In Utero: 20 anni fa l’ultimo parto dei Nirvana e la semina grunge

In Utero, Nirvana, 13 settembre 1993.

 A vent’anni dalla nascita di In Utero, terzo e ultimo album studio di una delle leggendarie figlie del Seattle Sound, l’eco dei Nirvana si protrae senza fine nell’immaginario collettivo. Registrato nel febbraio del 1993 al Pachyderm studio di Cannon Fall per la David Geffen Company Records, In Utero simboleggia l’epitaffio metafisico di un gruppo destinato a una fine prematura, causata dalla tragica scomparsa del proprio leader appena sette mesi dopo la sua uscita.

Scalando la vetta della Billiboard 200 nel settembre del 1993, In Utero, pur non ottenendo gli stessi strabilianti consensi del suo predecessore Nevermind, si qualificherà 435° nella classifica dei cinquecento migliori dischi di sempre di Rolling Stone aggiornata al 2012, posto fra Sea Change di Beck e #1 Record dei Big Star. I tre singoli estrapolati dall’album, Heart-Shaped Box, All Apologies/Rape me e Pennyroyal Tea, confluiscono nella retorica di Kurt Cobain, volta a far luce e accusare alcune nefandezze della vita come l’aborto, lo stupro, la malattia. In Utero raccoglie brani composti da Cobain a partire dal 1990.

Resta l’album più introspettivo della discografia, dall’imperniante carica emotiva e dalla dialettica a tratti allegorica e criptica. Gli oscuri trascorsi e l’infelice epilogo di Kurt Cobain, che lo porteranno ad essere considerato un cantore del nichilismo tanto caro alla “Generazione X” e uno sventurato frequentatore del “Club 27″, costituiscono sia la croce che la delizia della sua fama. Membri di quell’ampio circolo grunge della scuola di Seattle, i Nirvana scalfiscono indelebilmente il loro nome sulla pietra della controcultura. Nato come musica di denuncia e rivalsa sociale, negli anni novanta il grunge ammalia milioni di giovani che, colpiti dalla sua graffiante forza comunicativa, si rifugiano nelle sue crude sonorità per trascendere da una realtà malata alla quale non sentono di appartenere. La scuola grunge ha ben più fitte e profonde radici dei Nirvana, i cui capiscuola Melvins, Green River e Mudhoney affondano le grinfie nella subcultura americana fin dai primi anni ottanta.

I Nirvana: Kurt Cobain, Krist Novoselic, Dave Grohl (camp-dot.com)

I Nirvana: Kurt Cobain, Krist Novoselic, Dave Grohl (camp-dot.com)

Contemporanei a Cobain ed Eddie Vedder che cantava Alive a squarciagola, girando il mondo con i suoi Pearl Jam, altri due personaggi formatisi a Seattle aprono le danze per il massiccio proliferare del grunge nel mercato internazionale. Chris Cornell, voce inconfondibile e cofondatore degli storici Soundgarden, padri di sei album in studio dal sound duro e deciso, guida le redini di un passato che non accenna a morire nel cuore dei fan assieme a Layne Staley, frontman degli ipnotici Alice in Chains la cui dipartita, dovuta a forti problemi esistenziali esacerbati dall’uso di stupefacenti, ha lasciato un vuoto incolmabile nella storia della musica. Layne viene enumerato da Made Manual come il quinto miglior cantante rock di tutti i tempi, Cornell, dal canto suo, vince assieme ai Soundgarden gli MTV Video Music Awards per tre volte, ricevendo la nomina per vari Grammy. L’opera di tali personaggi ha poi aperto le porte al post-grunge, genere nato dalla sua costola e sapientemente arricchito da gruppi di consistente fama quali i Creed, gli Stone Temple Pilots, i Foo Fighters, gli Staind, i Nickelback e molti altri ancora.

La storia del grunge, nonostante sia stata scossa da un ricco numero di musicisti, ai giorni nostri pare quasi considerata riassumibile da un’esclusiva biografia dei Nirvana. Le motivazioni di tale riscontro con il pubblico mondiale si focalizzano sulla enigmatica figura di Kurt Cobain, artista sventurato, a tratti “poète maudit”, circondato da quell’aura di mistero non poi così dissimile dalla fascinosa atmosfera che respirava Jim Morrison.

Il fenomeno del divismo nel nuovo millennio annovera figure emblematiche della scena musicale internazionale, molte delle quali appartengono ormai all’ultraterreno. Tra queste indiscusse autorità si intravede il caschetto biondo Cobain, cantore di una generazione senza tempo che si reinventa in ogni decennio, alla ricerca di quel senso del proibito la cui essenza si discioglie in ogni brivido che spunta a fior di pelle, tra l’eterno ritorno di Come As You Are o You Know You’re Right.

Rachele Sorrentino

@rockeleisrock

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