“The Amazing Spider-Man”: il racconto di formazione del ragazzo-supereroe

Nonostante la trilogia di Sam Raimi su Spider-Man iniziata nel 2002  con il primo capitolo della saga abbia sbancato i botteghini di mezzo mondo, la Columbia/Sony, piuttosto che proseguire con una quarta pellicola, ha deciso di ripartire con un reboot. La casa di produzione, dando un taglio netto col passato, ha deciso di affidarlo al regista Marc Webb, noto autore di videoclip per grossi gruppi musicali del calibro di  Green Day, Weezer e Incubus , ma con un solo film all’attivo, il simpatico e sgangherato 500 giorni insieme.

Protagonisti di quest’ultimo The Amazing Spider-Man il solito Peter Parker, meno nerd e un po’ più smaliziato, macchina fotografica al collo e skate in spalla, ma anche più cinico, interpretato dal convincente Andrew Garfield – che vince il confronto con il suo predecessore bi-espressivo Tobey Maguire – e Gwen Stacy, che sostituisce come protagonista femminile la Mary Jane dei precedenti, interpretata dalla  brava e bella al punto giusto Emma Stone.

E si capisce sin dalle prime inquadrature quanto l’atmosfera che avvolge il film sia più realista, più cupa, quasi a richiamare volutamente  quella dei Batman di Nolan. Rispetto ai precedenti c’è una maggiore attenzione al concetto d’identità e al rapporto tra gli esseri umani, in particolar modo a quello  tra Peter e Gwen. Anche il bullo che maltratta periodicamente Peter, a differenza di quello nel primo film di Raimi, alla notizia della morte dello zio gli si avvicina per dirgli che gli dispiace; i cattivi insomma hanno una parte buona e viceversa, come anche la catastrofica e spettacolare scena finale conferma.

Una maggiore profondità dei personaggi dunque, o quantomeno dei due protagonisti, per quella che probabilmente è una delle storie per ragazzi più belle di sempre. Il fumetto della Marvel , opera di Stan Lee e Steve Ditko, uscito la prima volta nel 1962 negli Stati Uniti e nel 1970 in Italia, rappresentò una rivoluzione nel mondo dei fumetti, fino ad allora dominati dagli impeccabili e imperturbabili Superman e Batman, introducendo temi assolutamente innovativi per un supereroe come la fragilità, l’autoironia e il conflitto psicologico.

Spider-Man quindi come racconto di formazione della crescita  di  un ragazzo timido, che dopo la morte dei genitori e dello zio si trova a dover gestire i profondi sensi di colpa, l’elaborazione del lutto, la scoperta dell’amore e, improvvisamente, la magia di avere dei super poteri e la responsabilità che ne segue, lanciandosi con le ragnatele come Mowgli con le liane nella giungla della città, mentre il suo corpo, la sua coscienza e la sua prospettiva sul mondo si vanno evolvendo.

Le prime immagini del film ci mostrano un Peter bambino che si vede abbandonato per motivi misteriosi dai genitori ai saggi e premurosi zia May e zio Ben – un grande Martin Sheen nel suo breve e determinante ruolo – per poi mostrarcelo subito dopo diciassettenne solitario,  un po’ imbranato e cotto della compagna di classe Gwen, figlia del capitano della polizia. Dopo aver scoperto dei fascicoli del padre con riferimenti a una delle maggiori aziende scientifiche del mondo, la Oscorp, decide di indagare dirigendosi lì dove conosce il dott. Curt Connors, ex collega del padre, che si trasformerà, causa esperimenti di genetica, nel cattivo e abbastanza impalpabile lucertolone Lizard, più comico che spaventoso, interpretato da Rhys Ifans. E’ qui all’azienda Oscorp che Peter verrà morso dal ragno geneticamente modificato che gli donerà gli straordinari  poteri. Lo scontro finale vedrà ancora una perdita importante, ma apre in maniera evidente ai due confermati seguiti.

A parte la spettacolarità di alcune – poche – scene in 3D e la maggiore attenzione, come detto, ai caratteri dei personaggi, giudicare ragionevolmente questo blockbuster estivo rimane comunque cosa ardimentosa, considerando i milioni di fan appassionati nel mondo, che pretendendo coerenza narrativa coi fumetti nei minimi dettagli, e già si dividono tra entusiasti e delusi.

Il film, rispetto ai precedenti di Raimi è di certo più fluido e ha una struttura drammatica meglio costruita, ma la sensazione  è che non incida per novità o semplicemente per impatto visivo, e manchi di originalità, di fascino e umorismo. Il personaggio del capo della polizia interpretato da un comunque ottimo Denis Leary è pressoché  inutile, relegato a ruolo secondario, le motivazioni criminali del cattivo dott. Connors/Lizard sono appena accennate e relegate al suo malessere per il suo handicap fisico.

Resta di buono il personaggio femminile di Gwen Stacy, ironica, piena d’iniziativa  – nel primo approccio con Peter o nel fiondarsi a recuperare l’antidoto nel finale – moderna, coraggiosa,  e le scene magistrali della morte dello zio Ben e della scoperta di Peter dei suoi poteri in metropolitana.  A parte questo però le idee scarseggiano e quello che si sta rivelando un successo mondiale per spettatori e incassi al botteghino, rimarrà un’occasione mancata per riproporre, con la dovuta coerenza al fumetto, una versione filmica superlativa e originale del mito di Spider-Man.

Gian Piero Bruno

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