Turchia: quel golpe che non convince

L’ipotesi complottistica lascia dei dubbi. Che sia una mossa di Erdogan per screditare l’opposizione? La deriva confessionale, comunque, preoccupa l’Europa

di Nicola Gilardi

Recep Tayyip Erdogan

Da Madrid sono risuonate forti le parole del primo ministro turco Erdogan: «Sventato un colpo di stato contro il mio governo». La notizia è rimbalzata su tutti i giornali europei ed ha fatto molto discutere. Oltre 40 gli arresti, fra i quali sono presenti anche 12 membri dei vertici delle forze militari turche. Secondo la stampa locale il tentativo di golpe sarebbe riconducibile all’organizzazione segreta Ergenekor che ha l’obiettivo di destabilizzare il paese ed il governo di Erdogan.

Il piano era quello di provocare il terrore nel Paese.  Per farlo sarebbero state piazzate delle bombe nelle moschee e ordigni incendiari nei musei. L’obiettivo sarebbe stato quello di screditare il partito oggi al governo, l’Akp, e dimostrare la sua incapacità nel difendere il paese.

Mustafa Kemal Ataturk

Questa ipotesi del complotto lascia molte perplessità. La Turchia è stata sempre una “democrazia sorvegliata”. Le forze militari sono rimaste sempre fuori dalla politica, lasciando nelle mani del popolo la scelta dei governi. Gli interventi sono sempre stati dettati dal mancato rispetto del piano originario del fondatore della nazione, Mustafa Kemal Ataturk, e cioè la totale laicità dello stato turco. I colpi di stato, nella storia della Turchia, quindi, si sono sempre limitati a mantenere al di fuori della politica la religione, per poi lasciare il timone del paese nelle mani del popolo.

Negli ultimi 20 anni, però, la religione ha iniziato ad avere un peso sempre maggiore nella politica turca. Il partito di Erdogan, l’Akp, è definito come un partito religioso moderato che può essere schierato nel centro destra del panorama politico e gode di un buon margine di consensi nell’elettorato.

Esercito turco

I dubbi principali riguardano il mancato successo del colpo di stato. Se veramente l’esercito turco, istituzione storicamente indipendente dalla politica, avesse voluto ribaltare il governo avrebbe utilizzato una forza maggiore e probabilmente ci sarebbe riuscito. Un’ipotesi probabile è che il progetto di golpe sia stato un caso isolato ad alcuni esponenti dell’esercito e questo sarebbe comunque un segnale per il governo.

La Turchia è una nazione molto importante. Rappresenta la porta di congiunzione fra l’Europa ed il medio oriente. La sua possibile entrata nella Comunità europea potrebbe rivelare la Turchia come un modello per tutti i paesi a maggioranza islamica. La nazione turca, infatti, garantisce grandi libertà civili ai propri cittadini che godono di una forte emancipazione soprattutto fra le giovani donne.

Resta auspicabile l’arresto della deriva confessionale del paese, perché questa verrebbe accettata malvolentieri dalle forze armate, fedeli all’ideologia laica di Ataturk. In tal caso un colpo di stato sarebbe, realmente, molto probabile e la violenza potrebbe dilagare nel paese.

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3 Risponde a Turchia: quel golpe che non convince

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    Maurizio Scaini 23/02/2010 a 16:41

    Questo articolo è completamente fuorviante e inesatto. I militari in Turchia hanno sempre interferito con la politica e continuano a farlo. Non è vero che hanno lasciato il potere al popolo dopo avere allontanato la minaccia religiosa. I decenni degli anni Settanta e Ottanta sono stati anni di feroce dittatura militare con migliaia di giovani incarcerati senza processo e per futili motivi. La repressione del popolo kurdo in questo periodo è stata sanguinosa e ha modificato profondamente la geografia umana interna della Turchia con esodi dai villaggi orientali verso le principali città del Paese. Come si fa a scrivere certe scemenze?

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    Nicola Gilardi 23/02/2010 a 17:00

    Salve signor Scaini, la ringrazio per aver letto l’articolo. Riportare tutta la storia della Turchia sarebbe stato eccessivo, mi sono limitato a fare un brevissimo excursus. In nessun punto, comunque, dico che i regimi militari siano stati pacifici, anzi, nella parte finale dell’articolo ho sottolineato come un possibile colpo di stato possa essere violento per la popolazione. Inoltre la durata delle dittature militari, seguite ai golpe sono state brevi. Sul ruolo politico dell’esercito si può discutere, ma resta il fatto che le elezioni democratiche, in Turchia, ci sono state. Mi sono limitato a dire che, in questo senso, non ci sono state forzature.
    Non credo di aver scritto delle scemenze, semmai la mia analisi può essere discutibile, ma non sono uno storico.

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    Maurizio Scaini 24/02/2010 a 17:11

    Mi scusi se sono stato aggressivo. E’ vero che le dittature militari in Turchia sono state brevi. Ma l’attuale costituzione del 1982 è figlia del golpe militare del 1980 e l’assetto dello stato ne risente profondamente. I generali controllano settori strategici dell’economia statale e continuano ad essere assai influenti anche nella scelta dei candidati degli altri partiti. La recente messa fuori legge del partito kurdo, prima presente in parlamento, è forse l’esempio più palese. Personalmente credo che il processo di democratizzazione della Turchia sia arrivato a un punto di non ritorno, nel senso che sarà assai difficile un salto indietro e che i militari possano permettersi un altro golpe, per lo meno plateale e diretto come in passato. Continueranno invece a cercare di inibire la vita politica del Paese. Personalmente ritengo che se la Turchia, con tutti i suoi limiti, è il Paese più democratico del Medio Oriente, assieme ad Israele, questo non dipenda dall’esercito. Dagli inizi degli anni Novanta, ci sono stati centinaia di giornalisti scomodi, giustiziati da gruppi parafascisti protetti dagli apparati militari, migliaia di persone evacuate dalle loro case e imprigionate senza processo per motivi politici. Se la democrazia turca non è stata definitivamente soffocata è stato unicamente per merito di queste persone che hanno messo gioco la loro vita per un ideale. In questo momento in Turchia c’è grande attesa e preoccupazione. Nei prossimi mesi vedremo qual è l’ampiezza di questo scontro istituzionale interno.

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