Tibet, ulteriore minaccia ai rapporti sino-americani

L’incontro con il Dalai Lama, fissato dalla presidenza americana per il 16 febbraio, incrinerà ulteriormente i rapporti bilaterali fra Cina e USA

di Marco Luigi Cimminella

Il Dalai Lama

Il Dalai Lama

La notizia del rendez-vous internazionale, che avrà come protagonisti la massima autorità spirituale tibetana e il Presidente degli Stati Uniti, è stata accolta con una decisa nota di disapprovazione dalla classe dirigente mandarina, che ha espresso sferzanti critiche attraverso il responsabile del Partito Comunista cinese per le etnie e gli affari religiosi, Zhu Weiqun, secondo cui “i rapporti tra il governo centrale e il Dalai Lama sono una questione interna alla Cina”. Le obiezioni mosse da Pechino possono essere comprese se vengono contestualizzate nel quadro dei difficili e mutevoli rapporti che caratterizzano le diplomazie dei due Paesi.

Come hanno rilevato esimi accademici, gli Stati Uniti hanno a lungo dominato la scena internazionale. In seguito al crollo del muro di Berlino e alla dissoluzione dell’impero sovietico, nel vano tentativo di promuovere l’American Way of Life attraverso l’universalizzazione dei valori occidentali, gli Stati Uniti si sono attirati la collera internazionale, alimentata da un sentimento di “revanche” , dei Paesi musulmani e delle società asiatiche. La più grande delle potenze occidentali ha raggiunto una fase di maturazione, caratterizzata da stazionari tassi di crescita economica e di investimento. Inoltre, il degrado culturale e morale la divorano dall’interno, e la indeboliscono. Per converso, la Cina e le società asiatiche in generale, protagoniste di un rapido sviluppo economico e militare, si fanno promotrici di un processo di rivalutazione delle culture autoctone, contrapponendo il proprio sistema di valori e la propria concezione di diritti umani alla visione occidentale.

Con la fine degli anni novanta, motivato dalla necessità di contrastare il terrorismo internazionale e dall’esigenza di differenziare le proprie risorse energetiche, accaparrandosi i giacimenti di idrocarburi dell’Asia centrale, il governo di Washington ha cercato di rafforzare la propria presenza in Oriente. Considerata la Cina come un competitore strategico e potenza revisionista, in grado di mutare sensibilmente nel lungo tempo lo status quo internazionale, il segretario di stato della presidenza Bush, Condoleeza Rice aveva proposto l’adozione di una strategia di congagement, cioè di contenimento della potenza cinese e di coinvolgimento della stessa nell’economia internazionale. Attraverso questa chiave di lettura bisogna leggere i numerosi tentativi della potenza americana di intessere forti relazioni bilaterali con i paesi dell’ Asia centrale e meridionale, o la decisione di vendere armi a Taiwan e di rafforzare i legami militari con il Giappone. Vero è che in seguito all’attentato dell’11 settembre 2001, la Casa Bianca repubblicana ha messo da parte le preoccupazioni derivanti dalla minaccia revisionista cinese, concentrando la sua attenzione nella lotta la terrorismo internazionale di matrice islamica.

Ciononostante, la profonda rivalità tra le due potenze, lungi dal placarsi, si è intensificata grazie al ruolo che la Cina sta svolgendo come propulsore dell’economia mondiale. Nel 2005, un’ intensa attività diplomatica ha condotto Hu Jintao a promuovere profittevoli rapporti di carattere economico e finanziario con la Corea del Nord, il Vietnam, le ex repubbliche sovietiche centro-asiatiche, il Pakistan e l’Iran. La radicata penetrazione americana nello scacchiere asiatico non ha certo migliorato la situazione.

Il presidente Obama, perseguendo la via della diplomazia, ha effettuato un lungo viaggio in Asia, soprattutto per stabilizzare le relazioni bilaterali fra Stati Uniti e Cina. Non dimentichiamo che, oltre alla competizione geopolitica e militare, vi sono importanti interessi economici in gioco, essendo Pechino uno dei principali acquirenti dei titoli del debito pubblico americano. Il tempo ha però mostrato come la visita alla Muraglia cinese non abbia avuto gli effetti sperati.

Le continue condanne di Washington sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo mandarino e la recente questione di google sono rapidi esemplificazioni di una tensione internazionale sempre più vivida e pericolosa. In questi ultimi anni sembra quasi che, seguendo la scia del congagement repubblicano, gli Stati Uniti stiano lavorando instancabilmente nel realizzare uno strategico accerchiamento ai danni della potenza cinese.

Le relazioni amichevoli stabilite fra Stati Uniti ed India, che costituisce uno dei principali concorrenti di Pechino nell’area orientale; il rinnovato interesse americano a rinsaldare i rapporti economici e militari con il Giappone; le relazioni bilaterali intessute con i Paesi centro-asiatici; la decisione di vendere nuove tecnologie belliche a Taiwan sono tutti elementi che hanno concorso, in maniera complementare, ad osteggiare l’influenza cinese nella regione. Inevitabilmente i quadri del partito comunista mandarino non possono che leggere in quest’ottica il programmato incontro fra il Dalai Lama e il Presidente americano. Il Tibet infatti, se viene considerato, dalla Repubblica popolare, come una regione facente parte del grande stato cinese, viene pensata, dal governo tibetano in esilio, come una realtà completamente indipendente, diversa da quella cinese, per tradizioni, cultura e storia. Pechino considera il Dalai Lama a capo di un gruppo rivoluzionario di secessionisti, in procinto di realizzare una sommossa finalizzata all’ottenimento dell’indipendenza.

Così la Cina ha attuato una politica di colonizzazione, nei confronti del Tibet, molto simile a quella attuata nei confronti della regione dello Xinjiang, turcofona e a maggioranza musulmana. Con il risultato drammatico della scomparsa graduale del millenario popolo tibetano, della sua antica cultura e delle sue tradizioni ancestrali. In realtà, in occasione dell’assegnazione alla guida spirituale tibetana della Medaglia d’oro del Congresso degli Stati Uniti, nell’ottobre 2007, il Dalai Lama pronunciò un discorso in cui manifestava le sue preoccupazioni per l’esponenziale aumento della popolazione cinese di etnia han nella regione tibetana, invocando l’autonomia del Tibet, non l’indipendenza e riconoscendo l’importante ruolo che la Cina riveste sullo scenario politico mondiale. Al di là della solidarietà che Europa e America hanno espresso nei confronti del Tibet, chiare manovre di pressione politica nei confronti del governo di Pechino, tese alla risoluzione definitiva della questione , non sono state implementate nel corso di questi anni.

L’incontro tra Obama e il Dalai Lama può esser letto e interpretato in maniera diversa. In esso, alcuni potrebbero vedere un tentativo, da parte degli Stati Uniti, di mediare fra Tibet e Cina per un dialogo pacifico e costruttivo. Altri invece, come un tentativo di Obama di stringere forti rapporti con tutti i nemici, reali e potenziali, dell’ex impero celeste, con il fine di indebolire il suo primato nella regione. Indipendentemente dalla corrente di pensiero che prevarrà, gli equilibri geopolitici nello scacchiere asiatico sono destinati a mutare.

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