“Take shelter”, il rifugio della condizione umana

Locandina del film

Premessa – Correva l’anno 2004 e nelle sale italiane approdava una pellicola che, di lì a poco, avrebbe diviso pubblico e critica soprattutto per quanto riguarda le considerazioni relative al suo artefice principale, lo scrittore e regista indiano-statunitense Manoj Night Shyamalan, già sul filo del rasoio delle testate giornalistiche di settore per motivi che, nella sostanza, almeno fino a quel momento (quindi prima di film effettivamente poco o per nulla riusciti come i successivi Lady in the water e, specialmente, E venne il giorno), non è mai stato dato conoscere veramente fino in fondo. La pellicola in questione era The village, agli occhi di alcuni ennesima prova incompleta di un estro registico potenzialmente superiore, ma per moltissimi (tesi dotata di maggior costrutto) un vero e proprio capolavoro capace di sconvolgere generi (thriller e drammatico in primis) e stili di scrittura e messa in scena in favore di una narrazione raramente così profonda e radicata nella realtà quotidiana delle sensazioni umane (tematica di fondo che caratterizza ogni opera dello stesso Shyamalan). I temi portanti erano molti e talmente semplici ed universali da non essere giudicati accettabili, probabilmente, da un’umanità (quella attuale) che continua a vivere di glaciale fretta sia fisica che interiore: l’innocenza (amplificata dall’ambientazione ottocentesca), la purezza di sentimenti affettivi (idem) e, soprattutto, la paura. Paura di tutto ciò che sta al di fuori del proprio essere al mondo e, in quanto tale, considerato potenzialmente pericoloso per la propria personale incolumità, dal momento che ad essere battezzato come “normalità” altro non è se non, appunto, l’uguale a sé, alla propria consistenza antropologica, geografica e ideologica. Tutto il resto è rischio, dolore e atrocità.

Il film – Flashforward. 2011. Il trentaquattrenne scrittore e regista Jeff Nichols partecipa al Festival di Cannes con il suo Take shelter, grazie al quale vince il Gran Premio della Settimana della Critica e il Premio Fipresci. Atmosfera, tematiche, senso (laddove lo si riesce, anzi, lo si vuole davvero cogliere), a tratti anche stile e modalità di messa in scena, non si distaccano moltissimo dai punti toccati da Shyamalan nel suo film migliore, malgrado, contemporaneamente all’emergere di Nichols, lo stesso regista originario indiano stia vivendo un periodo non facile visti i così fondamentali risultati al botteghino su cui riesce unicamente a basarsi l’occhio parallizzato di una Hollywood sempre più allo sfracello tematico e morale.

Take shelter (in uscita nelle sale italiane questa settimana) narra della vita di una normalissima famiglia dell’Ohio. Nella semplice ma confortevole abitazione di prateria, dunque, vivono una vita altrettanto semplice, anche se non felicissima dal punto di vista economico (che, però, non viene percepito come un eccessivo problema esistenziale), il trentacinquenne operaio Curtis (un eccellente Michael Shannon), sua moglie casalinga Samantha (Jessica Chastain, la madre “piena di grazia” dell’ultimo capolavoro firmato Terrence Malick) e la figlioletta sordomuta Hannah (Tova Stewart). Tutto procede normalmente secondi i canoni di una vita familiare modesta tra quotidiani problemi più o meno risolvibili, fino a quando, però, Curtis, una notte, inizia ad avere dei terrificanti e ripetitivi incubi (spazio, qui, ad una regia tanto semplice quanto turbante) attraverso i quali vive una vera e propria tempesta apocalittica. L’uomo, però, malgrado cominci a subire gravemente il colpo a livello psicofisico, sceglie di tenersi dentro questo fatto. I primi segni di cedimento esterno, però, cominceranno a denotarsi nel momento in cui Curtis decide di sistemare ed ampliare il rifugio sotterraneo, estremamente convinto del reale ed imminente arrivo della tempesta da lui sognata talmente forte da definirsi, per lui, veritiera. Questa sua decisione improvvisa, mista ad una serie di comportamenti non più classificabili come “normali”, provocherà un eccessivo distacco tra lui, la famiglia e gli abitanti del paese. Ma è davvero credibile quanto Curtis ha da sostenere? E soprattutto: la sua è un’intenzione di proteggere i propri cari dal fattore tempesta o da qualcosa di realmente a problematica portata di mano?

Michael Shannon in una scena di "Take shelter"

Parlavamo del concetto di paura, dunque. Numerosi scrittori, registi, musicisti o artisti di vario stampo non fanno che parlare d’altro (a ragione) in quanto è proprio il concetto stesso di paura (in ogni sua pur minima sfumatura) a dominare la mente, le abitudini e le percezioni dell’uomo moderno, soprattutto in seguito all’intramontabile orrore vissuto (dagli Stati Uniti come dal mondo intero) quel maledetto 11 settembre 2001, oltre il quale nulla sarebbe rimasto uguale a prima, sia in termini politici che, in particolar modo, umani in ambito di considerazione estrema del senso stesso attribuibile all’esistenza terrena. Il cinema, dal canto suo, avrebbe risposto in due maniere ben distinte ma unite da un unico scopo fortemente espressivo: dal momento che di immagini (reali) se ne sono viste abbastanza (la catastrofe in diretta televisiva), minimalismo (si veda Gerry di Gus Van Sant) e metafora (Shyamalan e Nichols, per quanto ci riguarda in questa sede) sono diventate il perno di moltissime importanti narrazioni. Quello di Curtis, allora, è un terrore inconscio ma potentissimo da un punto di vista tangibile in una realtà che non sarà mai quella davvero desiderata perché imposta da canoni comunitari poco consoni, ormai, al libero arbitrio.

Ma c’è di più. Take shelter potrebbe tranquillamente essere anche un film sulla schizofrenia paranoide (il terrore di essere perseguitati da terzi) con relativi e spaventosi attacchi di panico. Il concetto di rifugio (“shelter”, appunto), allora, non è solo da intendere come metafora dell’essere umano quotidianamente impegnato nel proteggere se stesso e i propri cari da chissà quale minaccia esterna, bensì come espressione simbolica dell’inconscia consapevolezza di essere egli stesso il problema principale. E se di forte panico si tratta, l’emblematico finale (sostenuto, come l’intero film, dalla, guardacaso, minimalista ma estremamente coinvolgente colonna sonora di David Wingo), sempre e comunque in termini di metafora, potrebbe rappresentare una valenza in più di contrarietà alla psichiatrizzazione del male che affligge l’individuo non per forza colpevole unico della propria situazione. Se, ad esempio, il Von Trier di Melancholia paragonava la fine del mondo ad una sorta di vittoria dei “deboli” psicofisici, Nichols accentua, forse, parte di questo concetto per sottolineare, appunto, la non obbligatoria colpevolezza del cittadino del mondo immerso in una difficile realtà a lui imposta, non fatta scegliere per eventualmente appropriarsene di spontanea volontà.

Non tanto il “cosa” (la paura del diverso da sé), in definitiva, ma il “come” (il trauma interiore vissuto dall’individuo nel suo vivere la paura dell’altro, del diverso da sé, dell’indicibile) sembrerebbe essere il vero nucleo della narrazione per una pellicola che, finalmente, (seppur non priva di alcune pecche, tra cui, probabilmente, una non necessaria lunghezza e un poco ragionato sviluppo di vicende intermedie) torna ad invitare l’essere umano (prima ancora che spettatore pagante per uno spettacolo di immagini in movimento su tela) a rivisitare (superandone gli inevitabili ostacoli da recupero) le effettive motivazioni del proprio essere al mondo.

Stefano Gallone

[youtube]http://youtu.be/e_weQ8Yxhp0[/youtube]

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