Usa, “zona morta” di alghe uccide la fauna marina

Un fenomeno simile era già accaduto in Cina, con la proliferazione della Enteromorpha prolifera (Foto: Corriere.it)

USA – Il Golfo del Messico è colpito in queste ultime settimane da un problema che – dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera DP – rischia di portare nuovi danni all’ecosistema marino, già pesantemente danneggiato. Si tratta di una vera e propria “zona morta”, così l’hanno definita gli esperti chiamati a indagare sul caso, composta da alghe e che copre una superficie di oltre 20.000 chilometri quadrati, all’incirca come l’intera Emilia Romagna.

Le alghe, concentratesi tra i fondali e le acque profonde del Golfo, sarebbero state alimentate da pesanti sversamenti di azoto e fosforo, due sostanze contenute nei fertilizzanti usati nell’agricoltura. Questi, riversatisi successivamente nei fiumi a causa delle forti piogge della stagione primaverile, sarebbero infine confluiti nel mare alimentando la formazione della “regione di alghe”, come accadde – in proporzioni ben minori – nell’estate del 2002 nel Mar Baltico.

Il rischio, che è assolutamente trascurabile per quanto riguarda l’uomo (si tratta di una zona molto lontana dalle coste), è invece grave per la fauna marina, e particolarmente per crostacei, mitili, vermi e tutte le specie animali che occupano i fondali marini, in quanto priva questi ultimi del nutrimento e, di riflesso, elimina il nutrimento dei pesci più grandi, come squali e balene, che si nutrono dei piccoli animali marini.

Per porre rimedio alla situazione, ed estirpare queste pericolose alghe giganti “soffocanti”, la National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense, l’ente che si occupa del controllo climatologico e ambientale (particolarmente attiva durante la stagione degli uragani, che va da giugno a ottobre), ha messo in campo una equipe di esperti per trovare soluzioni efficaci e rapide.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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