The Road, l’amore di un padre in un mondo che non c’è più

Il regista John Hillcoat riprende, insieme allo sceneggiatore Joe Penhall, un tema tanto caro alla cinematografia catastrofica: quello di sopravvivere alla fine del mondo. Ma dal punto di vista dell’intensissimo rapporto tra un genitore e suo figlio

di Adriano Ferrarato

Locandina

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In ogni uomo esiste una forza che consente di andare avanti anche quando tutto è perduto. Un energia non spiegabile razionalmente, ma che viene dal cuore e rende le persone capaci di fare cose impossibili. Autentici miracoli. Un padre senza nome (Viggo Mortensen) lo chiama il “fuoco”che viene da dentro.

E lui l’ha spiegato molte volte al figlio (Kodi Smith-Mc Pee), ultimo rampollo di un mondo distrutto dall’Apocalisse e che  sta tentando ad ogni costo di portare al sicuro. Perché i pochi sopravvissuti alla devastazione non hanno più cibo e si nutrono di qualunque cosa riescono a trovare, soprattutto corpi di altri superstiti, che uccidono e divorano come cannibali disperati. Ogni traccia di vita è sparita e non ci sono più animali. Gli uccelli hanno smesso di volare, il cielo è sempre grigio, piove sempre e il freddo aumenta giorno dopo giorno.

Da quando la moglie (Charlize Teron) ha deciso di porre fine con le sue stesse mani a questa esistenza di sofferenza e paura, terrorizzata da una Terra che non fa altro che disintegrarsi e che continua a crollare sotto i piedi,  “Papàha una sola missione da compiere: portare il suo erede al sud, al sicuro, al mare. Con un carrello della spesa per trasportare tutto quello che di utile viene trovato. E se in realtà non è ben sicuro di cosa troverà lì, il viaggio è lungo e nel tragitto potrà istruire il ragazzino per aiutarlo anche quando lui non potrà più farlo: è infatti gravemente malato, e da vivere non gli resta davvero molto.

Con “The Road”, film ripreso dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy vincitore del prestigioso premio Pulitzer, il regista John Hillcoat riprende, insieme al sapiente lavoro alla sceneggiatura di Joe Penhall, un tema già tanto caro alla cinematografia spettacolare e catastrofica: quello di sopravvivere all’Armageddon. Ma più che guardare allo sfacelo di sentieri distrutti, alberi rinsecchiti e spietati killer mangiatori di uomini, il punto di vista è continuamente diretto al rapporto fortissimo tra padre e figlio.

Kodi Smith-McPhee e Viggo Mortensen

Kodi Smith-McPhee e Viggo Mortensen

E’amore puro infatti quello che li lega, una mutua dipendenza dalla quale nessuno dei due può prescindere: l’adulto ha bisogno del bambino che gli dia la forza di  contrastare l’avanzare della malattia e camminare senza mai vacillare o fermarsi, di contro il giovanotto non può fare a meno di lui perché lo difende dal male e dalla spirale di cattiveria che la strada porta intorno a loro, gli uomini cattivi. “Noi siamo i buoni vero Papà?”: è questa la domanda che farà spesso al genitore.

Difficile operare una distinzione tra ciò che è giusto e sbagliato quando la legge dell’ “Homo homini lupus” domina e non ci può fidare di nessuno. E anche Viggo Mortensen, pur evidenziandone le ambiguità con espressioni del viso praticamente perfette e colpevoli, si adatta a questo comportamento diffidando di chiunque e tenendosi ben alla larga da qualsiasi rapporto umano con gli stranieri. La pellicola, con elementi tipici del thriller, crea la giusta tensione, paura nei momenti di relativa calma, improvvisi scatti di azione e situazioni agghiaccianti. Una scena su tutte, la scena della botola nascosta dentro la casa in apparenza disabitata. Anche nel luogo in apparenza più sicuro di tutti non si può assolutamente stare tranquilli.

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