Tibet, i monaci continuano la loro lotta per l’indipendenza

Il due dicembre un ex monaco buddhista si è dato fuoco nella regione autonoma del Tibet, il dodicesimo suicidio dall’inizio dell’anno in segno di protesta contro l’occupazione cinese. L’atroce gesto è avvenuto nella provincia di Chandu, sull’altopiano dell’Himalaya, l’uomo, Tenzin Phuntsog, nonostante le gravi ferite è sopravvissuto. Non tutti gli altri, però sono stati così fortunati: dei dodici che si sono dati fuoco, sei sono morti.

Il Dalai Lama, in esilio dal 1959, ha giudicato la repressione un “genocidio culturale”. Il capo spirituale ha accusato il governo di essere l’autore della carneficina dei monaci tibetani di Sichuan, la provincia tibetana che chiede l’indipendenza. Proprio qui, a marzo, c’è stato il primo suicidio del 16 marzo di un monaco che si è dato fuoco per protesta.

Il monastero è da allora ostaggio della polizia cinese che impedisce ai monaci la libera circolazione e i contatti con l’esterno. Più di 300 monaci sarebbero spariti e “deportati” in campi di rieducazione cinesi. La Cina intravede in queste ribellioni una combutta internazionale per screditare il Paese. Due mesi fa il governo, in seguito la suicidio di un’altra monaca, ha inviato nella zona 20 mila agenti con il compito di distribuire bandiere e immagini di leader politici cinesi per “rieducare” i monaci all’amor di patria.

A marzo, il Dalai Lama ha annunciato di volersi dimettere da guida politica dei tibetani, per fare posto a un suo successore, eletto dal Parlamento in esilio. Infatti, sono passati anni dal 1959, quando ci fu la rivolta dei tibetani contro il governo del partito comunista cinese, che decretò l’esilio del loro leader spirituale, il Dalai Lama, in India, seguito da 120 mila fedeli. Mao Zedong invase il Tibet nel 1950 per l’importanza del Paese da un punto di vista strategico: le montagne dell’Himalaya erano un ottimo scudo di protezione da avere al proprio confine, anziché l’aperto altopiano tibetano.

Dopo tutto questo tempo lo scontro resta aperto: nonostante la tradizione secolare buddhista, il governo cinese ha deciso di scavalcare il principio della “reincarnazione” nel passaggio di carica tra un Dalai Lama e l’altro, per arrogarsi questo diritto di scelta. Nel 1995 è stato sequestrato Gedhun Choekyi, il bambino identificato come la reincarnazione della seconda maggiore carica del buddhismo tibetano e di cui non si hanno più notizie.

All’inizio del mese hanno creato subbuglio le foto raccolte da “Free Tibet” in cui si ritraevano i tibetani arrestati esposti alla pubblica gogna, con cartelli su cui viene scritto il loro nome e il crimine. Il Parlamento Europeo ha chiesto alla Cina di rispettare la Convenzione sui diritti dell’uomo e ha ufficialmente condannato la repressione del monastero di Kirti. Gli Stati Uniti hanno chiesto al Paese di porre fine anche alle “sessioni di rieducazione” e definiscono “querelle” la questione con i monaci tibetani.

Dominga D’Alano

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