Tubular Bells. Quarant’anni fa l’avvento di Mike Oldfield e della Virgin Records

Tubular Bells Mike Oldfield (ondarock.it)

La copertina di "Tubular Bells", storico album di Mike Oldfield (ondarock.it)

I più lo ricordano soprattutto sottoforma di spinose note di pianoforte come colonna sonora principale di quel film epocale che fu L’esorcista di William Friedkin, datato 1973. Al di là di urla, gemiti terrorizzati, attacchi di panico e infarti vari provocati dall’effetto filmico in sala (la storia, o leggenda che creder si voglia, è arcinota), quelle stesse ambigue e sinistre note di pianoforte furono capaci, da sole, di distinguersi dall’apparato cinematografico complessivo per rendersi quasi catalizzatore delle percezioni fuoriuscenti dalla pellicola. Orbene, quei suoni ad altro non appartenevano se non all’incipit di un album sconosciuto proveniente dalla strana mente di un autore sconosciuto, per di più a mala pena ventenne, messo sotto contratto, come se non bastasse, da un’etichetta discografica anch’essa sconosciuta.

Era proprio il 25 maggio 1973, infatti, quando un ragazzo inglese di nome Mike Oldfield (Michael Gordon Oldfield, per la precisione), fratello minore della già conosciuta voce Sally, dava alle stampe uno dei dischi non rock più famosi e ammirati di sempre: Tubular bells, primissima pubblicazione della neonata Virgin Records. Al di fuori dell’ambito, appunto, rock soprattutto di matrice mainstream era sempre risultato estremamente difficile rientrare nei listini di vendita alle prime semivittoriose posizioni. Tubular bells riuscì addirittura a piazzarsi all’apice dei gradimenti personali di un’intera generazione, quella dei primi ’70, che evidentemente attribuiva a quelle particolari e, nella sostanza, nuove sonorità al vastissimo insieme di rock-folk progressivo (divoratore proprio di interminabili escursioni strumentali) dilagante nella più immediata contemporaneità.

Oldfield, come si è già detto a mala pena ventenne, fu sì spinto dal roboante successone del blockbuster che inglobava parte della sua opera d’esordio in un già ben studiato corpus sonoro, ma si impose con forza, anche in proprio, all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale soprattutto grazie ad un prodigio compositivo ed esecutivo con davvero pochi precedenti nella storia musicale più recente.

Strutturato in due lunghissime suite di circa venti minuti di durata ciascuna, Tubular bells ha reso Oldfield famoso, infatti, anche in qualità di eccellente ed estremamente variegato esecutore strumentale: sua è la prestazione al comando di circa venti strumenti compresenti nel consapevolmente saggio accumulo di suoni e soluzioni di arrangiamento al limite della perfezione più pura. In più, l’album e il suo diretto autore si ergevano anche come prosecutori, se non proprio affini iniziatori, di una fertilissima epoca di esperimenti compositivi che, soprattutto in ambito europeo (Inghilterra, Francia e Germania in primis), avevano fatto proprio della struttura “antirock” un ambito di continue incursioni elaborative (Jean Michel Jarre, i Tangerine Dream di Klaus Schulze se non addirittura le lunghe escursioni emotive dei primi due album del nostrano Alan Sorrenti, tanto per dirne qualcuna).

Mike Oldfield (ondarock.it)

Mike Oldfield (ondarock.it)

Quello che sarebbe stato definito, di lì a poco, un filone New age (soprattutto al seguito di maestranze di matrice ambient come Brian Eno, gli stessi Tangerine Dream, Popol Vuh o Cluster), in definitiva altro non era se non vero e proprio genio strutturale, capace cioè di convogliare in un unico agglomerato emotivo quantitativi sproporzionati di melodie, incastri sonici, soluzioni plurilaterali convergenti con l’abilità attrattiva del miglior producer al passo coi tempi (si consideri anche il magistrale tocco divulgativo di una certa successiva Moonlight shadow, canzone puramente pop ma ascrivibile alla lista dei brani musicali commerciali più perfetti di sempre).

Dopo quaranta lunghissimi anni di infinita gestazione personale (fino a trasformarsi in una sorta di ossessione per lo stesso Oldfield, che lo ha rivisitato, riarrangiato, ripubblicato, riregistrato più e più volte a seconda delle continue innovazioni tecnologiche del settore, donandogli anche due sequel ex novo, II e III, effettivamente molto minori, per giungere all’imminente uscita del discutibilissimo disco di remix Tubular beats), l’album dimostra ancora oggi, più che mai, di conservare quel raro e lungimirante dono di immortalità tanto nell’ambito celebrativo di una delle pellicole più discusse ma anche acclamate dell’intera storia del cinema quanto nel contesto di una generazione musicale che ha lanciato basi definitive dallo sguardo diretto verso una qualsivoglia ipotesi di futuro.

(Foto: ondarock.it / progarchives.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/I2rwyxvieug[/youtube]

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