“Una notte da leoni 2″, il branco a Bangkok

In campo la stessa formazione del primo capitolo, ma non cambiando l’ordine degli addendi, il risultato… stanca. La storia si ripete, dopo due anni. Todd Philips torna a dirigere il famoso trio del prequel Una notte da leoni, una folle e interminabile serata di addio al celibato a Las Vegas, che ha incontrato l’approvazione di pubblico e critica.

Dagli Stati Uniti a Bangkok, Thailandia, terra di tragressioni ed eccessi, il sequel è una riproposizione delle formule di successo, insomma i produttori sembravano avere le idee chiare che “squadra che vince non si cambia”. I giocatori Doug, Phil, Stu e Alan ancora insieme, quindi, per festeggiare, questa volta, l’imminente matrimonio di Stu. Stesso motore dell’azione, stessa trama. I tre amici (Doug si tira da parte volentieri) si risvegliano in un sudicio albergo del peggior quartiere al centro della città, non ricordarsi niente della notte appena passata: «Abbiamo combinato un casino. Un’altra volta» sono le parole emblematiche di Phil.

Che la caccia abbia inizio. Tra improbabili indizi, localacci di Bangkok e sulle musiche di Christophe Beck (tra gli ultimi lavori Notte folle a Manhattan e Parto col folle) l’obiettivo (sempre lo stesso) è recuperare il compagno di sbronze perduto: Il fratellino sedicenne della sposa, Teddy. Dita mozzate, operazioni di polizia antimafia, sparatorie, tatuaggi alla Mike Tyson, monasteri e rapporti con avvenenti quanto ambigue(i) prostitute sembra oggettivamente troppo artificioso per strappare una gustosa risata. Un’accozzaglia di sketch visive che nasconde la fiacchezza delle battute.

E se forse l’unico nota di continuità positiva è la performance di Alan (Zach Galifianakis), la novità è rappresentata dalla simpatica scimmietta spacciatrice e fumatrice, pronta ad azzannare le ‘parti basse’ del silenzioso monaco e a strappare quelle poche risate al pubblico (e agli attori).

Se siete combattuti se darvi a una fuga anticipata dalla sala, sospirando finalmente ai titoli di coda, cercate di trattenervi sulla poltrona ancora qualche minuto per godervi lo spassoso epilogo fotografico (autentico déjà-vu), prove di scene inenarrabili, quanto grottesche. Per il resto è sintomatico che la cifra stilistica sia tutta nel piccolo primate spacciatore: un film che in fin dei conti scimmiotta il primo capitolo.

Daniel Settembre

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