The Voice 2015: Ira Green, vincitrice morale e nuova speranza del rock

ira green

Ira Green, la rocker travolgente vincitrice morale di The Voice of Italy 2015 (melty.it)

The Voice of Italy 2015, celebre talent show che ricerca il talento vocale più eclatante dello Stivale arrivato alla terza edizione, sta per giungere a conclusione.  ‘Le jeux son faits’ per chi sperava di festeggiare la vittoria del proprio beniamino ormai eliminato e, in attesa del gran finale, il pubblico ha deliberato i quattro papabili vincitori del talent canoro: Thomas Cheval per il team Noemi, Carola Campagna per J-Ax, Fabio Curto per i Facchinetti e Roberta Carrese per Piero Pelù.

THE VOICE OF ITALY 2015: LA SEMIFINALE - Non entreremo qui nel merito dei risultati della semifinale per ogni singolo team – anche se, l’eliminazione di una voce così gustosamente soul come quella di Sarah J Olog ha tolto molti punti alla qualità canora del talent – perché condurrebbe questa riflessione a superare le cinquemila battute e perdersi in disquisizioni ancora calde su quanto il processo di globalizzazione sonora ed appiattimento dei gusti generali contemporanei porti sempre a favorire, nella musica e nel canto, voci più facilmente fruibili nel mercato discografico anziché proprietà canore più singolari.

IRA GREEN: L’ELIMINAZIONE DELLA ROCKER - Questo articolo tenta invece di indagare – scevro di favoritismi soggettivistici – sulle motivazioni alla base dell’eliminazione in semifinale di Ira Green, la voce più facilmente riconoscibile di The Voice of Italy 2015 che continua, dopo la quasi vittoria di Giacomo Voli nel 2014, il retaggio puramente rock della musica italiana. Eppure, nonostante sia Giacomo Voli che Ira Green abbiano quasi scalato la vetta del talent proprio grazie alla loro travolgente dote vocale, per un motivo o per un altro (Suor Cristina e Roberta Carrese), hanno visto il loro sogno di gloria sfumarsi per un pelo.

USCITA IMPREVEDIBILE? - Chi veramente si ritiene un ascoltatore attivo della  musica rock avrà senz’altro mostrato un ghigno di disappunto scoprendo che la giovane cantante della provincia di Napoli sia stata battuta da una voce senz’altro talentuosa ma che non rispecchia pienamente i parametri del genere. Il fatto che Ira Green sia ‘più rock’ della concorrente Roberta Carrese è stato validato anche da molteplici commenti dei coach di questa edizione che non hanno risparmiato commenti di lode nei confronti della napoletana.

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Quest’anno alla finale di The Voice sono arrivati dei talenti meno conturbanti sia dal punto di vista vocale che caratteriale, soprattutto pensando alla scorsa edizione con Giacomo Voli e l’indimenticabile Suor Cristina (blogosfere,it)

LA VINCITRICE MORALE DI #TVOI 2015 - Questa realtà suggerisce quantomeno una necessità di coerenza formale e incorona, a prescindere da come si siano mossi gli eventi, Ira Green a vincitrice morale del Team Pelù (e, probabilmente, dell’intero talent). Ma perché, allora, se anche il coach ha favorito, nel voto di preferenza finale, la stravagante e tagliente rockettara di Napoli, come è possibile che alla fine sia stata superata, di soli quattro punti attraverso il televoto, da Roberta Carrese?

IRA GREEN: PERCHÉ  HA PERSO SUL PIÚ BELLO -La risposta sembra molto complessa da esaudire ma proveremo, in qualche riga, a improntare una teoria. Premesso che, in Italia, il rock c’è e c’è sempre stato,  partendo da una derivazione di stilemi esteri sino a giungere alla propria autonomia, egregiamente sviluppata dalla fucina progressive sino ad arrivare alla scuola alternative e metal contemporanea.

IL SENSO DI UN PURISMO NEL ROCK - Ma quello ‘autentico’ – posto che esista un sistema critico di classificazione dell’integrità di un genere che ne elenchi gli aspetti peculiari – ha camminato per una ferrovia secondaria rispetto alla popular music, talvolta battezzata come ‘musica di massa’.

STEREOTIPI DEL ROCK ALL’ITALIANA - A conferma di tale supposizione basti riflettere sul fatto che quasi tutti gli italiani si riferiscano al rock attraverso un sistema stereotipato di classificazione. Si può senza timore affermare che molti italiani conoscano Vasco Rossi, Ligabue, Gianna Nannini ma pochi ricordino e ascoltino gli Area, gli Osanna, Ivan Graziani e ancora meno i Vanexa, gli Strana Officina o i Vanadium, giusto per citarne qualcuno a caso.

UN ROCK EDULCORATO PER LE MASSE - Cosa rende i primi elencati più noti alla maggioranza popolare che li definisce ‘rocker’ senza preoccuparsi della licenziosità terminologica (una pratica che nessuno prenderebbe sul serio se si dicesse che Marco Mengoni fa jazz)? Probabilmente, la loro vicinanza a un genere più caro alla massa che elimina le peculiarità del rock più stridenti per lasciare qualche sprazzo formale facilmente orecchiabile e riconoscibile. In sostanza, molti presunti rocker italiani venderebbero un prodotto classificandolo come Rock ma che rappresenta, in realtà, un rock alquanto edulcorato, a tratti denaturalizzato.

Questo accade anche perché da anni si diffonde il mito secondo cui il rock ‘faccia figo’, nell’immaginario collettivo che dipinge il ragazzaccio ribelle che strimpella sulla chitarra come se fosse l’ultima azione della sua vita. In questo senso, le Major ‘sfruttano’ fluentemente il termine ‘rock’, intrecciandolo nelle nuove uscite discografiche, per attrarre le nuove generazioni e implementare il mercato musicale.

CHIAMARE LE COSE PER QUELLE CHE SONO - Da premettere che nessuno qui nutra il desiderio e la necessità di denigrare le capacità vocali/cantautorali/interpretative dei big sopranominati né sminuire il gigantesco successo popolare che hanno acquisito negli anni. Il problema, stavolta, è di natura etimologica e nessuno riterrebbe onesto, ad esempio, confondere una piadina romagnola con la pizza napoletana.

NON TUTTO É ROCK – La musica, non essendo tangibile come una pizza, rende più complicata la distinzione formale fra le sue varie componenti anche in riflesso della soggettività auditiva e del melting pot sonoro dell’oggi, ma questo non implica l’impossibilità di costruire dei parametri di definizione nel suo sconfinato universo, anzi, oggi più che mai è necessario accettare e comprendere la diversità.

 DAVVERO LIGABUE FA ROCK? - Per facilitare il discorso: pensando a gruppi come Led Zeppelin, Rainbow, Black Sabbath, Kiss, si può davvero considerare il repertorio di Ligabue et similia alla stregua della musica prodotta da queste pietre miliari del rock? Scandagliando i pezzi di Ligabue – validissimi per il panorama musicale italiano – a puro esempio dimostrativo, si potrà senz’altro incappare in qualche riff, ritornello, graffiato, solo di matrice rock, ma questo basta a definirlo un rocker puro sangue?

ROCK: ATTITUDINE SPIRITUALE MA ANCHE FORMA - Chiaramente, il rock è anche un’attitudine e non lo si può ammirare senza valutarne la dualità strutturale basata sull’incrocio fra spirito e suono bollente. Ma il rock è anche forma, rigore nella spregiudicatezza e risponde a una serie di caratteristiche che lo rendono individuabile nel vasto calderone multistilistico musicale. Allora, se volessimo essere onesti, definiremmo Vasco Rossi pop-rock e non ‘100% rock’, proprio perché, paragonandolo ai pionieri del genere, non si conforma totalmente alle prerogative del movimento.

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Ira Green durante una delle sue taglienti esibizioni a The Voice (Thevoiceofitaly.rai.it)

IRA GREEN: UN ROCK AUTENTICO – A ragion di logica, tornando alla storia di Ira Green, si può arrivare a credere che lei si sia mostrata più prettamente rock rispetto alla sua concorrente. E questo perché la valida Roberta Carrese ha dimostrato ottime capacità interpretative, una voce ammaliante, un ampio range vocale nonché un interessante intercalare blues ma ciò non la rende una rocker purosangue come Ira Green. Per intenderci, ecco un piccolo esempio di una voce rock femminile: Gigi Hangach e le Phantom Blue.

I SOTTOGENERI DEL ROCK - Di conseguenza si potrà disquisire sull’esistenza del rock cantautorale, quello riconducibile ai reperotri leggendari di Bruce Springsteen, Neil Young o del vecchio Brian Adams, ma questa estensione anche linguistica del termine rock fa già presagire la necessità di specificare una divergenza fra i due lati della stessa medaglia, una sottigliezza formale che caratterizza, magari, il genere dei cantautori rock con un’attenzione per il dibattito, la denuncia sociale e l’introspezione, pur trattandosi comunque di un riflesso, un’altra delle mille possibili derivazioni del rock.

PARLIAMO SOLO DI ROCK – Allora, se proprio vogliamo approcciarci al Rock non c’è sostantivo o aggettivo che tenga.  Il Rock, prima di tutto, è diretto: bastano due secondi per identificarlo. Il Rock è irriverente, cruento, assassino ma nel contempo estatico, ipnotico e riflessivo. Tutte queste qualità si possono riscontrare a pieno nella dote canora di Ira Green  e parzialmente in quella di Roberta Carrese (che ha, dal canto suo, altre encomiabili doti).

NON SI PUÓ CANTARE TUTTO - Ad avvalorare la tesi basti considerare il fatto che la Carrese abbia dimostrato di essere vocalmente dinamica, eclettica, passando da Patty Smith a Loredana Bertè come nulla fosse. Ira Green, invece, sradicata dal suo contesto originale, rischia di perdere credibilità. Ma questo non è un deficit bensì un dono su cui investire. L’idea che si possa cantare ogni genere è tanto malsana quanto irrealizzabile, a meno che non si tratti di rarissimi talenti camaleontici come Freddie Mercury che forse, se avesse cantato il grunge, non avrebbe riscosso la medesima acclamazione popolare.

IL PERCORSO DI IRA GREEN A THE VOICE - Ira Green ha sconvolto da subito il sistema auditivo del pubblico italiano e sembrava quasi la sua favorita. Ma poi qualcosa è cambiato, in particolare partendo dall’esibizione di Vita Spericolata di Vasco Rossi. Ira ha affrontato la prova degnamente e con immensa grinta, ha cercato di fare suo un cult della musica italiana approfittando del testo significativo ma, notando l’evidente differenza vocale e stilistica tra il Blasco e la cantante napoletana, non era forse il caso di scegliere un pezzo più calzante per lei?

REPERTORI NON PROPRIO AZZECCATI - Ma anche Lithium, fiore all’occhiello dei Nirvana assolutamente arduo da coverizzare, non valorizzava le sue qualità nel registro grave. Eppure, di rock, ne è stato fatto tanto: costava tanto scegliere qualcosa di diverso? Se c’è una pecca nel coach Pelù è proprio quella di non azzeccare talvolta i brani da affidare  ai propri pupilli o di scegliere pezzi quasi stereotipati che non rendono giustizia al genere. Il leader dei Litfiba ha spesso messo a repentaglio la performance di un proprio cantante in gara proprio non scegliendo con grande oculatezza il pezzo da presentare ai live. Chiaramente, in prima serata sulla Rai si tenta sempre di offrire una musica tollerabile e che avvinca l’audience e per molti, ancora oggi, il canto di Ira Green si posizionava al limite dell’udibilità proprio perché poco avvezzi alla vocalità rock.

COSA POTEVA CANTARE IRA A THE VOICE? - Giusto per tentare di instaurare un paragone tra le esibizioni di Ira a The Voice e le sue effettive capacità, ci piacerebbe scoprire se la giovane avrebbe raggiunto la finale se solo avesse cantato brani rock meno celebri ai non appassionati come Bad Reputation dei Thin Lizzy, Dream Warriors dei Dokken, Rainbow in the Dark di Dio, Monkey Business degli Skid Row o Edge o A Broken Heart delle Vixen. Purtroppo questo esperimento, a giochi fatti, non è più verificabile ma risulta comunque lampante quanto sia complesso trovare un trait d’union fra i format televisivi e i talenti musicali cosiddetti borderline, nonostante questi siano capaci di portare l’ascoltatore all’acme del piacere.

Allora, con la speranza che Ira Green riesca a trovare il suo posto nel mondo discografico italiano e internazionale, vogliamo ricordarla nella sua mise autentica durante la blind audition in cui ha cantato Black Dog dei Led Zeppelin. Un semplice rock che profuma di mito e coraggio, una fiamma ancora accesa sotto il temporale della monocultura musicale forzata del nuovo Millennio.

Rachele Sorrentino

@rockeleisrock

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5 Risponde a The Voice 2015: Ira Green, vincitrice morale e nuova speranza del rock

  1. avatar
    Remix 21/05/2015 a 14:01

    I vincitori morali sono molto soggettivi, vediamo cosa riuscirà a combinare ma di travolgente per me questa Ira non ha nulla. Tutto finto atteggiamento. Come la Nannini.

    Rispondi
    • avatar
      Rachele Sorrentino 21/05/2015 a 15:57

      Gentile lettore, come ha ben detto, solo il tempo rivelerà se questa giovane abbia un talento creativo e quindi capace di produrre musica nuova. L’articolo tentava di fornire dei parametri a cui riferirsi per comprendere se una voce sia più o meno coerente con un determinato genere musicale. Sul finto atteggiamento non mi esprimo perché credo sia necessario conoscere fisicamente le persone per capire se dissimulino un determinato comportamento. Senz’altro, però, avendo incontrato di persona la Nannini, ho potuto constatare in lei un atteggiamento poco grato nei confronti dei fan a cui deve la carriera, quasi un’insofferenza verso la gente che stava lì per lei. Senza contare, purtroppo, le stonature, le steccate e l’impossibilità di andare a tempo su un pezzo SUO.
      Grazie per l’attenzione,
      Rachele

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  2. avatar
    Kikko 24/05/2015 a 12:30

    Salve, bell’articolo, analisi un poco di parte forse, ma a me va bene perchè sono un fan di Ira! Ho già ordinato l’EP di Giacomo Voli ed aspetto quello di Ira… Detto questo, la mia personale ed umile opinione in quanto fruitore del genere rock/metal da molte lune è che semplicemente il mercato italiano non vuole portare avanti un genere che secondo Loro poco rispecchia la nostra cultura … In Italia si crede ancora alla musica melodica, in Italia vengono spinti personaggi come D’alessio, Antonacci,Mannoia … Vengono sponsorizzate meteore come Marrone,Carta ed aimè questa Carrese … E vengono distillati (per non dire censurati) personaggi che escono dalle righe del classico all’italiana. Ne fanno passare uno su cento, Serve il rapper ed allora ok per jax adesso seguito da fedez … Serve il rock ed abbiamo pelù/ligabue in sostituzione a vasco etc… Insomma, tutta questa premessa per dire che un personaggio ROCK deve faticare il triplo ed avere il triplo della fortuna/conoscenze per arrivare dove arriva “facilmente” un mengoni o carrese che sia. Saluti K.

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      Rachele Sorrentino 24/05/2015 a 12:37

      Gentile lettore,
      grazie per la pazienza dimostrata nell’aver letto il lungo articolo. Purtroppo mi ritrovo a concordare con lei sul panorama italiano ma credo che la colpa non sia solo delle etichette ma anche della stampa e i mezzi di comunicazione in generale. Dovremmo tutti contribuire alla diffusione di una cultura libera al fine di favorire la nascita di un gusto il più personale possibile e non dettato dalle Majors. Io accetto che si parli dei soliti noti ma vorrei che si trattassero anche gli artisti meno noti con la stessa dignità. Un caso simile al rock è abbastanza condiviso anche dall’universo jazz. Abbiamo dei jazzisti fenomenali in Italia, per non parlare delle varie scuole di pensiero jazz regionali e non mi pare, mio malgrado, che se ne parli abbastanza.
      Grazie comunque per l’attenzione.
      Cordialmente,
      Rachele

      Rispondi
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