Van Sant insegna: la vita fugge, “l’amore resta”

La vita, quanto la morte, resta ancora un mistero irrisolto. È un assunto da elevare, forse, ad unico dogma esistenziale, stanchi come si è, a volte, di filosofie astratte spesso incapaci di dare un senso a gesti, opinioni, idee e situazioni che, invece, rischiano di richiedere sottrazioni di genuflessioni mentali quantomeno complesse e poco ascrivibili ad un comune pensiero. Innumerevoli sono gli eventi che concorrono a riempire l’esistenza di un individuo, così come misera è la possibilità di fare tesoro di alcuni di essi per scopi di evoluzione personale. Difficilmente ascrivibile alla categoria di “grande film”, l’esistenza terrena sembra invece assomigliare più ad un vasto recipiente il cui contenuto altro non è se non un miscuglio indistinto e indistinguibile di situazioni belle e brutte, di sorrisi e lacrime, di doni e perdite, di inconsapevolezze e prese di coscienza. Una soluzione chimica, insomma, a base di sofferenze ed inganni della sorte più che di frammenti indimenticabili di momenti eternamente condivisibili per ricordare (alla propria anima e a quella del prossimo) di detenere ancora la dote del respiro. Ma si tratta, con indiscutibile evidenza, di frammenti microscopici pur sempre vivi e pulsanti, tanto importanti da meritare quella sopravvivenza che solo uno stato d’animo conscio di una simile possibilità può conseguire.

Sforzarsi, fino alla fine, di ricordare, nel marasma emozionale umano, soprattutto i momenti belli: sembra essere proprio questo uno dei tanti messaggi lanciati da un ritrovato Gus Van Sant attraverso il suo nuovo L’amore che resta (in origine Restless, titolo ben più appropriato per via del saggio gioco di concetti tra la fine imminente e il desiderio di restare “senza riposo” negli attmi che rimangono da spendere). Il tutto attraverso una chiave di lettura esistenziale assolutamente priva di eccessi zelanti (sia tecnico-linguistici che tematici) inutilmente preda di studi sovrumani.

Personaggi semplici (anche troppo) in situazioni universali: la grande carta da giocare (una delle tante, nonostante tutto) in favore del cinema in quanto linguaggio dell’anima, oltre che verbo altro, lungimirante, divinamente onnicomprensivo da “settima arte”. Chi cerca, dunque, in un piacevolmente rinnovato ed inedito Van Sant una sorta di cinema di poesia rimarrà in parte deluso. Non c’è spazio per comodi (e a volte facili) eccessi lirici, né per particolari sperimentalismi che, comunque, tanto hanno già detto proprio in ambito di fondamentale ed estremo rinnovamento linguistico (la fatidica “trilogia della morte” che faceva del mastodontico minimalismo di Gerry, Elephant e Last days un serbatorio di sperimentazione di ordine, durata e frequenza linguistica puramente “genettiana”). Di morte si parla, si, ma con un registro stilistico completamente differente, testimonianza ferrea di come il cineasta di Louisville abbia sempre saputo gestire a proprio piacimento, da vero maestro, il mezzo a disposizione (operazione riuscita già col fortunatissimo Will Hunting – genio ribelle e con il “meticcio” Milk, una storia lineare narrata con espedienti stilistici da esperimento mascherato).

Il giovane Enoch (Henry Hopper, identico al compianto padre Dennis a tratti anche per bravura) è un assiduo frequentatore di funerali altrui come sorta di espiazione per aver mancato quello dei suoi genitori, deceduti in un tragico incidente stradale. Perennemente a rischio denuncia, ad uno di questi incontra la coetanea Annabelle (Mia Wasikowska: sarà davvero la rivelazione di cui tanto si parla?), una ragazza che, dopo un po’, gli confessa di essere malata terminale di cancro al cervello e di avere solo altri tre mesi di vita. Giro di boa: invece di chiudersi in se stessa in un pur giustificabile orrore per l’eventualità di un nulla eterno, Annabelle accettà di vivere a più non posso gli ultimi giorni accanto ad Enoch, cercando di sfruttare i restanti novanta giorni nella più totale serenità derivante anche dall’accettazione di un destino fin troppo beffardo e crudele. Nasce un amore vero tra i due, un sentimento che lo stesso Enoch non aveva forse mai provato e che Annabelle gli concede di assaporare anche solo per poco.

Ci si potrebbe aspettare quanto di più scontato possibile da un finale comunque difficile da gestire, eppure Van Sant scandisce a chiare lettere la reale essenza delle cose, specie in un ambito così delicato e fragile: nel momento di maggior attenzione e definitivo congedo, Enoch non ha parole per commentare ciò che ha vissuto, ma solo sorrisi e ricordi. Già: ricordi. Vale a dire ciò che davvero rende un essere umano degno della sua stessa esistenza e capace di pensare alla vita come a un dono, fosse anche così ingiustamente cristallino e fuggevole.

In Restless la semplicità alberga ovunque, anche sfociando in un simpatico cinismo che, ad ogni modo, si guarda bene dall’affondare in insensata ironia. Ma il tocco di Van Sant, in un film che a momenti non sembra nemmeno suo (per questo giudicato “minore” da alcuni soggetti che, evidentemente, scrivono e parlano senza ben conoscere la caratura dell’artefice), riemerge comunque ad affermare l’eterna teoria (insita nell’opera omnia del regista) del paradosso interiore. Enoch, infatti, rincorre la morte convinto di non averla vissuta fino in fondo, con accanto persino un fantasma come amico immaginario, un giovane kamikaze giapponese della seconda guerra mondiale che lo preserva, addirittura, dal cadere in un burrone (sia materiale che esistenziale) prendendosi assiduamente cura di lui. Annabelle, invece, è rincorsa dalla fine di tutto, privata di ciò che le spetterebbe invece di diritto. L’incontro dei due, allora, avviene sul piano della condivisione di una sorta di passaggio intermedio (riscoprire la vita per lui, accettare la morte per lei) che fa di entrambi ciò in cui realmente dovrebbe consistere la conformazione l’essere umano.

Non lasciarsi abbindolare da un apparente stato confusionale, dovuto ad un pur attendibile stupore nel non trovarsi davanti ad uno schermo di tela trasformato in pagina di alta poesia, può essere la giusta chiave per leggere tra le righe di qualcosa di meno sofisticato (fa specie parlare in questo modo proprio nei confronti di un cineasta di così elevata fattura tecnica e semantica) ma ben più diretto proprio perchè universale, quindi (contrariamente, forse, a secoli di filosofia) alla portata di tutti.

Sarebbe un gran bene cominciare (anzi, tornare), una volta per tutte, a viverli davvero, certi film (anche i più sperimentali, tecnicamente difficili proprio perché dotati di messaggi capaci di uscire dal solo schermo: obbligo di visione proprio per Gerry), invece di non fare altro che teorizzare in corso di visione.

Stefano Gallone

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews