mar Nero, inizia la fila della dogana per i Tir (20 km). Noi viaggiamo sulla corsia di sinistra e i camionisti sono accampati come possono sulla strada. All’improvviso, dopo una galleria della città di Sarp, arriviamo al confine turco – georgiano. Alla frontiera turca nessun problema mentre in quella georgiana succede di tutto. La funzionaria non riesce a leggere il libretto del Piaggio e, quindi, dobbiamo spiegare voce per voce il documento. Inoltre prende i nostri passaporti osservandoli controluce come se fosse un gratta e vinci dal quale carpire se c’è la vincita. Dopo un’ora aprono la sbarra e, finalmente, entriamo in Georgistan.

Ci dirigiamo verso Batumi per prelevare il contante e, successivamente, prendiamo la strada per Khulo, in montagna. Dopo alcuni chilometri la vegetazione diventa rigogliosa e la strada molto scorrevole. Il paesaggio è straordinario, verde e incontaminato a fondo valle tra le imponenti montagne. Arrivati a Khulo, inizia il dramma. Dopo ottanta chilometri di strada scorrevole ci troviamo ad affrontare cinquanta chilometri di sterrato pesante, alle 19.00 di sera con un Passo di montagna a 2.025 metri. Cosa facciamo? Tornare indietro no, quindi procediamo. La strada è veramente schifosa, il paesaggio comincia a venir meno per il sopraggiungere dell’oscurità. A bordo del Piaggio si balla che è una meraviglia. Diventa buio e il faro della Vespa non illumina più nulla se non una visibilità ridotta a 3 metri. Dopo venticinque chilometri, stremato dalla fatica e dalla tensione, ho iniziato a pregare sia Dio che Allah di tirarci fuori da questa dannata situazione.

La cena nel rifugio del passo Godertzi

La cena nel rifugio del passo Godertzi

PASSO DEL GODERTZI – Alle 22.00 finalmente, dopo aver percorso la salita tra polvere e mancati frontali con i camion georgiani che non hanno un minimo di regole, arriviamo sul Passo del Monte Godertzi. Entiamo in una catapecchia di legno a chiedere informazioni e, una signora georgiana, ci fa capire che possiamo mettere la tenda nel suo giardino. “Niet” rispondiamo, facendo segno con le mani di un tetto per dormire. Alla fine, in mezzo alla tormenta di vento, ci accompagna cento metri fuori e, nell’oscurità, compare il fantastico rifugio. Entriamo con lo spirito di chi vuole protezione da quattro mura e la famiglia che gestisce l’attività ci dice – in russo – che possiamo dormire lì. Finalmente, affronteremo domani i rimanenti quindici chilometri di sterrato. Intanto ci sediamo e mangiamo i piatti tipici della zona, di cui non ricordo assolutamente il nome. Siamo ancora vivi per oggi.

Marco D’Agostino

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