Trent’anni dall’omicidio di Giuseppe Fava, giornalista antimafia

Catanese, Fava fu ucciso su ordine di Cosa Nostra: troppo scomode le sue indagini, impossibile corromperlo e controllarlo

fava

Giuseppe Fava, giornalista antimafia assassinato da Cosa Nostra

Catania – Trent’anni fa Cosa Nostra uccideva Giuseppe Fava: giornalista, direttore del “Giornale del sud” e fondatore de “I Siciliani”, fu vittima della vendetta del clan Santapaola contro il suo impegno nella lotta alla malavita organizzata nella sua Sicilia.

LA CARRIERA GIORNALISTICA – Nato come giornalista in varie testate locali, lavorò all’Espresso sera fino al 1980, scrivendo di argomenti differenti, dal cinema allo sport. Fin da allora, però, evidenziò un interesse per le questioni di mafia, intervistando alcuni boss di Cosa Nostra.

Fondò nel 1980 il “Giornale del Sud”, un quotidiano che ebbe il coraggio di sfidare la criminalità organizzata: erano gli anni in cui venivano assestati i primi colpi alla struttura di Cosa Nostra, attaccandone gli interessi nel narcotraffico. Si schierò contro la base missilistica a Comiso e a favore dell’arresto di Alfio Ferlito: così attirò ancor più le attenzioni di Cosa Nostra che realizzò una cordata di prestanome per prendere il controllo del Giornale ed estromettere Fava.

Fava, che era scampato anche a un attentato in redazione, organizzato con un chilo di tritolo, fondò I siciliani, una cooperativa giornalistica che diede vita a un mensile, che si dedicò alla continua denuncia della presenza della mafia in Sicilia. La rivista non esitò a pubblicare immagini di Nitto Santapaola, boss di Cosa Nostra, in compagnia di politici e imprenditori di rilievo.

L’OMICIDIO – Giuseppe Fava fu freddato da cinque colpi di pistola alla nuca alle 21.30 del 5 gennaio 1983: era appena uscito dalla sua redazione e stava andando a recuperare la nipote dopo una recita. Le prime ipotesi mirarono a screditare Fava e le sue azioni: si parlò di “delitto passionale” o di problemi economici della redazione, tesi supportate anche da molte istituzioni dell’epoca. Servirono anni perché la verità – e la matrice mafiosa – venisse alla luce: si doveva prima rompere la cupola di omertà che copriva ancora negli anni ’80 tutte le azioni di Cosa Nostra. Le condanne – che riguardano anche Nitto Santapaola – furono confermare solo nel 2001 e i processi si conclusero definitivamente nel 2003. Vent’anni per avere giustizia.

L’EREDITÀ – Giuseppe Fava ha lasciato una passione per la legalità in chi lo ha conosciuto: suo figlio Claudio è oggi un parlamentare, impegnato come il padre nella lotta alla criminalità organizzata. L’onorevole Fava ha ricordato proprio in questi giorni la figura di suo padre, scrivendo di quell’ultima sera: giornalista come lui, collaborava con le sue testate e ha proseguito l’azione di denuncia anche dopo l’omicidio di Giuseppe.

Una sorta di testamento Fava l’ha lasciato: solo le sue parole in un’intervista a Enzo Biagi, rilasciata sette giorni prima dell’omicidio: «i mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione». Parole che forse ne sancirono la fine.
Più ancora, comunque, rimane il suo impegno di testimone e narratore dell’azione di Cosa Nostra e della profondità della sua presenza a Catania e in tutta la Sicilia.

Andrea Bosio
@AndreaNickBosio

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