Ultimi giorni a Milano per le ‘Donne senza uomini’ di Shirin Neshat

Shirin Nestat (taxidrivers.it)

MILANO - “Dove siamo?”. “Qui, è solo distanza”. Queste parole, pronunciate da uno dei personaggi dei video che compongono l’opera realizzata da Shirin Neshat per la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale (fino all’8 marzo), racchiudono tutto il senso di sospensione, tutta la rarefatta atmosfera dello spazio magico situato a metà strada tra cruda realtà e sottile finzione in cui il visitatore viene immerso lungo il percorso della mostra.

Shirin Neshat (Qazvin, Iran, 1957, vive a New York) dopo aver conquistato il mondo intero con le sue Women of Allah, serie di fotografie che ritraggono donne velate e armate con il corpo decorato da poemi islamici, torna ad affascinare con una nuova riflessione sul mondo femminile, costretto tra gli angusti confini del potere e della prevaricazione.

In Donne senza uomini – Women without men l’artista iraniana presenta l’imponente video-installazione che scompone per poi ricomporre in forma totalmente inedita l’omonimo lungometraggio (tratto dal romanzo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur, dal 1989 vietato in patria) premiato alla Biennale di Venezia del 2009 con il Leone d’Argento, frutto di una ricerca iniziata nel 2004. Nei video scorrono le vite parallele di Mahdokht, in bilico tra l’ossessione per la purezza sessuale e il desiderio di maternità, Zarin, prostituta anoressica perseguitata da uomini senza volto, Munis, divisa tra la famiglia e la partecipazione politica durante il colpo di Stato del 1953, Faezeh, vittima di un brutale stupro che distrugge il suo sogno di sposarsi, e Farok Legha, artista aristocratica: cinque donne iraniane, diverse per età e condizione sociale, unite nel disperato tentativo di liberarsi dal regime di paure in cui vivono e che le radica ad una vita scelta per loro da qualcun altro. Cinque donne in lotta con se stesse e con la società, cinque donne in fuga: verso un giardino incantato, un rifugio, la natura, la purificazione, in un unico balzo verso la vita, o verso la morte.

Legate attraverso un nastro di 15 schermi che prendono vita autonomamente, seguendo differenti percorsi cronologici, le voci e le storie delle protagoniste intessono un dialogo ogni volta diverso tra sé e lo spettatore, lasciato ad ondeggiare in un universo onirico, dove la potenza delle immagini, unita ad un realismo magico non privo di riferimenti simbolici e di legami con una pittura di stampo classico, non può che condurre sulla strada del dubbio su ciò che è stato e della lotta per la propria identità, ponendo domande tanto urgenti quanto irrisolte: la prima risposta sembra essere, per tutte, la fuga. Ma si può vivere fuggendo, per sempre? L’irruzione della realtà nel giardino magico romperà l’incanto temporaneo del rifugio, con conseguenze fatali per tutte: i video ricominceranno allora a narrare, le violenze si perpetreranno e la distanza lucida della messa a fuoco lascerà spazio ad un’incontestabile e vicinissima presenza, silente eppure fortissima, la presenza dell’assenza. Assenza di speranza, assenza di via di fuga. Tutto è circolare, tutto è destinato a ripetersi. A meno che non cominciamo a porci, come Shirin Neshat sembra suggerire, all’ascolto.

Giulia Masperi

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