Usa e religione: quando le Chiese sono razziste

Il Cristianesimo è la religione dominante negli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda il Protestantesimo che racchiude a sua volta diverse e numerose confessioni: battisti, metodisti, luterani, pentecostali, presbiteriani, discepoli di Cristo, congregazionalisti, avventisti, evangelici. Le congregazioni religiose sono vere e proprie comunità che operano nella quotidianità e indottrinano - più o meno - i fedeli. La mappa - aggiornata al 2000 secondo i dati del censimento del Us Census Bureau - illustra la distribuzione delle confessioni su tutto il territorio degli Stati Uniti.

Roma – Il Paese della libertà e delle opportunità è ben lungi dall’essere perfetto e negli Stati Uniti le congregazioni religiose non contribuiscono – come dovrebbero – a creare parità o a livellare le diseguaglianze sociali.

L’ultima notizia che ha fatto discutere viene dal Kentucky, dove i dirigenti di una piccola chiesa battista, la Gulnare Free Will Baptist Church, hanno deciso di proibire alle coppie miste – quelle composte da due persone appartenenti a razze diverse – di far parte della congregazione. La mozione è passata, seppure per una manciata di voti e nonostante l’attuale pastore si sia dichiarato contrario alla proposta che, secondo i vertici della parrocchia, dovrebbe servire a unire maggiormente la comunità, anche se il come questo dovrebbe avvenire in seguito a un tale provvedimento resta un mistero.

Questo è solo un dei tanti esempi di discriminazione razziale che puntualmente le congregazioni delle diverse fedi sparpagliate su tutto il territorio statunitense mettono in atto nei confronti delle più diverse “categorie” di persone.

Venire a capo di questa situazione non è semplice, bisogna in primo luogo conoscere le ragioni del legame profondo che negli Stati Uniti esiste tra religione e vita quotidiana, forse ancor più stretto di quello che esiste in un Paese come il nostro, dove l’ingerenza della religione non è solo un’eco, ma una presenza fisica sempre più pesante e che minaccia sempre più la laicità dello Stato.

Le cause di questa presenza così forte delle religioni è da ricercarsi nelle successive ondate migratorie che hanno portato fedi e tradizioni diverse nel grande Paese, rese forti dal principio della libertà di religione, uno dei capisaldi della Nazione insieme alla libertà di informazione.

Quasi tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno fatto della propria religione un punto di forza, corroborando l'idea statunitense della "democrazia divina". Non a caso uno dei due motti della nazione è proprio "In God we trust", cioè "Confidiamo in Dio" nel senso più ampio e totale dell'espressione.

Secondo il censimento annuale del Us Census Bureau – il corrispettivo statunitense dell’Istat -  nel 2009 sono ventotto le chiese che in tutto il Paese indottrinano milioni di fedeli: l’81 per cento della popolazione è cristiana – in maggioranza protestanti, poi cattolici, anglicani, mormoni, testimoni di Geova, ortodossi e altri cristiani – l’1,4 per cento è ebreo, lo 0,6 per cento è musulmano, lo 0,5 per cento è buddhista, lo 0,4 per cento induista, l’1 per cento di altra religione – di cui fanno parte varie sette e movimenti come il neopaganesimo, cioè la congregazione wiccan –  mentre il 15 per cento si dichiara ateo o agnostico. Ciascuna fede è caratterizzata da elementi ben precisi, sebbene per certi versi possano apparire solo delle piccole sfumature.

Alle religioni tradizionali si è poi aggiunto un fenomeno di massa molto particolare, nato non a caso negli Stati Uniti dove tutto è reso spettacolare dalla grande diffusione dei mezzi di comunicazione e dal ruolo giocato dalla televisione nell’agenda setting e come opinion leader: tv e web churches, gli ormai famosi telepredicatori, personaggi capaci di bucare lo schermo e di convincere gli spettatori ad abbracciare la propria causa, ovviamente anche elargendo cospicue somme di denaro a sostegno della specifica Chiesa.

A questa presenza capillare di istituzioni e strutture religiose non corrisponde, purtroppo, lo spirito di fratellanza che ci si aspetterebbe e le Chiese somigliano sempre più a grossi gruppi di influenza, delle lobby,  che orientano la politica e anche la vita e la morte di ogni cittadino americano, tanto che la polemica sulla pena di morte e sulla discriminazione di vario genere è spesso alimentata proprio dalla posizione assunta di volta in volta dalle congregazioni che, anche nell’ambito della stessa confessione, godono di una certa autonomia decisionale, rendendo ancora più frammentaria e complicata la situazione in tutto il territorio.

Rosa Parks, la donna che nel 1955 ha dato il via al boicottaggio degli autobus a Montgomery. I cittadini di colore erano obbligati a cedere il posto ai bianchi sui mezzi pubblici o a prendere mezzi di trasporto riservati solo a loro.

Per comprendere l’importanza della religione nella vita democratica degli statunitensi basta prendere in considerazione il fatto che molti presidenti hanno fatto della propria religione un punto di forza. L’esempio più recente è quello di George W. Bush, mentre Barack Obama è stato fortemente criticato per la sua scelta di non dichiarare la propria fede e per il mancato – e sempre presente – riferimento a Dio nel discorso dell’ultimo Ringraziamento. Il perché lo ha spiegato in un’intervista il professor Emilio Gentile, docente di Storia Contemporanea presso La Sapienza di Roma: «L’America è il primo paese ad essersi fondato sulla dichiarata separazione tra Stato e Chiesa senza che questa implicasse, allo stesso tempo, alcuna separazione tra religione e politica. La religione, in quanto componente fondamentale dell’identità americana fin dalle origini, ha sempre rappresentato un fattore onnipresente nella politica americana attraverso la sua massima espressione: il presidente della Repubblica. I presidenti americani sono sempre stati uomini di fede religiosa anche se non appartenenti a specifiche chiese o denominazioni; hanno sempre invocato l’aiuto di Dio, dell’essere supremo, sia pure definito in termini più teistici che riferibili a una particolare confessione religiosa. Bisogna tener conto che l’America si è sempre considerata nei duecento anni della sua esistenza una ‘democrazia di Dio’, cioè una democrazia le cui origini risalgono al riconoscimento che vi sono dei diritti naturali che il creatore ha dato agli esseri umani conferendo in modo specifico agli americani la missione di diffonderli».

Di democratico, però, nella ghettizzazione e nelle discriminazioni messe in atto dalle varie Chiese, c’è ben poco. Se da un lato le confessioni cercano di rilanciarsi sul “mercato della fede”, come di recente hanno fatto i mormoni con la campagna pubblicitaria costata sei milioni di dollari I am a mormon – lanciata parallelamente alla corsa per le primarie repubblicane di Mitt Romney e Jon Huntsman, entrambi di fede mormonica – dall’altro aumentano i casi di aperta discriminazione: gli stessi mormoni – numericamente deboli, ma economicamente tanto forti e influenti da potersi permettere grosse campagne “promozionali” – sono a capo, nonché principali finanziatori, della crociata contro gli omosessuali e i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Nel Midwest, un territorio sconfinato, le cliniche in cui si pratica l’aborto sono una manciata: battisti, episcopali, metodisti, cattolici, evangelisti dominano la regione, trascinando in tribunale le cliniche abortiste e uccidendo i medici che praticano interruzioni di gravidanza, come è successo al dottor George Tiller.

Altra nota dolente è la pena di morte, paradossalmente sostenuta dalle stesse congregazioni che inorridiscono nel sentire la parola aborto.

La questione più pesante, comunque, resta quella della discriminazione razziale e poco conta il colore della pelle del presidente in carica, che qualcuno tempo fa definì “abbronzato”: gli Stati Uniti vivono ancora nel razzismo.

Nonostante la battaglia sia stata combattuta su più fronti – ricordiamo Malcom X, il pastore Martin Luther King e Rosa Parks, la donna afroamericana che nel 1955 rifiutò di cedere il proprio posto in autobus a un bianco dando il via al boicottaggio degli autobus di Montgomery, raccontato dal regista Richard Pearce nel film La lunga strada verso casa – le persone di colore si trovano a dover combattere pregiudizi e ostracismo, persino gli ecclesiastici di colore devono – talvolta – fronteggiare queste situazioni.

Il Ku Klux Klan si è macchiato di numerosi delitti ai danni della popolazione di colore. Per anni ha operato in tutti gli Stati Uniti, ma soprattutto negli stati del Sud.

Negli anni Novanta si sono verificati non pochi episodi di violenza ai danni di congregazioni “nere”: diversi edifici in cui si riunivano gruppi composti nella quasi totalità da neri furono dati alle fiamme. Negli anni bui delle scorrerie del Ku Klux Klan varie Chiese appoggiarono l’operato del gruppo e oggi il numero di matrimoni misti resta relativamente basso, soprattutto se paragonato all’incidenza di matrimoni misti in Europa.

Certo non è solo la Chiesa a monte di questa situazione di profondo disagio, anche la legislazione di ogni Stato ha fatto la sua e, nonostante oggi molte di queste norme siano state abolite, il retaggio socio culturale resta impresso nel tessuto della società, sia per la popolazione di discendenza afroamericana che per i nativi americani relegati nelle riserve in condizioni vergognose.

Ma perché le varie confessioni hanno creato – nonostante le differenze – un fronte unitario sull’argomento? Soprattutto per tutelare la supremazia della razza bianca cristiana in ambito politico ed economico, un primato che non deve essere insidiato, pena lo scombinarsi di certi sottili equilibri di potere.

I bianchi colonizzatori hanno sempre ritenuto inferiori le altre popolazioni, ma al contempo hanno sempre temuto la possibilità che questi gruppi potessero riorganizzarsi e sovvertire l’ordine. La schiavitù fa ancora comodo a tutti e per farlo capire allo statunitense medio – ma non solo – non c’è miglior strumento della religione: la maschera della virtù è spesso in grado di occultare le cose più turpi e lo sguardo cieco della fede di scambiare per dottrina divina la demagogia umana.

Forse aveva ragione il secondo presidente degli Stati Uniti John Adams quando ha detto: «Questo sarebbe il migliore dei mondi possibili se non ci fosse la religione».

Francesca Penza

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