Tunisia: la sottile linea tra violenza e rivoluzione

Tunisi - Da giorni i giovani tunisini sono protagonisti di violente manifestazioni contro la disoccupazione. Coinvolti in scontri con le forze dell’ordine, scendono in piazza lanciando bombe molotov e pietre contro la polizia e saccheggiando gli edifici. Il bilancio ufficiale dei morti dello scorso weekend è di 14 ragazzi, anche se alcune fonti ne segnalano 50 e Amnesty International 23.

A causa dei disordini scoppiati anche all’interno di alcuni istituti, il governo tunisino ha annunciato oggi la chiusura di scuole e università. È intervenuto anche il presidente Zine al-Abidine Ben Ali, accusando i giovani coinvolti nei disordini di «atti di terrorismo» e denunciando  «ingerenze estere» che sfruttano l’ondata di malcontento per i propri interessi. «L’occupazione è la nostra principale priorità, e le sovvenzioni statali ad alcuni prodotti pesano molto sul bilancio dello Stato», ha spiegato il leader tunisino promettendo la creazione di «300 mila posti di lavoro entro il 2012».

Parlando di Al Jazeera, Ahmed Najib Chebbi, leader del Partito Democratico Progressista, ha però contestato la linea ufficiale secondo cui la polizia ha sparato per legittima difesa, sostenendo invece che «le manifestazioni non sono state violente: i giovani hanno semplicemente rivendicato il loro diritto al lavoro». «È la prima volta che in Tunisia si verifica una turbolenza del genere. Si tratta di un avvertimento per il presidente del pericolo di creare una dittatura del tutto in necessaria». Così George Joffe, professore della Cambridge University ha interpretato l’ondata di malcontento tunisina.

Scontri e disordini per i rincari dei generi alimentari si sono verificati in questi giorni anche nella vicina Algeria. Qualche studioso ha ipotizzato un collegamento tra gli accadimenti dei due Paesi, ma se in Algeria la frustrazione è stata causata dalle dure condizioni di vita della popolazione, senza produrre implicazioni di vasta portata politica, in Tunisia la protesta sta diventando una sfida al potere del presidente Zine al-Abidine Ben Ali. Un video che sta circolando sui social network mostra un gruppo di uomini che cerca di dare fuoco a un poster di Ben Ali molto simile a quello esposto in ogni negozio e luogo pubblico della Tunisia. Anche le discussioni che impazzano su Twitter sono piene di astio nei confronti del Presidente: «Ben Ali, la vedi l’onda che ti spazzerà via?», si legge in un post. «Ben Ali deve essere ritenuto responsabile», si legge in un altro messaggio.

L’Algeria ha già avuto la sua “rivoluzione”. Nel 1989, giorni di intensi scontri ad Algeri hanno portato le autorità ad allentare i controlli sulla società, consentendo per la prima volta elezioni libere. Tale fioritura di libertà è rapidamente degenerata in un conflitto tra le forze di sicurezza e i ribelli islamici che hanno ucciso 200 mila persone, una strage le cui ferite l’Algeria sta ancora cercando di rimarginare. Dopo questa esperienza, pochi algerini desiderano nuove trasformazioni politiche, tanto che appena il governo ha promesso di frenare l’aumento dei prezzi, la rivolta è rientrata. Al contrario, la Tunisia ha avuto un modello stabile dall’indipendenza dalla Francia. Forse i giovani tunisini che si stanno scontrando con la polizia sentono che ora è giunto il loro turno di cercare di cambiare il Paese?

di Silvia Nosenzo

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