Supercomputer vs. cervello, il vincitore è l’uomo

Uno scorcio dell'enorme Supercomputer K impiegato in Giappone

Kobe (Giappone) – Può una macchina, nello specifico un supercomputer, superare in potenza e velocità di calcolo il cervello umano? Stando ai risultati ottenuti da un esperimento tentato a Kobe, in Giappone, la risposta è un chiaro e secco no.

Il Supercomputer K - e il relativo progetto del quale Markus Diesmann, del Bernstein Center di Friburgo, in Germania, è direttore – è stato sottoposto a un test limite: ricostruire, al netto della velocità e dei dati impiegati, il lavoro che 1,73 miliardi di cellule nervose e 10.400 miliardi di sinapsi, quelle cioè che costituiscono l’intero tessuto connettivo celebrale, compiono in un solo secondo (a dimostrazione della perenne e colossale attività del cervello).

Ebbene, i risultati sono sbalorditivi: l’elaboratore meccanico, impiegando ben 82.944 processori – componenti rafforzati di quelli che troviamo normalmente nei nostri computer a uso “domestico” – ha impiegato ben 40 minuti, e un petabyte di memoria (in pratica, 1 milione di gigabyte, ovvero 1 miliardo di megabyte) per riprodurre quel solo secondo di attività celebrale.

La stima di riproducibilità dell’1% dell’attività celebrale è comunque soddisfacente, al netto degli attuali progressi tecnologici, come dice lo stesso Diesmann, che si aspetta un’evoluzione sempre più grande da qui a dieci anni: «Se un computer peta-scale come il supercomputer K è in grado di riprodurre l’1% della rete neurale del cervello umano, ne segue che sarà possibile simulare l’intera rete neurale e le sue sinapsi con i computer exa-scale che dovrebbero essere disponibili entro il prossimo decennio».

Entro il 2029, quindi, questi mostri di tecnologia e conoscenza dovrebbero – il condizionale è d’obbligo, al netto delle convinzioni etiche sulla validità di questi esperimenti – poter riprodurre lo stesso lavoro del cervello umano, arrivando così alla parità uomo-macchina. Tuttavia, appare evidente che il confronto rimarrà per sempre impari: le dinamiche celebrali, infatti, sono condizionate da una miriade di fattori esterni e complementari, tipici della specie umana, difficilmente riproducibili su un modello “inanimato”, quale è il computer.

La ricerca, in ogni caso, va avanti: Human Brain Project, BRAIN Initiave, persino la stessa IBM sono impegnate nel cercare di avvicinare la macchina all’uomo. Se ci riusciranno, è una domanda al quale risponderà il tempo, e il progresso delle scienze.

Stefano Maria Meconi

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