Un anno di cinema

The Tree of Life

Per un’Arte relativamente giovane come il cinema, ogni singolo anno rappresenta un bel passo in più. Questa d’inizio millennio non è esattamente epoca di rivoluzioni e innovazioni filmiche eclatanti, ma la creatura dei fratelli Lumière matura ugualmente con costanza: tiene il passo dei tempi, talvolta si concede il lusso di sopravanzarli, porta e riporta sugli schermi infinite sfaccettature di mondo, idee e visioni. Un’evoluzione sicuramente più lenta e meno ravvisabile rispetto a un tempo, costretta da impietose leggi di mercato a svilupparsi perlopiù tra circuiti underground e festivalieri. Eppure, nonostante ostacoli e difficoltà varie, il cinema prosegue spedito nel suo percorso. E semina quotidianamente immagini preziose, da raccogliere al volo.

Il 2011 è stato l’anno del film venuto dal futuro, quel The Tree of Life su cui sono state già versate moltitudini di inchiostro e pixel. Bisognerà lasciare che il tempo recuperi terreno su di esso affinché la grandezza di cui è pregno si sveli gradualmente, com’è quasi di regola per ogni pietra miliare. Malick ha avuto buona compagnia a Cannes: la memoria cinematografica serberà certamente ricordo di Melancholia e Habemus Papam al di là del loro effettivo valore, in virtù dei rispettivi autori. Parallelamente, gioielli come Drive e The Artist hanno giò trovato un meritato posto nell’Olimpo dei cult movies. Sono altresì degni di menzione piccole meraviglie quali Il ragazzo con la bicicletta e Una separazione, senza dimentcare le stupefacenti opere 3D di Wenders e Herzog, Pina e Cave of Forgotten Dreams.

Il Festival di Venezia ha sovrastato ogni più rosea aspettativa, offrendo la migliore selezione del decennio. Poco importa se il duello di appeal continua ad essere vinto dalla kermesse rivale francese: i film presentati al Lido hanno offerto uno spettacolo capace di cogliere a 360 gradi lo sviluppo cinematografico di ogni angolo del pianeta, fra poetiche, percezioni di mondo e personalità artistiche di ogni sorta, tanto consolidate quanto emergenti. A emblema di tutti c’è il trionfante Faust di Sokurov.

I responsi dell’Italia cinematografica passano invece soprattutto per il botteghino. I film nostrani hanno attirato una sbalorditiva quantità di spettatori: talmente cospicua da vincere la partita in casa contro le pellicole hollywoodiane (45% contro 40% del mercato totale). Bissare il trionfo d’introiti fra dodici mesi sarà difficile ma non impossibile: se da un lato il box office natalizio piange sul numero di biglietti non strappati rispetto alle festività 2010, dall’altro sono pronti ad uscire i seguiti di parecchie commedie di successo delle scorse stagioni. E a proposito di vecchi trionfi, quest’anno termina verosimilmente la lunga era del cinepanettone, già in calo le scorse annate: le cifre lo hanno definitivamente spodestato dal trono degli incassi.

Riguardo i film veri e propri, a parte il già citato Moretti e un Sorrentino alla prima trasferta americana (This Must Be the Place) si è distinto Corpo celeste di Alice Rohrwacher. Fra le note puramente tecniche va segnalato il primo 3D made in Italy, arrivato addirittura su idea di Ezio Greggio (Box office 3D).

Per quanto concerne i nuovi volti del firmamento attoriale, il 2011 ha incoronato Ryan Gosling, Carey Mulligan e Michael Fassbender. Tutti e tre sono curiosamente intrecciati fra loro da set o eventi condivisi. Il primo si è imposto a Cannes con Drive, per poi transitare a Venezia sotto la regia di George Clooney in Le idi di marzo. L’attrice londinese ha attirato le attenzioni con la splendida prova nel melodramma futuristico Non lasciarmi, confermandosi in seguito a fianco di entrambi i colleghi: con Gosling per il già citato Drive, al fianco di Fassbender per Shame di Steve McQueen, presentato al Lido. Per l’attore tedesco – naturalizzato irlandese – l’anno di grazia si è concretizzato proprio alla rassegna veneziana, dove ha vinto una sacrosanta Coppa Volpi per il film di McQueen e offerto un’ulteriore grande performance in A Dangerous Method di David Cronenberg. Durante la stagione Fassbender è stato anche Magneto per X-Men: l’inizio e Rochester nell’ultima trasposizione di Jane Eyre.

Carey Mulligan e Ryan Gosling in "Drive"

A onor del giusto, la vera trionfatrice del 2011 è stata però Jessica Chastain. Per lei ben due film di punta a Cannes (The Tree of Life e Take Shelter, vincitore della Settimana della Critica) e un altro paio a Venezia (Wilde Salome e Texas Killing Fields), a cui va affiancato Coriolanus, concorrente alla scorsa Berlinale. Cinque pellicole e i tre festival più importanti d’Europa. Se per l’attrice californiana non c’è stato un trionfo di popolarità personale proporzionato a quello delle opere sopracitate, il motivo sta nella loro mancata distribuzione – esclusa ovviamente la Palma d’Oro. Una lacuna che verrà colmata nei prossimi tempi, senza che il ritardo tolga a miss Chastain il titolo di regina dell’anno appena trascorso.

Capitolo registi. La rivelazione stagionale si chiama Nicolas Winding Refn, ma merita una menzione a parte il giapponese Shion Sono: uno dei migliori film di Venezia (Himizu) porta la sua firma, e sempre a lui è stata dedicata una meritata retrospettiva dell’ultimo Torino Film Festival. Regista già affermato ma purtroppo sconosciuto oltrepatria, il suo nome dovrebbe stare in cima a qualunque lista di maestri da approfondire prima possibile. La visibilità conferitagli dalle due rassegne italiane potrebbe costituire il trampolino decisivo per la divulgazione occidentale.

Infine, non sarà retorico citare miti e dee della cinematografia di sempre che ci hanno lasciato in questi ultimi dodici mesi. Nell’impossibilità di elencarli tutti, ricordiamo simbolicamente gli impagabili Sidney Lumet e Ken Russell, nonché Maria Schneider, Peter Falk e l’eterna Liz Taylor.

Sarebbe bastata la folgorazione Malick, uno di quei film che capitano una volta ogni infinità, a illuminare d’immenso questo 2011. E’ andata perfino meglio: opere preziose non sono mancate, sorprese neppure, curiosità nemmeno. L’annata è stata generosa e le aspettative per il 2012 non sono onestamente da meno. Il migliore augurio per i prossimi dodici mesi di Cinema non può che essere altro grande Cinema, con la maiuscola. L’unica risposta possibile a qualunque crisi d’incassi e diffidenza verso ciò che la Settima Arte può ancora regalare a questo mondo.

 Mathias Falcone

 

 

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