Uranio impoverito e business della guerra: un affare per pochi, un disastro per tutti

Tra giochi di alta finanza, nucleare e accordi internazionali, ecco come l’uranio impoverito sta acquisendo un ruolo importante nel mercato degli armamenti. Uno dei più redditizi del nuovo millennio

di Chantal Cresta

soldier
Molti sono stati i soldati che, tornati dai luoghi di guerra, sono morti a causa della Sindrome dei Balcani

«La preoccupazione immediata di medici, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie e di chi dà lavoro agli esuli sul posto è la minaccia di una vasta contaminazione da uranio impoverito in Afghanistan.» Con queste parole terminava, nel 2002, un rapporto di 130 pagine intitolato Mystery Metal Nightmare in Afghanistan? (Incubo da metallo misterioso in Afghanistan?) di Dai Williams, ricercatore britannico e psicologo del lavoro per il The Eos Life ~ Work Resource Centre. In esso, l’autore denunciava l’enorme concentrazione di radiazioni di uranio – di molto superiori alla norma – misurate in Afghanistan dopo l’operazione Enduring Freedom del 2001, nella quale gli Stati Uniti scesero in campo contro le organizzazioni talebane presenti sul territorio in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001. Lo studioso era arrivato a concludere che un tale tasso di radioattività è giustificabile solo in seguito all’esplosione di parecchie tonnellate di materiali bellici caricati con uranio impoverito.

La ricerca di Williams potrebbe essere completata con le analisi dei dati rilevati in altre località, teatri di guerra negli ultimi 15 anni: prima Guerra nel Golfo (1991), Bosnia (1995), Kosovo (1999). In ognuno di questi paesi vi è il dubbio che le forze nemiche in campo abbiano fatto grande uso di armi all’uranio impoverito, con conseguenti danni all’ambiente, alla popolazione e agli stessi militari in missione, spesso ignari della reale portata distruttiva dei mezzi in dotazione.

L’uranio impoverito o depleted uranium (DU) si ottiene come scoria radioattiva dalla lavorazione dell’uranio arricchito, più spesso prodotto nelle centrali nucleari a scopi civili per la fornitura di energia. Per la sua alta densità e un relativamente basso punto di fusione, pari a 1132° C, il DU è impiegato a scopo bellico come ottimo componente a basso costo e facile da lavorare per munizioni anticarro e per missili di abbattimento di bersagli sotterranei in roccia o cemento armato. Inoltre, il DU è piroforico, ovvero ha una carica cinetica molto elevata che gli consente d’incendiarsi se sottoposto a sollecitazione.

Missile al DU: l'esplosione satura l'aria di nanopolveri tossiche

Queste caratteristiche fanno dell’uranio impoverito una componente particolarmente devastante: missili e proiettili al DU sono in grado di forare qualunque tipo di corazzatura e, una volta colpito l’obiettivo, esplodono per effetto della densità e dell’alta energia cinetica. Tutto viene polverizzato in infinitesimi frammenti, incandescenti fino a 3000° C e della misura di 1,5 micron. Dunque respirabili. Infatti dopo una deflagrazione l’aria si satura di una fitta polvere nera, o nanopolvere di ossido di uranio, possibile fonte di tossicità interna per l’organismo. In effetti, sembra che l’assorbimento di nanopolveri all’ossido di uranio per via orale o aerea sia la principale causa della formazione di neoplasie quali, il linfoma di Hodgkin, e poi cancro, tumore, leucemie, gravi stati depressivi e altre patologie particolarmente invasive e mortali, più comunemente note con la definizione di Sindrome dei Balcani. In Italia, si ricordi il caso del soldato Salvatore Vacca, uomo perfettamente sano, morto subito dopo il suo ritorno dalla Bosnia nel 1999, per una forma fulminante di leucemia. Dopo di lui si ammalarono altre 500 persone, 45 mortalmente.

I casi italiani non sono gli unici. Le morti sospette di militari deceduti in seguito alla Sindrome dei Balcani si riscontrano in tutti gli eserciti degli Stati membri UE e della NATO. Tuttavia, le autorità dei rispettivi paesi hanno sempre negato l’impiego di armi chimiche nei conflitti. Inoltre, ad oggi,  non esistono ricerche scientifiche inoppugnabili che dimostrino il legame di causa-effetto tra l’esposizione a nanopolveri velenose e le patologie riscontrate da soldati e popolazione nativa, il che ha prodotto una grave lacuna nell’impianto legislativo internazionale intorno al divieto dell’uso di armi chimiche in guerra. Lo stesso Codice UE, pur fornendo delle linee guida in materia di commercio d’armi ed una Lista Militare Comune di equipaggiamenti concessi alle forze armate, da cui sono escluse le armi chimiche, non prevede alcun vincolo legale, ma solo uno status di accordo politico, tanto diplomaticamente corretto, quanto aggirabile dalle politiche interne dei singoli paesi.   Continua a leggere –>

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

1 2

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Una risposta a Uranio impoverito e business della guerra: un affare per pochi, un disastro per tutti

  1. Pingback: nuova resistenza » Wakeupnews » Share News » Uranio impoverito e business della guerra: un affare per pochi, un disastro per tutti

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews