Tutta la verità su Pomigliano

È rimasta solo l’estrema sinistra accanto alla FIOM, il sindacato autonomo dei metalmeccanici che si rifiuta di firmare l’accordo sottoscritto da tutte le altre sigle. Possibile anche una spaccatura con la CGIL. Ma cosa succedeva davvero a Pomigliano? E cosa succederà al referendum tra gli operai?

di Francesco Guarino

Lo stabilimento "Giambattista Vico" di Pomigliano d'Arco

L’avevano fatta grossa. Proprio in quel senso. Il responsabile della produzione dell’Alfasud di Pomigliano quasi ci rimase secco per l’odore e lo stupore quando, prima di caricare la 156 sulla bisarca, trovò in bella vista sui sedili posteriori il frutto corposo e stomachevole del post-pausa pranzo di uno dei cinquemila e passa operai dello stabilimento. Avevano defecato nell’abitacolo. Sprezzo al potere, forma di protesta o, più probabilmente, puro divertimento. Buona la terza: di fronte al ripetersi di “incidenti” tra i più variegati (panini in decomposizione nel vano motore, attrezzi infilati per tenere su finestrini senza motorino elettrico, decorazioni neogotiche impresse a cacciavite sulle portiere), la FIAT era stata costretta già da tempo ad aggiungere un ulteriore, umiliante passaggio alla catena di montaggio di Pomigliano d’Arco: la “revisione finale”. Non uno dei canonici controlli di qualità di fine produzione, ma un vero e proprio passaggio aggiuntivo in cui si setacciava l’auto fresca di fabbrica alla ricerca dello scherzetto. Con inevitabile surplus sui costi della vettura.

LA CRISI, LE SFORTUNE, LE COLPE – Il collasso dei mercati nell’autunno 2008 è stato il colpo di grazia per lo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano. Di questo, sia ben chiaro, gli operai non hanno nessuna colpa. Gli ordini iniziarono a calare, gli impianti (già a regime ridotto per consentire a tutti di lavorare) cominciarono a funzionare a singhiozzo ed arrivò la cassa integrazione ordinaria. Poi anche quella straordinaria. Il Governo provò a rinnovare gli incentivi per le auto di nuova generazione o ecologiche. Ma le top class Alfa di Pomigliano, a parte qualche modello base, ne restarono fuori. Il processo di delocalizzazione estera della produzione (Tunisia, Brasile, Polonia) era ormai iniziato. Le macchie sul curriculum, poi, erano dure da cancellare: a partire dai tempi della storica Arna (forse la peggiore auto mai prodotta in Italia) la storia di Pomigliano è fatta di leggerezze in catena di montaggio, scioperi a raffica e, soprattutto, escamotage. Ad ogni agitazione nazionale le segreterie venivano inondate di certificati medici. Tutti in piazza a protestare, ma con la copertura economica per malattia. Fuori dallo stabilimento si vendevano (e si vendono) orologi e telefonini, inutile chiedersi la provenienza. Si spaccia anche, che domande. «Quello che succede fuori, succede anche dentro» dice un operaio al Corriere della Sera. Uno stabilimento schiavo della malavita, della politica e degli estremismi: qualche anno fa un metalmeccanico di un’azienda partner di Pomigliano tornò a casa con due punti di sutura sulla fronte. «Ho sbattuto contro lo spigolo di una pressa», disse al figlio. Nella mano aveva un cofanetto con una medaglia e cinquanta euro in buoni benzina. Era andato a ritirare un premio produzione in un giorno di sciopero, lo avevano scambiato per “dissidente” e preso a bastonate.

Sergio Marchionne, a.d. Fiat e Chrysler

PROPOSTE E RISPOSTE – La FIAT per salvare Pomigliano va contro ogni logica di mercato: Marchionne è pronto a mettere 700 milioni sul piatto per spostare la produzione delle Panda dalla Polonia all’Italia. Pomigliano cambierà volto e prodotto finale: adeguamento degli impianti al WCM, il world class manufacturing, formazione degli operai e nuovi standard quantitativi. Da 50mila auto top class a 450/500mila vetture “proletarie”. Le richieste (LEGGI IL TESTO DEL DOCUMENTO UFFICIALE)? Settimana lavorativa da 40 ore su 18 turni, una sessione di 6 giorni e una da 4, con 2 di riposo consecutivo. Eventuali 80 ore di straordinario aggiuntive per effettuare recuperi di produzione, da comunicare entro 48 ore all’operaio (con flessibilità individuale e possibilità di sostituzione concordata con altro personale disponibile). Stretta sui permessi elettorali: saranno ritenuti valide solo le certificazioni per presidenti di seggio, vicepresidenti e scrutatori, quindi niente più rappresentanti di lista a profusione (alle scorse elezioni a Pomigliano sono arrivati 1600 congedi elettorali su 5200 operai). In caso di assenze per malattia «significativamente superiori alla media» in concomitanza di scioperi, eventi esterni o congedi di massa, la FIAT non pagherà la retribuzione a carico dell’azienda per i primi tre giorni: si istituisce in tal senso una commissione paritetica lavoratori/azienda per valutare i singoli casi critici.

Il nodo della discordia è l’omologazione dei suddetti punti al contratto nazionale di lavoro. In parole povere l’azienda si riserva il potere di sanzionare i sindacati e i singoli che, dopo aver firmato l’accordo elaborato allo stesso tavolo, ostacolino ugualmente la produzione con contestazioni o scioperi contro i punti concordati. FIM-CISL, UILM, FISMIC e UGL hanno già firmato, la FIOM-CGIL si spacca, ma tiene sdegnosamente le distanze parlando di «gravi profili di illegittimità in materia di malattia e diritto di sciopero». Al suo fianco si schierano Rifondazione, Sinistra e Libertà e l’IdV di Antonio Di Pietro. La maggioranza magnifica l’accordo e al suo fianco si pongono Confindustria e il PD, che ritengono la proposta valida ed ineludibile per la sopravvivenza dello stabilimento.

REFERENDUM E TIMORI - La parola definitiva spetta ai lavoratori e lo si farà attraverso un referendum in fabbrica il 22 giugno: la FIAT vuole un risultato convincente per dare il via agli investimenti, una spaccatura poco netta tra il fronte del sì e quello del no non convincerebbe a sufficienza i vertici del Lingotto e creerebbe malcontento tra gli stessi metalmeccanici. La vox populi tende ad un facile sì, che restituirebbe all’intero parco lavoratori il proprio posto a tempo pieno nel giro di pochi mesi. Ma… c’è un ma. Quanto può essere valido e attendibile un referendum di questo tipo? Il timore, neanche tanto celato, è quello di ostruzionismo e violenze da parte dei militanti FIOM: il tam tam parla di picchetti ai cancelli e di intimidazioni, per evitare che l’accordo passi a mani basse.

Oreste Scalzone

Da Parigi tornerà per l’occasione il leader storico di Potere Operaio Oreste Scalzone, riparato in Francia all’epoca del processo che lo vedeva imputato per associazione eversiva e rientrato nel 2007 solo a prescrizione avvenuta. È lecito chiedersi se un padre di famiglia rischierà davvero di tuffarsi nella bolgia, tra le urla e gli sguardi infuocati dei compagni di reparto. Quale attendibilità può avere quindi una votazione fatta in un clima a dir poco mediorientale di timore e terrore? Pomigliano è una risorsa per l’Italia intera, ha patito le sofferenze del mercato e, soprattutto, si è consumata da sé per un cancro che l’ha divorata pian piano dall’interno. La FIAT sta provando a risalire controcorrente le acque del mercato ed ha impugnato il bisturi per cercare di rimuovere il carcinoma e ridare linfa vitale al Giambattista Vico. Basta invocare discese in piazza sessantottine, basta impugnare la Costituzione per gridare allo scandalo che non c’è. La strada da percorrere è quella di ammettere i propri errori e correggerli, per poi ricominciare a vivere. E a lavorare. Parola di figlio di metalmeccanico.

Foto: Ggpht.Com, Mir.It, Blgospot

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