The American: l’indicibile degli uomini soli

Il genio fotografico di Anton Corbijn alle prese con l’ineluttabile solitudine di un sicario in cerca di pace interiore

di Stefano Gallone

Locandina del film

Può capitare, non poche volte, di trovarsi a fronteggiare una pellicola dal sapore agrodolce del capolavoro sfiorato per difetto di stesura del copione o per concepimento involontario di mancanze espressive a livello di somatizzazione visiva delle sensazioni. Una volta colto, però, il senso di una simile operazione nella probabile e ricercata necessità di svuotare il serbatoio del feticismo visivo per riempire quello del racconto interiore e brillantemente semi-muto di un’anima seriamente in pena, ecco svelarsi da soli i punti cardine di una narrazione estremamente partecipata in termini di emotività sia registica che, soprattutto, attoriale. Il tutto in barba alle demagogie da trailer che fanno (orrenda ed ignorante abitudine a sfondo commerciale) di un normale quanto sincero film drammatico una sorta di “action movie” alla Michael Mann. È ciò che esprime, nella sua essenza, The American, copione tratto dal libro A very private gentleman di Martin Booth e seconda prova registica del rinomato fotografo e direttore di videoclip Anton Corbijn (a suo tempo al servizio di gente come Depeche Mode e U2, tanto per fare qualche nome), esordiente sugli schermi cinematografici (ma già esperto) nel 2007 con il discutibile Control, pellicola biografica su Ian Curtis, leader dei Joy Division.

Jack (George Clooney) è l’archetipo del sicario perfetto: freddezza, determinazione, precisione estrema e velocità decisionale al millesimo di secondo. Di carattere introverso e solitario, è esperto nella fabbricazione di armi su misura. Ma quando, in Svezia, uno dei suoi lavori non raggiunge il traguardo sperato, Jack è costretto a fuggire senza, però, nascondere il desiderio di ritirarsi dalla vita del serial killer. Approda prima a Roma, poi in un paesino sperduto ed isolato del territorio abruzzese dove si finge fotografo e artigiano per non destare sospetti. Il suo nuovo stile di vita gli concede di respirare un’aria di maggiore serenità e tranquillità: conosce la gente del posto, confida implicitamente in padre Benedetto (Paolo Bonacelli) e si innamora di una prostituta (Violante Placido). Ma quando una giovane professionista del crimine (Thekla Reuten) gli commissiona la costruzione di un fucile ad altissima precisione, Jack, pur accettando il lavoro come ultimo della sua carriera, ormai deciso a smettere, non riesce ad uscire dal suo profondo stato di difficoltà interiore: per la prima volta, è frastornato dagli scrupoli di coscienza, situazione che non si renderà favorevole a successivi sviluppi sia drammatici che di profonda crisi interiore.

George Clooney

Soddisfatto della location provinciale abruzzese (scelta un anno fa allo scopo di non dimenticare anzi sostenere l’importanza culturale dei luoghi scossi dal terremoto, riuscendo ad attirare nuovamente la quasi nulla attenzione mediatica e a ravvivare la concezione di comunità popolare al di sopra delle pur lecite paure da mancate promesse elettorali), Corbijn sembra attaccarsi al volto di un Clooney prossimo ad un vero attore cinematografico, oltre i cliché del sex symbol (comunque sempre presenti), per estrapolare da ammiccamenti, riflessioni e sguardi persi all’orizzonte nuvoloso l’estremo dramma di un uomo-macchina nell’impossibilità di sosta definitiva a favore della ricerca di una quasi irraggiungibile pace dei sensi. Seppur il desiderio di una vita presumibilmente normale (avere una casa, farsi una famiglia) sia l’apice delle aspettative di un individuo costretto a passare la notte sempre con un occhio aperto, i rimorsi legati al proprio essere un ineguagliabile e robotico professionista dal passato insostituibile faticano a morire sotto il peso delle responsabilità criminali da anonimato. Sui lineamenti del devastato stato d’animo dell’esausto Jack prendono forma fantasmi di un passato sottinteso ma decifrabile nel suo tentativo di disgregare le catene di una serie di colpe emergenti nei momenti di maggior autovalutazione in quanto essere umano dotato di capacità sensibili seppur macchinose. I meravigliosi squarci di paesaggio e i sottilissimi particolari posti in netta evidenza drammatica dall’obiettivo del regista si rendono, oltre che necessità commemorativa di luoghi nazionali ascrivibili all’albo dei paradisi terrestri, veri e propri dettagli espressivi adagiati nel contesto globale dell’opera, quasi a far le veci di quel “non detto” da copione (a questo punto) fondamentale per l’espressione dell’indicibile, ossia di quel groviglio indistinto di rancore, senso del dovere e desiderio di evasione da se stessi che contraddistingue l’irreversibile urgenza di ribaltare la propria condizione di automutilazione forzata dei sentimenti.

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