Talebani sparano a studentessa quattordicenne

Malala ferita all'uscita da scuola

PAKISTAN – Un altro segno inequivocabile di violenza e intolleranza. Un altro modo per segnare il territorio e «riportare l’ordine». Gravissimo gesto quello avvenuto ieri in Pakistan contro una ragazzina sparata in testa, forse al collo, da un talebano. La quattordicenne, poco più di una bambina, Malala Yousafzai, una giovane studentessa che vive nella regione di Swat, al confine con l’Afghanistan, stava uscendo da scuola quando una pallottola proveniente da un arma di un uomo barbuto la avrebbe raggiunta, ferendola gravemente.

Dopo poco, la rivendicazione dei talebani pachistani: «L’abbiamo attaccata perché diffondeva idee laiche fra i giovani e faceva propaganda contro di noi. Oltretutto, considerava Obama il suo idolo». I media pachistani, indignati, hanno mostrato continuamente le immagini dell’adolescente sdraiaita su una barella, con una benda sulla fronte, e fonti ospedaliere hanno più tardi riferito che le sue condizioni sono «gravi».

Anche Washington si è pronunciata definito l‘attacco «barbaro», ma non sono venute meno le condanne dei politici locali, incluso il presidente Asif Ali Zardari che anni fa ha perso la moglie Benazir Bhutto in un attentato, e il premier Raja Pervez Ashraf che ha mandato un elicottero per trasferire Malala in ospedale.

«Codardi, avete paura di una adolescente», ha commentato su Twitter Shehryar Taseer, figlio del governatore del Punjab assassinato l’anno scorso perché contrario alle leggi sulla blasfemia.

Ira da parte degli opinionisti pachistani, sconvolto il Paese in cui, dal 2003 al 2009, i talebani presero il dominio dell’area, distruggendo cultura e scuole, proibendo l’istruzione femminile. Dopo ben sei anni di oppressione, solo nel luglio 2009, l’esercito li ha sconfitti. Ma a quanto pare non ha del tutto soffocato la loro arroganza e violenza.

Certo, Malala, il cui nome significa «addolorata» ( quasi come se fosse un segno del destino) non è un’anonima studentessa, ma la studentessa più nota del Pakistan, per avere ricevuto il Premio nazionale per la pace dei giovani, con un testo contro la violenza. A consegnarle il riconoscimento, lo scorso anno, era stato il primo ministro Yousuf Raza Gilani in persona. Dalle ricostruzioni relative all’accaduto pare che prima di assalirla l’uomo barbuto si sia voluto proprio accertare dell’identità della ragazzina, chiedendo: «Dov’è Malala?».

Un pericolo, un ostacolo, un simbolo delle nuove generazioni incapaci di subire in silenzio, incapaci di rinunciare, come aveva detto anni fa Malala, al diritto all’istruzione, consapevole dei rischi che avrebbe corso comportandosi da «ribelle».

E così, mentre a Swat i talebani decapitavano la gente per «comportamenti anti-islamici», lei andava a scuola, e all’età di undici anni, nel 2009, scrisse un diario online per la Bbc raccontando sotto pseudonimo Gul Makai la sua vita di studentessa. «Avevamo paura che ci gettassero addosso l’acido o che ci rapissero. Quei barbari erano capaci di qualunque cosa. Perciò evitavamo di indossare la divisa scolastica, portavamo abiti normali per non dare nell’occhio, nascondevamo i libri sotto lo scialle». Era un diario comprensibile a chi non sa l’inglese, in urdu, stampato anche su un giornale locale, voce finalizzata a dare coraggio ad altre bambine e alle loro famiglie. «Solo 11 compagne su 27 sono venute in classe oggi – scrisse nel gennaio 2009 -. È per colpa dell’editto dei talebani. Tre delle mie amiche si sono trasferite in altre città. Mentre tornavo da scuola, ho sentito un uomo che diceva: “Ti ucciderò”. Ho affrettato il passo, guardandomi indietro per vedere se mi seguiva. Ma ho provato un grande sollievo quando mi sono resa conto che stava parlando al cellulare. Minacciava qualcun altro».

Ma Malala, il cui nome è ispirato anche da una guerriera pashtun del XIX secolo, una sorta di Giovanna D’Arco afghana che aiutò il popolo a combattere fino alla morte contro britannici e indiani «anziché vivere una vita nella vergogna», ha spinto oltre la propria voce: quando i talebani sono stati sconfitti a Swat, li ha criticati pubblicamente in tv, ricevendo innumerevoli minacce. «Dateci delle penne oppure i terroristi metteranno in mano alla mia generazione le armi», continuava Malala. «Dopo l’operazione dell’esercito la situazione è tornata alla normalità – aveva detto Malala l’anno scorso -. Speriamo che ricostruiscano le scuole al più presto. Ora tutti sono liberi di studiare e le ragazze non hanno paura dei talebani».

La sua voce è una voce di speranza per chi è convinto che si possa scavalcare quel muro di oppressione che proibisce istruzione e cultura per le donne, a quella barriera che non permette di ampliare lo sguardo e di riappropriarsi dei propri diritti. E a molti non piace, e questo è un chiaro segnale.

Anche i talebani hanno paura. E proprio di una donna, di una studentessa quattordicenne.

 

Benedetta Rutigliano

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