Università. Anche Crosetto cade sulla laurea. Troppa importanza al titolo

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Guido Crosetto (lospiffero.com)

Roma – Millantare titoli di studio mai conseguiti non è solo questione etica ma pure pratica. Tanto più se chi dichiara quello che non è, è persona nota che vorrebbe far politica di programmi sulla riformulazione del comparto Istruzione nazionale.

Sul primo argomento non ci si pronuncia: ognuno la pensi come crede secondo coscienza. Sul secondo tema due riflessioni sono da fare.

Oscar Giannino, ottimo giornalista, grande esperto di economia e diritto nonché leader dimissionario di Fare per Fermare il Declino, sarà a lungo additato per i vantati master alla Chicago University e le due lauree in Economia e Giurisprudenza. Peggio per lui. Il fatto è che l’offerta elettorale del suo movimento – prima di essere bocciato senza clemenza dall’ultimo voto – spendeva sulla rifondazione del sistema educativo, soprattutto universitario, tante parole e buone idee. Il programma proponeva: concorrenza fra istituzioni scolastiche, selezione meritocratica di docenti e studenti, abolizione del valore legale del titolo di studio.

Guido Crosetto, ex pidiellino, studioso di economia e attuale segretario fondatore con Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, è in imbarazzo per un malinteso intorno ad una laurea in Economia e Commercio all’Università di Torino mai conseguita. Lui spiega che la rivelazione fatta da Lo Spiffero è frutto di: ‹‹Una debolezza. Una bugia singola e inutile. Che fa parte dell’umanità››, perché dice, ‹‹mi è successo qualche volta nella vita di rispondere sì alla domanda di singoli: sei laureato? Sì››. E sia. Poi però si dà un’occhiata al programma dei Fratelli e questo appare: riduzione dei tempi di ottenimento dei titoli professionali e rafforzamento del legame tra sistema formativo e imprese.

Si citano i due piani perché sono l’uno affine all’altro nella logica: più studio professionale già dalla prima formazione, competizione tra gli istituti, maggiori rapporti con il mondo delle imprese e le loro esigenze in cambio di maggior disponibilità a continuare la formazione specifica dello studente. Infine, ripensamento del valore del titolo di studio. Il quale titolo, rimane importante, ma non certo determinante per decidere delle capacità e qualifiche di un candidato.

Il provincialismo sulla balla da laurea cela il gran male di cui soffre l’istruzione italiana e, in particolare, l’università: troppo rilievo al “pezzo di carta”, la vanità da diploma, la non confessata certezza che mancanza di attestato implichi minor voce professionale. Bazzecole sulle quali vivono e si nutrono da decenni baronie universitarie a tutto scapito dell’efficienza degli atenei. I quali atenei, a dire dello stesso Consiglio universitario nazionale lo scorso gennaio, perdono nuove immatricolazioni alla velocità di 58.000 unità l’anno. Cosa che spinge i rettori a chiedere più soldi allo Stato invece che domandarsi cosa fare per ridare valore alle lauree.

I titoli vanno annullati nella loro natura legale non per screditare il ruolo della formazione ad alto livello ma per renderlo davvero tale, aprendo le porte di concorsi e selezioni ad un più ampio respiro di candidati che si pongano nell’ottica della concorrenza non del prestigio personale del loro relatore di tesi.

Oscar Giannino

I finanziamenti non possono essere elargiti senza alcuna ragione d’utilità. Devono essere meritati secondo statistiche annuali che indichino i numeri dei neo laureati-neo assunti, le Facoltà da cui essi provengono e quali sono le attività culturali-professionali-aziendali promosse dagli atenei che hanno permesso questo. Il denaro va guadagnato non preteso.

Le tasse vanno redistribuite sulla base del reddito familiare, non c’è dubbio: il più benestante deve pagare quota maggiore. Ma vanno anche alzate a tutti. Attualmente l’università italiana è una delle meno costose d’Europa per singolo studente, salvo essere la più onerosa per rapporto costi-benefici. Il circuito va invertito. Il principio del diritto allo studio che massimalizza tutti può sembrare cosa buona ma implica: a) che l’università sia finanziata per la maggior parte dall’Erario pubblico; b) che l’investimento personale sul proprio futuro sia garantito con più facilità a chi ha denari da spendere perché finanziato da tasse comuni, comprese quelle dei meno danarosi. Dopodiché dovrebbe essere affare di istituti d’istruzione e di credito creare delle corsie preferenziali per i meritevoli di borse di studio.

Ecco, in estrema sintesi, quali erano le proposte di due bravi professionisti che predicano bene e razzolano sul titolo accademico. Peccato.

Chantal Cresta

Foto || lospiffero.it; cdn.blogosfere.it

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4 Risponde a Università. Anche Crosetto cade sulla laurea. Troppa importanza al titolo

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    alessandra 04/03/2013 a 09:44

    ecco visto che siete tanto bravi cominciate a scrivere Crosetto… non corsetto. quello è un’altra cosa. Poi sull’università italiana che sarebbe la meno cara in Europa informatevi meglio. Alzare le tasse? quando la finirete con queste idee liberiste che stanno affamando il mondo? che schifo.

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      Chantal Cresta 04/03/2013 a 19:04

      Grazie davvero per la correzione. Colpa mia.
      Sulle idee liberiste, spiace che le facciano schifo, ma la situazione dell’università italiana è figlia di un’impostazione ancora peggiore. Che poi siano le idee ad affamare il mondo mi pare dichiarazione alquanto vaga. Ricordo solo che le manovre di austerità non arrivano dalla messa in azione di teorie liberiste ma di pratiche neo-nazionaliste.
      Sulla tassazione, attenzione: in fatto di tasse l’Italia si posiziona al terzo posto dei paesi in area Ue ma su un rosa di 8 paesi. Il paese con minor esborso (dato Udu 2012) è la Francia, quello a maggior spesa la Gran Bretagna. Faccio notare, tuttavia, che si tratta di nazioni dove la tassazione erariale è di molto inferiore a quella italiana. Dato fondamentale perché da noi il credito allo studio è concesso quasi esclusivamente solo da Erario generale, profuso a pioggia e senza reale valutazione di intenti e meriti. Il che rende il peso delle tasse accademiche certamente spropositato in termini pro-capite ma insufficiente in termini di inserimento e coesione socio-professionale. Insomma, siamo all’anno zero rispetto ad altre università europee dove a maggior spesa (familiare perché trattasi di investimento sul proprio personale futuro), risponde miglior rapporto costi-benefici ovvero: mi laureo e trovo lavoro prima e a stipendio mediamente più alto.
      Rimangono gli altri paesi, soprattutto del Nord Europa (dall’Austria alla Svezia), la cui tassazione è ridotta quasi a zero. Ma si tratta di strutture economico-fiscali-sociali assolutamente diverse. Basti pensare alla Danimarca che impone tassazioni al 48% del Pil ma gode di buona salute di cassa a tutto vantaggio del welfare nazionale. Da noi si potrebbe mutuare il sistema iniziando a liberare risorse ora nella disponibilità dello Stato per investire sulla ricerca. Cosa attualmente possibile solo con dismissioni e liberalizzazioni. Altre proposte liberiste. Non so se le ho fatto passare un po’ di nausea.

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  2. avatar
    alessandra 06/03/2013 a 10:03

    no le sue posizioni me l?hanno fatta decisamente aumentare; si tenga pure i suoi modelli Cameroniani io mi tengo i miei. Grazie.

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  3. avatar
    Franco 01/02/2017 a 12:53

    Il valore legale dei titoli accademici non verrà mai abolito perché, così facendo, il legislatore finirebbe per delegittimare il ruolo svolto dall’università.

    Rispondi

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