Sulle rotte di Silente. I Mentecatti dell’Ailgamar – Intervista ad Angelo Ramaglia

Un libro che racchiude in 260, o meglio 261 pagine l’autobiografia immaginaria di un uomo – forse dell’autore stesso – la dimensione fantastica del suo esistere. Non a caso il nome del vascello è Ailgamar, anagramma di…?

Infine, una dichiarazione alla donna cui l’opera stessa è consciamente o inconsciamente dedicata.

Angelo Ramaglia, classe 1971, scrive un classico attuale del romanzo di genere, velatamente epico, dichiaratamente avventuroso, una storia d’amore a tutti gli effetti, un film a parole che si gira davanti agli occhi scorrendo le righe del racconto. Un perfetto e precario equilibrio tra realtà e fantasia, tra presente, passato e futuro, tra verità e finzione, come svelano le parole pronunciate dal protagonista, o chi per lui:

“Realtà e immaginazione si prendano a pugni o si uniscano in abbraccio dunque, quel che si chiede è che si impossessino delle parole e prendano ad ordinarle, che tutto questo preambolo null’altro sa fare se non riversare quel di cui qui si vuole sentir narrare”

Dimensioni alternative che si fondono e confondono in una spirale atemporale e aspaziale, dilatandosi su piani diversi, fisico e onirico, senza soluzione di continuità, incuranti di qualsivoglia orizzonte fisico o temporale. Una matrix illusoria ove tutto è ciò che sembra e il suo contrario, una sorta di scala di Escher, un labirinto di pensieri che fluiscono ininterrottamente rievocando la scrittura di Joyce. Una palestra mentale che abbatte i confini dell’illusoria realtà raffigurando il mondo come un tutt’uno, un insieme, una unica grande entità geostorica.

Il protagonista non ha nome, è metaforica espressione dell’autore stesso, suo emblematico alter ego, è un uomo che affronta rocambolesche e incredibile vicende, coincidenze che come un puzzle costruiscono il suo fato, che è vittima e artefice del proprio destino. Un sorta di Ulisse post litteram che intraprende il periglioso viaggio in mare per ritrovare in questo caso non la patria, ma se stesso.

Non un eroe, che di eroe non si tratta sebbene debba affrontare avventure degne di un paladino d’altri tempi. Forse un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento della propria coscienza, o di più, del proprio inconscio, di un’anima senza tempo e senza età che si perde in una dimensione ancestrale dell’umanità stessa.

Qualche risposta dall’autore.

Cosa significa, oggi, essere un giovane scrittore? Quante difficoltà bisogna passare per affermarsi nel panorama letterario italiano?

In quanto non-giovane, se si esclude una immorale immaturità e in quanto non-scrittore, dato che scrittore non sono, e, infine, dato che il panorama letterario italiano (salvo brillanti richieste di pubblicazione a pagamento e questa unica occasione gentilmente offertami dalla casa editrice Arpanet) è lungi dall’avermi fatto affermare… direi che rispondere a tali questioni sarebbe per lo meno disonesto.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?

Non c’è un momento esatto in cui ho cominciato, forse dieci anni fa, giusto per dare un numero, circa il perché ci sto ancora pensando sopra.

Quali sono state le aspirazioni che ti hanno spinto a scrivere questo romanzo?

Fama, notorietà, una casa in montagna, una auto nuova, tutte cose che ho realizzato, se si escludono la fama, la notorietà, la casa in montagna e l’auto nuova. L’aspirazione non ti spinge a scrivere, la voglia di scrivere ti spinge a farlo. Le aspirazioni vengono quando sei costretto a fare marketing al tuo libro, e poi muoiono quando ti rendi conto che a scrivere sono tanti, troppi, e molti, tanti sono più bravi di te, e che quello che volevi fare era solo scrivere e non trasformarti in un pubblicitario!

Cosa ti ha dato l’ispirazione per la trama? Come nasce la voglia di scrivere questo libro?

L’ispirazione nasce da una fanciulla che mi ha dato alla testa (questa è l’unica somiglianza che ho ad uno scrittore reale), da una città che ispira solo leggendone il nome, ad una quantità di libri scritti da “giovani aspiranti scrittori” come me del calibro di Defoe, Melville e Conrad, dai viaggi che vorrei fare e da altre cosette che tengo per me.

Quanto di autobiografico c’è in questo libro? C’è un collegamento particolare tra te ed il personaggio?

Certo! Ritengo che nessun libro, salvo forse qualche testo di analisi matematica, abbia qualche cenno più o meno involontario di autobiografico. Il collegamento particolare tra me e il personaggio del libro è che siamo entrambi dei buoni mentecatti alla ricerca di qualcosa di nebbioso.

Perché nel tuo libro il protagonista è senza nome?

È colpa della lettura di Saramago, mi ha sempre intrigato lo stile di questo scrittore, in alcune sue storie evita di dare un nome ai suoi personaggi, ne ho preso spunto anche perché volevo che il mio mentecatto, pur essendo un caso anomalo tra i suoi compagni meno indipendenti, non avesse comunque una sua anima troppo esclusiva rispetto al mondo del veliero di cui era parte.

Qual il libro che preferisci? E quello che non leggeresti mai?

Alla prima domanda, estremamente difficile, rispondo sempre la stessa cosa: “Il Conte di Montecristo”.

Circa la seconda domanda: Non si sa mai cosa si può finire per leggere!

Come scrivi: su carta o al computer, di giorno o di notte?

Scarabocchio appunti su un moleskine perché è trendy, ma in genere preferisco scrivere al computer perché è efficace. Scriverei di giorno, ma al lavoro c’è sempre questo fastidioso impedimento che è, appunto, il lavoro, quindi è la notte che vede sorgere i miei immortali capolavori.

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

Credo circa un anno, un anno e mezzo. Ma non mi fido completamente della mia memoria, forse in quindici giorni era finito, forse in trenta, di certo, a voler giudicare onestamente non è né finito, né completo.

Ha altri progetti in cantiere?

Si, ma non trovo più il cantiere.

Chiara Albricci

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