Terni, se a pagare alla Thyssenkrupp sono sempre e solo i lavoratori

Fallita la trattativa a Terni, la Thyssenkrupp ha annunciato l'inizio dei licenziamenti. Un triste epilogo, di una storia in cui pagano solo i lavoratori

terni

Alla fine le trattative sulle acciaierie di Terni si sono interrotte. L’ultima proposta del governo non ha soddisfatto né i sindacati né la Thyssenkrupp, quest’ultima a dire il vero mai troppo interessata a trovare una soluzione alternativa al piano industriale presentato  lo scorso 17 luglio, e che ora l’azienda ha deciso di mettere in atto.

LACRIME E SANGUE

Un documento che di industriale ha ben poco, e che già sta mostrando i suoi devastanti effetti, attraverso l’invio di 537 lettere di mobilità, e la cancellazione, con decorrenza dal primo ottobre, degli accordi aziendali di secondo livello per tutti i dipendenti, che causeranno una riduzione degli stipendi vicina al 20-25%. Come se non bastasse poi, per il 2015-16 è prevista la chiusura di uno dei due forni, che porterà inevitabilmente ad ulteriori conseguenze sul piano occupazionale.

SCIOPERO IMMEDIATO 

La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere. All’assemblea in viale Brin, sede delle acciaierie, ha fatto seguito un corteo che si è diretto sotto la Prefettura, dove i rappresentanti sindacali hanno incontrato le autorità cittadine. Un faccia a faccia che, com’era prevedibile, non ha portato ad alcun risultato, e in seguito al quale gli operai hanno deciso di occupare i binari della stazione ferroviaria fino alle venti, tornando poi a presidiare fino ad oggi pomeriggio i cancelli della fabbrica.

LA SOLIDARIETÀ DELLA CITTÀ

Ad entrambi i presidi è stata corposa la partecipazione da parte della cittadinanza, in segno di solidarietà verso una situazione ormai diventata insostenibile, e che mette in pericolo il futuro dell’intera collettività. Forte anche la componente giovanile, con la Rete degli studenti medi che ha manifestato il proprio sostegno alla causa esponendo uno striscione, e partecipando attivamente ad entrambi i presidi.

QUALE FUTURO?

Ad oggi, Il futuro degli operai è legato ai prossimi settantacinque giorni, termine ultimo per la conclusione delle procedure di licenziamento collettivo. In questo lasso di tempo saranno posti in essere ulteriori negoziati tra le parti, ma la fiducia verso azienda e governo resta decisamente scarsa. La Thyssenkrupp negli ultimi mesi ha fatto capire di non avere la minima intenzione di investire sulle acciaierie, dando l’impressione di considerare  il polo ternano più come un concorrente che come un asset da valorizzare. Il governo, dal canto suo, si è limitato a prendere tempo, presentando un piano ritenuto inaccettabile da entrambe le parti, e cercando di trovare un briciolo di coerenza tra gli annunci di salvataggio delle ‘tre T’, Taranto, Terni e Termini Imerese, e l’imposizione della fiducia sul Job Act.

L’INIZIO DI TUTTO 

Il problema principale è che l’obbligo di trovare una soluzione era sorto già nel 2011, quando Thyssenkrupp aveva venduto il polo ternano ad Outokumpu. La multinazionale tedesca l’aveva scritto nero su bianco, la cessione era motivata con la mancata volontà di proseguire nella produzione di acciaio inossidabile. Affare completato, anzi no, perché di traverso si mise la Commissione europea, che bloccò la transazione in ragione della posizione dominante che l’acquirente avrebbe avuto sul mercato. Ma quando le acciaierie tornarono forzatamente sotto il controllo della multinazionale tedesca, né il governo né l’Unione Europea si chiesero quale sarebbero stato il loro futuro.

TRISTE EPILOGO

Alla fine però, né la Commissione, né  Outokumpu, né Thyssenkrupp pagheranno lo scotto della  situazione. Tantomeno il governo, che in teoria sarebbe già dovuto intervenire con forza nella situazione, ma che all’atto pratico si è trincerato dietro un «abbiamo fatto il possibile», espresso ieri dal Ministro Guidi. Alla fine a pagare saranno, tanto per cambiare, i lavoratori e le loro famiglie, sulle cui spalle andranno a pesare le conseguenze di scelte fatte altrove. In Germania, a Bruxelles, e a palazzo Chigi, dove c’è chi considera la riduzione dei diritti come una via percorribile per attirare gli investitori, e non una violazione della dignità dei lavoratori.

Carlo Perigli
@c_perigli

foto: umbria24.it  umbriadomani.it, ilmanifesto.info © Attilio Cristini

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