Università. Atenei in crisi: si sono persi la Statale di Milano

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Roma – Oibò, è sparita la Statale di Milano. Dissolta. Evaporata nel calderone della crisi. Quella economica e quella accademica.

La notizia sullo stato dell’Università italiana rimbalza in Rete in ogni dove e facilmente sarà preda di campagna elettorale. Solo che i dati emersi dal Consiglio universitario nazionale (Cun) in materia di nuove immatricolazioni, non si risolvono con qualche chiacchiera né da politici in altre faccende affaccendati né da amministratori d’ateneo troppo occupati a cercar colpe fuori dalle rispettive sedi.

Dice il Cun: negli ultimi 10 anni le nuove iscrizioni sono crollate di 58.000 unità passando da 338.482 a 280.144 dell’anno 2011/2012. Come fosse scomparsa la Statale di Milano. Inoltre, il calo non riguarda solo gli studenti ma pure i docenti, caduti di un 22% rispetto al 2006. I maggiorenni diplomati che scelgono di continuare a studiare sono sempre meno: il 47% nel 2010 contro il 51% del 2008, con un calo di 4%. E le previsione per il futuro sono nere perché i dati sono in progress. Così pure l’Ocse punta il dito: la media dei laureati italiani è al 19% contro il 30% di quella europea.

Cun smarca subito il sistema universitario da ogni addebito. La colpa, spiega, è della politica la quale poco e male investe in ricerca senza contare le mancate nuove assunzioni causate dal turnover al 20%, imposto dal Dl 95/2012 sulla spending rewiev. Una diavoleria tecnica dei Tecnici, per cui ogni ateneo è tenuto a bloccare le assunzioni secondo parametri vincolanti: 20% per il 2013-2014, 50% nel 2015, 100% nel 2016. In breve: nell’anno in corso, su 5 pensionati, un ateneo potrà assumere un solo docente, sia esso ricercatore od ordinario. Risultato: razionalizzazione dei corsi.

Altra colpa della politica, dicono dal Cun, è la mancata attuazione del diritto allo studio per l’elargizione di borse di studio con un calo, nel 2011, del 25%. Anche qui numeri in aumento.

Politica colpevole, dunque. Solo che il Cun non la racconta tutta. O meglio, cita al volo un paio di dati che meriterebbero ben altro approfondimento. Per esempio: la percentuale dei fuori corso è al 33,6% e di chi non dà esami al 17%. Attenzione perché i numeri si completano con il dissesto economico universitario aggiungendo un elemento: non solo l’Univesità italiana è povera ma pure poco allettante. Qui non si parla solo di un certo numero di fannulloni con poca voglia di studiare. Pare una scelta generazionale: chi finisce la scuola non va all’Univesità e chi c’è la snobba o la abbandona. Di conseguenza par difficile attribuire ogni responsabilità alla politica perché le cause sono ben più profonde. Solo tre fatti che non spiegano tutto ma disegnano molto: a) crisi; b) riforma degli ordinamenti; c) assenza di legami con il privato.

a) Recessione e disoccupazione ammazzano i consumi e svenano le famiglie. Inevitabile rendano difficile il pagamento delle tasse universitarie in costante aumento (280 milioni di euro tra 2007 e il 2011) perché gli atenei mettono in conto agli studenti il proprio rosso. E sia. Solo che val la pena capire come i buchi si siano formati. Le leggi 133/2008 e 240/2010 in materia di gestione universitaria, hanno garantito al sistema la possibilità di affrontare il taglio dei fondi unendosi in fondazioni di diritto privato al fine di rendere più efficiente le strutture accademiche. Posto che le fondazioni sono spesso abusate, il dato più rilevante al quale si è dato corpo su scala nazionale è stato un fiorire di sedi anche piccolissime, nonché di cattedre ad hoc pensate più per gli insegnanti che per gli studenti.

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b)  Prerogativa del tutto fu la riforma Berlinguer sul nuovo ordinamento del 1999 tanto chiesta dagli atenei. Lo scopo era di rendere lo studio universitario più moderno e affine al mondo del lavoro. Una cambiamento buono nel principio ma mal gestito, che abortì così: studiare meno, laurearsi prima e piazzarsi sul mercato al più presto. Finì che le università si sono trasformate in costosi diplomifici senza reale criterio discrezionale sulle competenze elargite agli studenti. In compenso il numero di corsi di laurea (spesso inutili) è cresciuto con velocità incalzante. Sicché sapere che ora la tendenza è opposta – i corsi si razionalizzano insieme al numero degli insegnati – non stupisce. Stupisce, invece, che i risparmi ottenuti dal turnover saranno nella totale discrezionalità degli atenei per le spese che riterranno più opportune senza alcun controllo super partes.

c) Ed è un peccato, perché essere sicuri che i denari siano stanziati per nuove partnership con il mondo dell’impresa darebbe quello sprint intavolato nella riforma del ’99 e ripreso dalla Gelmini nel 2010: far uscire le università dall’autoreferenzialità per farne strutture di inserimento sociale ed occupazionale, oltre che accademiche, capaci di capire ed assecondare le esigenze del mercato e delle aziende formando con loro i cervelli competitivi di domani. Ma tutto questo è di là da venire.

Chantal Cresta

Foto || agi.it; iljester.it

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