Università. Test d’ingresso: meritocrazia o spreco di capitale umano?

ilfattoquotidiano.it

Roma – Per molti i primi giorni di settembre coincidono con l’apice del livello di frustrazione, vuoi perché si torna a lavorare dopo le ferie estive, vuoi per gli esami della sessione autunnale. C’è anche chi si deve sottoporre ai quei “famosi” test di ingresso universitari che da anni creano polemiche in tutta Italia.

Si è iniziato il 4 settembre con Medicina ed Odontoiatria. In attesa dei risultati, gli studenti che hanno tentato l’impresa sono circa 77 mila. I posti disponibili? Circa 11 mila. Il che vuol dire che soltanto uno studente su otto riuscirà ad immatricolarsi.

Poi si prosegue con le altre facoltà, che prevedono il numero chiuso per legge, come Veterinaria (in media, dieci candidati per posto) ed Architettura (30mila per 8.720 posti). In aggiunta ci sono anche quelle università, che a loro discrezione, impongono l’accesso programmato per i propri corsi di laurea.

Nel frattempo si sono sollevate le prime polemiche. Il sindacato studentesco Udu (Unione degli Universitari), che da anni si batte per far abolire il numero chiuso nelle università, già lunedì aveva organizzato dei flash mob in tutta Italia per manifestare il completo dissenso a questo sistema di sbarramento. Come ha spiegato il coordinatore del sindacato Michele Orezzi: «Si tratta di un vero e proprio divieto all’accesso al sapere».

Sembra legittima, quindi, la domanda che ormai circola da anni: è giusto mantenere i test d’ingresso nelle università o si tratta di un semplice spreco di capitale umano?

Se analizzato dal secondo punto di vista, si può affermare che il numero chiuso lede quel diritto allo studio garantito dalla Costituzione. Bisogna valutare, successivamente, se questi test, per come sono strutturati, svolgono a tutti gli effetti quella funzione di scrematura secondo il principio della meritocrazia.

Prendiamo come esempio l’esame di ammissione per Medicina (dove si registra il più alto numero di domande di partecipazione da parte dei giovani). Gli aspiranti medici devono rispondere ad 80 domande a risposta multipla su argomenti di cultura generale, logica, matematica, fisica, biologia e chimica. Soltanto gli studenti più validi, teoricamente, dovrebbero superare questi quiz. Il problema è, oltre il discutibile contenuto di alcune domande (quest’anno alcune erano sullo spread, l’Imu e il muro di Berlino), che nessuno dei candidati è mai riuscito a raggiungere il risultato perfetto di 80 su 80. Se in media colui che passa il test risponde esattamente a 60 domande, diventa abbastanza inutile avere così tanti quesiti se poi anche il più “valido” non supera quella soglia.

Altro problema, prendendo sempre come riferimento Medicina, riguarda il post laurea: il numero di posti messi a bando per le specializzazioni e per medicina generale è inferiore al numero dei futuri laureati.

Inoltre c’è il problema delle graduatorie uniche. È vero che quest’anno sia per Medicina sia per Odontoiatria sono aumentate le aggregazioni degli atenei (dodici in tutto); lo stesso non vale, per esempio, per Veterinaria (soltanto due aggregazioni: Bologna, Milano, Parma, Padova e Teramo/Camerino) e Architettura (la sola aggregazione prevista è quella tra Napoli e Salerno).

Altro fattore da prendere in considerazione è il business che gira attorno agli studenti che non riescono a passare la soglia di sbarramento: cifre che si attestano sugli 80-120 mila euro per studente. Si sta parlando di quegli istituti di preparazione universitaria (come il Cepu) che promettono un posto sicuro negli atenei esteri.

Analizzando, invece, il punto di vista dei sostenitori dei test di ammissione, prima di tutto bisogna approfondire il discorso del diritto allo studio. È vero che la Costituzione (art.33 e 34) sancisce «l’istruzione obbligatoria e gratuita», ma fa riferimento a quella di base, relativa ai ragazzi dai 6 ai 14 anni. Per quanto concerne gli studi superiori, lo Stato garantisce l’accesso ai «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi», tramite l’erogazione di borse di studio (anche se sono discutibili i parametri per entrare nelle graduatorie, e non bisogna dimenticarsi dei tagli che sono stati fatti in quest’ambito).

Michele Orezzi, coordinatore dell'Unione degli Universitari

Per quanto riguarda il contenuto dei quiz, è giusto pensare che fare domande sulle materie specifiche previste in quel corso di laurea non sia proficuo: non tutti i neo diplomati hanno un background culturale  su questi argomenti.

E poi c’è la questione inerente l’università dal punto di vista delle strutture e delle offerte didattiche. In termini pratici, sarebbe impossibile da parte degli atenei poter affrontare una domanda così ingente d’istruzione universitaria. I rischi sono: aule sovraffollate, un’offerta didattica non all’altezza, aggiunta di corsi, che nella realtà dei fatti sono inutili. Bisogna sottolineare come le tasse d’iscrizione coprono soltanto una minima parte dei costi per tenere in piedi un’università. Contando poi che i tagli all’istruzione sono all’ordine del giorno, le risorse a disposizione son sempre più scarse.

Immaginiamoci cosa accadrebbe negli atenei se i 77 mila studenti, che hanno tentato il test di ammissione in Medicina, avessero la possibilità di accedere liberamente a questi corsi di laurea.

Utopisticamente parlando, in molti di noi vorrebbero vedere abolire queste barriere all’istruzione, perché rappresentano, in apparenza, una contraddizione. Si è convinti che anche senza test, la scrematura possa avvenire per una sorta di “selezione darwiniana”.

La soluzione, però, deve essere un’altra: di solito la giusta via da intraprendere si trova sempre nel mezzo. Già prendere in considerazione la “legge Fioroni”, che prevede l’aggiunta di 20 punti nei test sulla base dei risultati conseguiti negli ultimi tre anni delle superiori, è un miglioramento costruttivo. Lo stesso vale per l’eliminazione dei quesiti di cultura generale.

Una cosa è certa, parlare di “meritocrazia”, attualmente, sembra un termine menzionato soltanto perché risulta orecchiabile a molti. Semplice “scrematura” è la definizione giusta, che non sempre è sinonimo di efficienza.

Giorgio Vischetti

foto|| universita.it; il fattoquotidiano.it; lanuovaprovincia.it

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  1. avatar
    lidia 09/09/2012 a 08:57

    nei test non deve essere valutato il voto del diploma, per mia esperienza nel liceo che frequentava mia figlia alzavano i voti solo
    agli alunni che sono figli di ….. professori , nobili , amici.
    Una mamma

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