Terrorismo in Yemen. Le mire geostrategiche Usa nel golfo di Aden

Il Dipartimento di Stato americano ha approntato una nuova strategia che prevede il controllo delle acque del Golfo di Aden, con importanti conseguenze geopolitiche in Medio Oriente e in Africa

di Marco Luigi Cimminella

In seguito al fallito attentato del nigeriano Omar Farouk Abdul Mutallah, nel dicembre dello scorso anno, si era aperto un nuovo fronte della “bushiana guerra al terrore” a Sana’a. L’attacco di matrice fondamentalista aveva dimostrato, da un lato, le debolezze dell’Intelligence americana e, dall’altro, che le forze di Al Qaeda erano ben radicate anche in territorio yemenita. La Casa Bianca, troppo presa dai tragici eventi afghani, aveva sottovalutato la vulnerabilità e l’intensa permeabilità ad infiltrazioni terroristiche che caratterizzano questa regione. Lo Yemen rappresenta un’area di importanza strategica per le cellule legate ad Al Qaeda. Essa è vicina a diversi teatri di scontro in cui si è inscenata e si inscena la continua e tragica battaglia dell’organizzazione guidata da Osama Bin Laden: pensiamo alla Somalia, all’Arabia Saudita, all’Iraq, all’Afghanistan. Inoltre, di recente, il ramo saudita di Al Qaeda, unendosi a quello yemenita, ha dato vita alla nuova organizzazione: Al Qaeda nella penisola Araba, che si presenta sempre più pericolosa e radicata sul territorio.

il Golfo di Aden

Gli Stati Uniti si sono prodigati nell’elargire sostanziali aiuti economici, tecnici, logistici, militari al governo di Sana’a per fronteggiare la minaccia terroristica. Non solo. Impegnato nella violenta guerra contro le milizie zaidite, guidate dall’imam Yahya al-Houthi, il governo di Sana’a ha potuto contare sull’appoggio bellico e finanziario di Washington e di Riyād, mentre la Casa Bianca ne ha approfittato per stanziare le sue truppe sul territorio. Non ritenendosi soddisfatta, Washington ha cercato di rafforzare la sua presenza militare, incontrando, però, la ferma opposizione della classe dirigente yemenita. Il Dipartimento di Stato americano, di concerto con le alte gerarchie militari, ha così elaborato una nuova strategia basata sul dominio delle acque territoriali yemenite. In particolare, è stata avanzata la proposta di rinforzare la presenza militare americana nel Golfo di Aden  e nel mar Rosso attraverso la costituzione di una base navale nell’arcipelago di Socotra. Bagnato dalle acque dell’Oceano Indiano, a sud della costa yemenita e a 80 km dal Corno d’Africa, questo gruppo di isole riveste, nei piani militari della Casa Bianca, una posizione di rilevanza strategica fondamentale, e non solo nella lotta al terrorismo internazionale. Difatti, l’installazione di una base navale e militare a Socotra permetterebbe Washington di avere un maggior controllo del Golfo di Aden e del Mar Rosso che, attraverso il Canale di Suez, collegano il Mediterraneo all’Oceano Indiano, e quindi l’Europa al Sud-est Asiatico e all’estremo oriente. Queste rotte marittime sono di precipua importanza, soprattutto in termini economici. Difatti, grandi quantità di petrolio, “solcando” queste acque, che sono al centro delle profittevoli rotte commerciali colleganti Asia ed Europa, raggiungono rapidamente gli insaziabili mercati occidentali.

uno scorcio di Sana'a

Un’eventuale base di Socotra, con il conseguente controllo del Golfo di Aden, rivestirebbe notevole importanza strategica anche nello scacchiere africano. In primo luogo, pensiamo alla questione somala. Nonostante i continui interventi delle Nazioni Unite, diretti a sedare il sanguinoso conflitto fra le forze radicali islamiche (supportate da Iran, Libia e Arabia Saudita) e le milizie dei signori della guerra locali che avevano formato un governo provvisorio riconosciuto internazionalmente (supportato da Uganda, Etiopia, Kenya e Yemen), lo scontro fra lUnione delle Corti Islamiche e governo somalo non sono cessati ma, aumentando di intensità, hanno ulteriormente dilaniato una regione già abbastanza fragile e instabile a causa della guerra fra i diversi clan locali. Inoltre, con un maggior controllo delle acque del golfo di Aden, la penetrazione americana in Sudan sarebbe facilitata. Ricco di petrolio e gas naturale, il governo di Khartum è corteggiato dalle grandi potenze, occidentali e non, che per soddisfare i loro appetiti energetici, sono in continua competizione nel tentativo di accaparrarsi il quantitativo maggiore di risorse disponibili nel mondo. In particolare, gli Stati Uniti sono molto preoccupati per le mire cinesi. Nel novembre dello scorso anno, il premier cinese Wen Jiabao, durante l’incontro con il presidente sudanese Omar Hassan Ahmed al-Bashir, ha ribadito che “la concreta cooperazione fra i due paesi nel settore del petrolio è di mutuo vantaggio. La Cina ed il Sudan hanno relazioni amichevoli tradizionali e devono ampliare ulteriormente la cooperazione, promuovendo lo sviluppo completo e profondo delle relazioni bilaterali”.

Nel tentativo di concretizzare questo importante obiettivo geostrategico, gli Stati Uniti incontrano la dura opposizione del governo russo. Nel corso della guerra fredda, Mosca vantava la sua presenza militare a Socotra. In seguito all’interruzione dei contatti con il governo yemenita, dovuta all’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991, il Cremlino ha deciso di ristabilire le relazioni con il governo di Sana’a, ribadendo che non rinuncerà mai a detenere una base navale presso l’isola, soprattutto ora che le pretese americane accrescono la minaccia di un rafforzamento della presenza statunitense nella regione africana e medio orientale, destinato a stravolgere inesorabilmente gli assetti geopolitici dello scacchiere internazionale.

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