Terapia accelerata, un successo nella lotta contro il tumore al seno

Studi recenti hanno verificato come una terapia accelerata porti alla guarigione il 94% delle pazienti affette da tumore al seno

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Terapia accelerata, una risposta al tumore al seno

Il tumore al seno è un male diffuso in tutto il mondo e anche nel nostro Paese. Sono decine di migliaia le donne in Italia che ogni anno riscontrano la neoplasia, maggiormente nella fascia d’età under 50, nel 41% dei casi. Risultati incoraggianti però, arrivano dal più importante congresso al mondo sul tumore al seno, il San Antonio Breast Cancer Symposium. La chemioterapia su pazienti affette da questo male, se somministrata ogni due settimane invece delle tre settimane standard, aumenta d’efficacia. Una terapia accelerata che ha portato il 94% delle pazienti sulle quali è stata testata ad una guarigione in minor tempo.

I MIGLIORI RISULTATI DI SEMPRE – Tra i novantuno centri che hanno partecipato alla sperimentazione c’è anche quello italiano dell’Oncologia Medica dell’Istituto Regina Elena di Roma e proprio il direttore, Francesco Cognetti, ha parlato dei benefici della terapia accelerata: «La sopravvivenza a cinque anni nel regime a quattordici giorni è stata pari al 94% rispetto all’89% raggiunto dal gruppo che ha ricevuto la cura ogni ventuno giorni. Si tratta di una differenza significativa del 5%. È la prima volta che, confrontando questi due schemi di somministrazione in adiuvante, cioè in pazienti già operate, vengono ottenuti risultati così positivi. Il vantaggio emerso nel modello accelerato, il cosiddetto regime “dose dense” è evidente, perché un maggior numero di donne guarisce, con una minore esposizione al rischio di tossicità».

UNA COMBINAZIONE DI FARMACI – Il professor Cognetti ha inoltre spiegato come nell’ottenere questi risultati, insieme al cambiamento di tempistica della chemioterapia, concorra una diversa combinazione di farmaci nel trattamento: «Abbiamo paragonato il regime Fec – Fluorouracile, Epirubicina, Ciclofosfamide – con la terapia comunemente usata, cioè la sequenza Ec – Epirubicina, Ciclofosfamide. L’aggiunta di un terzo farmaco, fluorouracile, non migliora la sopravvivenza libera da malattia né quella globale. I due schemi pertanto non differiscono in termini di efficacia, però con la “doppietta” le pazienti evidenziano meno effetti collaterali».

Gian Piero Bruno

@GianFou

Foto: benesserevillage.it

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