Umberto Eco ‘Numero zero’. La recensione

(roarmagazine.it)

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Se avessimo seguito l’opinione di Goffredo Fofi, apparsa su Internazionale qualche tempo fa, Numero zero di Umberto Eco sarebbe finito dritti dritto nella nostra rubrica Libri al rogo, ma definire “sciatto”, “inutile” e “insipido” l’ultimo romanzo dell’autore de Il nome delle rosa e Il pendolo di Foucault è un po’ esagerato, anche se Eco ha effettivamente abituato il lettore a ben altri spessori narrativi.

LA TRAMA – Milano. Inizio anni ’90. Un mediocre giornalista (Colonna), un perdente agli occhi del mondo come come pure ai propri, si imbarca in un’impresa editoriale che nasconde – dietro la presunta pubblicazione di un nuovo quotidiano, Domani – interessi ed obiettivi socio-economici ben diversi. Lo stesso direttore (Simei) mette le mani avanti e per tutelarsi dal fallimento del progetto, o da una sua morte prematura, pensa alla stesura di un libro che ne racconti la breve parabola, svelando altarini che l’editore-finanziatore del quotidiano avrebbe preferito tacere: come si dice, fare buon viso a cattivo gioco. Nella redazione, arruolata per non dire raccattata con l’obiettivo di comporre una serie di numeri zero, un’armata Brancaleone di editorialisti con alle spalle esperienze giornalisticamente poco gratificanti: tra loro una giovane donna illusa di potersi finalmente affrancare dalla sezione “affettuose amicizie” (Maia) e un ambiguo cronista con velleità per inchieste dominate dalla teoria del complotto (Braggadocio).

Con la costruzione di Domani, sublime esempio di pessimo giornalismo e capacità dei media di manipolare notizie e fatti, tra riunioni di redazione che hanno il sapore di grotteschi e surreali brainstorming e incarichi tesi ad innescare il peggiore dei meccanismi diffamatori, si intreccia non solo la liaison tra Colonna e Maia, ma soprattutto un pezzo della storia d’Italia che forse non è come lo si è sempre immaginato: e se il Duce non fosse realmente stato assassinato, ma aiutato a fuggire – dagli alleati in collaborazione con il Vaticano e con il sostegno dei servizi segreti – in attesa di un ritorno e l’inizio di una nuova fase di Restaurazione? E se all’ombra del finto cadavere di Mussolini, da questo condizionate, si fossero sviluppati 50 anni di vicende italiane infarciti di bugie e falsità, inclusi gli attentanti terroristici degli anni di piombo (sia di destra che di sinistra) o le stragi di Stato?

GIOCO E CITAZIONE – Sono proprio gli elementi tipici della scrittura di Eco – la capacità di divertirsi con il gioco sottile e spesso squisitamente intellettualistico della citazione – quelli che secondo Goffredo Fofi hanno perso in Numero zero la brillantezza di un tempo, quelli che sono sempre stati punti di forza nei romanzi di Umberto Eco e che ora invece – forse per l’avanzare degli anni – non riescono più ad incuriosire. Effettivamente chi abbia famigliarità con l’opera narrativa dello scrittore piemontese – dall’esordio nel 1980 a Il cimitero di Praga – sa che il suo citazionismo è capillare e nozionistico fino al parossimo, così finemente erudito da suscitare reazioni anche estreme, la noia da parte di chi non abbia strumenti atti a cogliere neppure il più semplice dei riferimenti, oppure il senso di sconforto in chi – pur vantando una cultura medio-alta – si accorge della propria ignoranza davanti a infinitesimali sottigliezze.

Eco è capace di riempire intere pagine di citazioni, suscitando nel lettore quella stessa vertigine della lista di cui parla in un suo saggio. In Numero zero Umberto Eco, abbandonati territori ameni come il Medioevo, le cospirazioni dei templari o la quaestio dei Protocolli di Sion, guarda al recente passato dell’Italia e le sue citazioni affondano le radici in qualcosa di molto più vicino: il Ventennio fascista, la Lotta di liberazione, le epurazioni, il lungo dopoguerra democristiano fino al caso Moro, la P2 di Licio Gelli, Gladio, il colpo di Stato di Borghese, l’omicidio di Falcone. Forse per questo, proprio per il fatto di avvertirle come un passato ancora troppo poco remoto, sembrano perdere una connotazione “mitica” e letteraria e diventare un mero esercizio di stile, uno riempitivo, un velario per una vicenda narrativamente debole?

MILANO – Così l’ambientazione, sempre curata nei minimi dettagli, vede in Numero zero una sorta di appiattimento se paragonata ai labirinti percorsi da Adso e Guglielmo nell’abbazia benedettina de Il nome della rosa. Non esistono quasi descrizioni d’interni, nulla si sa sugli spazi in cui si svolge la vita di redazione, pochissimo sulle abitazioni dei personaggi, e l’unica realtà topograficamente caratterizzata è quella – sempre comunque percepita allo stato di abbozzo – di una Milano oscura e ben lontana dal luccichio del centro, dai consueti percorsi del passeggio da sabato sera: via Bagnera, il vicolo malfamato dove non è raccomandabile per una neomamma passeggiare con la carrozzina, è specchio di una città che non esiste più, o che si vuole nascondere quando ancora sopravvive, così come il piccolo appartamento di Maia sui navigli, una bettola rimasta affittabile a poco prezzo in uno degli ultimi edifici da ristrutturare dentro un’area ormai divenuta alla moda (e carissima).

(lavocedinewyork.com)

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IRONIA - La percezione che l’indagine (anche quella psicologica) e le descrizioni restino ad un livello superficiale non impedisce tuttavia di riconoscere le tracce dell’ironia con cui Eco traveste molti dettagli a prima vista insignificanti. Quando delinea il personaggio di Colonna, ad esempio, vi trasferisce con una sottile mise en abîme un proprio personale punto debole, quello del gusto citazionistico appena discusso, criticandolo e biasimandolo come esempio di pessima abitudine stilistica, denuncia di un talento letterario non proprio brillante. Ironici sono poi i richiami a vicende della nostra contemporaneità, avvenimenti degli anni 2000 nascosti sotto fatti ed eventi che nel romanzo sono collocati nell’ultimo decennio del XX secolo.

La macchina del fango messa in moto da Simei per mettere in dubbio la credibilità di un magistrato potenzialmente poco gradito all’editore di Domani fotografa un soggetto spiato nella propria quotidianità, mentre fuma qualche sigaretta di troppo e indossa un singolare paio di calzini verde smeraldo: come non pensare al caso del giudice milanese Raimondo Mesiano, presentato come stravagante per il fatto di indossare pedalini turchesi? E l’idea che ad un certo punto emerge in redazione, sulla necessità di un organo politico che non sia un vero partito, ma si configuri come un gruppo di cittadini lontano ed estraneo ai vizi della classe dirigente? In Numero zero ovviamente i paragoni sono con l’Uomo qualunque, ma chi – oggi – non penserebbe, più che al gruppo nato nel 1944 attorno all’omonimo giornale di Giannini, al Movimento 5 Stelle? Sottigliezze, piccoli spot, ma capaci di rivelare che Umberto Eco, di divertire, divertirsi e incuriosire è ancora capace.

(bompiani.eu)

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SUFFICIENZA – Se fossimo a scuola e Numero zero fosse il tema di uno studente talentuoso che ha abituato il docente ad elaborati da 8-8 e mezzo, il voto sarebbe probabilmente un 6, massimo 6 e mezzo. Ben scritta e con una discreta dose di originalità, l’opera non raggiunge tuttavia le attese che il nome in copertina porta con sè, posizionandosi all’interno della bibliografia dell’autore tra quelle che non passeranno alla storia nè resteranno emblematiche del suo percorso narrativo. I toni stanchi emergono a tratti e non sempre basta la distanza storica rispetto a quanto narrato per trasformare l’epilogo – una disillusa, ma profondamente illusoria riflessione di Maia e Colonna – in un finale da ricordare. Qualche domanda però induce a porsela: sul nostro Paese, su quello che sarebbe potuto diventare, su quello che si crede potrebbe diventare, su quello che – dopo un secondo Ventennio, questa volta non mussoliniano – è diventato e si avvia a diventare.

Laura Dabbene

Umberto Eco. Numero zero. Milano, Bompiani, 2015. € 17,00

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