Stelle e strisce al Festival del Film di Roma. Tutti pazzi per “Le 5 leggende” e Stallone


ROMA
– The best is yet to come. Meglio ancora, Il meglio è finalmente arrivato. E lo si sapeva, in fondo, che sarebbe andata così. Gli Stati Uniti non tradiscono e qui al Festival del Film di Roma portano qualità ed entusiasmo. Che siano mostri sacri come Walter Hill, colossi come la DreamWorks o figli illustri come Roman Coppola, loro le promesse le mantengono.

Ne Le 5 leggende, nuovo film d’animazione presentato fuori concorso della DreamWorks Animation, Babbo Natale, Jack Frost, la fata del dentino, Sandman e il coniglietto di Pasqua si coalizzano per sconfiggere Pitch, l’uomo nero – doppiato da Jude Law – che ha l’obbiettivo di spedire il mondo intero nelle tenebre. Tratto dal romanzo per ragazzi di William Joyce e diretto da Peter Ramsey, la pellicola animata impressiona per qualità nei dettagli, ironia, libertà nella forma e per l’innocenza della storia, capace di far tornare bambini gli adulti in sala. Un favola e un inno alla speranza, alla meraviglia, come dichiarato dallo stesso regista in conferenza stampa, il desiderio di sconfiggere la paura e regalare un messaggio di gioia. Un progetto riuscito, pensato nel duemilasette e sviluppato anche modificando la figura dei personaggi rispetto alla versione del libro, tanto da creare un’epica vera e propria a favore di uno sviluppo della mitologia proprio delle cinque leggende. ll Babbo Natale tatuato, un po’ matto, amabile e cattivo insieme, del tutto imprevedibile, o la fata del dentino, obbligata a essere presente sempre e dovunque ma, come dichiarato dal regista, afflitta dalla sindrome di deficit dell’attenzione, sono esempi dell’accuratezza rivolta alla profondità dei personaggi.

Pieno di storie nella storia, come ad esempio il legame proprio tra la fatina e Jack Frost, interessante personaggio solitario e senza memoria, o le vicende che riguardano Sandman, il più potente e umile dei cinque, il film lancia il messaggio semplice e romantico di non perdere mai la capacità di sognare. Il grande Guillermo Del Toro, qui nelle vesti di produttore, ha dichiarato: «E’ stata un’esperienza intensa, anche se nelle vesti di produttore, ero sempre lì a dire la mia, facevo il carino, il duro e quando Peter – il regista – ‘’piangeva’’ lo svegliavo con un calcio nel sedere. La mia è stata una partecipazione promiscua, di certo un’esperienza meravigliosa. Le persone si affacciano ai trent’anni e iniziano a diventare sempre più controllate e incredibilmente noiose, per ottenere come ricompensa  il premio di essere lasciate in pace. O vi chiudete in casa e sempre più in voi stessi oppure siate coraggiosi, e diventate voi la vostra leggenda».

Di tutt’ altro genere l’altro film americano fuori concorso presentato il sesto giorno, l’ultimo lavoro di Walter Hill, Bullet to the head, che ha trascinato all’auditorium fan in estasi per la presenza del protagonista Sylvester  Stallone. Un giovane poliziotto – Sung Kang – e un killer di New Orleans – Stallone – dovranno per forza di cose allearsi per eliminare il cattivo di turno, reo di aver ucciso i loro rispettivi partner. Tra sparatorie e morti, inseguimenti e scazzottate, battute spassose e persino un combattimento con le asce in stile vichingo, la pellicola diverte non poco. Walter Hill riprende le basi di quelli che furono i suoi precedenti successi che lo resero celebre negli anni ottanta, rivisitandoli in chiave moderna ma mantenendo il filo conduttore usuale, quello dei due protagonisti più diversi che mai – qui per giunta dal lato opposto della legge – ma costretti a collaborare per uno scopo comune. La tensione è sempre alta, non si sa mai se l’uno proverà ad uccidere l’altro ma come da programma finiranno quantomeno per rispettarsi a vicenda.

La cosa che più convince di questa montagna russa cento per cento Hill è la sceneggiatura tagliente, divertente, che prende corpo nei continui botta e risposta tra i due protagonisti. Teso e avvincente, praticamente privo di punti morti, il film piacerà ai devoti del regista e del genere e ai profani, incollandoli allo schermo fino all’ultima scena. La conferenza stampa è puro show: Stallone e Hill regalano momenti deliziosi: «Vuoi sapere cosa faccio nelle mie giornate quando non lavoro tra un film e l’altro?» risponde a un giornalista. «A casa ho una moglie, tre figlie, due domestiche, un cane femmina e l’unico cane maschio è stato castrato, immagina un po’ quello che mi tocca gestire quando non recito!». Dichiara la voglia di proseguire i film su Rambo, quando magari «dovrò vedermela con il mio ultimo implacabile nemico, l’artrosi» o del modo violento con cui convinse Woody Allen a sceglierlo nel ruolo di cattivo nel suo primo film, spaventandolo a morte. E ancora di come dopo non essere stato pagato per il primo Rocky – che ebbe un incasso all’epoca di cento milioni di dollari – si convinse che l’unico modo per farcela è contare su se stessi e nessun altro. «Hollywood mi ha insegnato questo, è un business, non una storia d’amore. Mai mollare». Walter Hill dispensa consigli per aspiranti cineasti: «Volete rendere un combattimento epico? Non fategli mancare l’ironia di fondo, se non rendi la scena un po’ divertente non funzionerà». Un regista capace di riprendere il Buddy movie, rispolverarlo e riadattarlo in questa riuscita versione capace seppur nei limiti della vicenda, di rendere credibile il mondo esasperato di azione e violenza in cui si muovono i personaggi.

Riceve consensi l’esuberante, stramba, anticonformista pellicola in concorso di Roman Coppola – figlio di Francis – A glimpse inside the mind of Charles Swan III. La storia, ambientata negli anni settanta in una Hollywood glamour e deprimente, di un grafico di successo – interpretato da Charlie Sheen – disperato per essere stato lasciato dal suo giovane amore, intenerisce e fa sorridere. Proponendo in maniera convincente tematiche, ambientazioni e toni presi in prestito da Fellini, Allen e Wes Anderson – con il quale ha collaborato per la sceneggiatura del sorprendente I Tenenbaum – e riadattandoli in un circo caloroso attorno alla figura del sofferente protagonista, Coppola ci regala una commedia unica, forte di una sua idea originale. Fantasticherie, tenerezza mista a comicità pura, anarchia a tratti, attori superbi – Bill Murray, Jason Schwartzman, Patricia Arquette – il film, racconto adolescenziale nella forma per un argomento adulto – galoppate da cow boy, una tribù di sexy indiane, il duetto musicale – sprigiona un piacevole torpore, e la sensazione di aver partecipato attivamente e intimamente alla guarigione del cuore infranto di Charlie. Le scelte delle pellicole ai Festival sono quasi sempre e purtroppo spesso a ragione messe in discussione dagli addetti ai lavori; in quella di una proposta mainstream, quest’anno a Roma non si è sbagliato.

Gian Piero Bruno

LA FOTOGALLERY DAL FESTIVAL DEL FILM DI ROMA:

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