Stefano Accorsi, un Orlando poco Furioso

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Stefano Accorsi: il suo "Furioso Orlando" non ha convinto del tutto (vivimilano.corriere.it)

A voler essere puntigliosi (e chi scrive lo è, ndr), ci sarebbe da storcere il naso già leggendo il foglio con le note di regia, distribuito all’ingresso in sala: “L’attore più amato dai giovani, nelle vesti di un insolito e divertente Orlando“. La verità, marketing a parte, è che il Furioso Orlando visto nel weekend appena trascorso al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino, è sicuramente insolito, ma poco divertente e – soprattutto – tutt’altro che furioso.

La faccia ce la (ri)mette Stefano Accorsi, non a digiuno di teatro, ma sicuramente più a suo agio sui set cinematografici che su un palco. E quello del Gesualdo di Avellino (un immenso 30 x 17) finisce per fagocitare un lavoro di per sé coraggioso, la cui dimensione spaziale ideale, tuttavia, dovrebbe essere quella di un ridotto o di un teatro off. Il che – si capisce – mal si concilia con il richiamo mediatico dell’interprete.

FURIOSO? – Ma venendo all’Orlando: l’idea è quella di mettere in scena il racconto della celeberrima opera ariostesca, piegando le ottave originarie in un linguaggio più teatralmente fruibile alla platea. Impresa parzialmente riuscita, i cui esiti teatrali restano però inesorabilmente in bilico tra la comprensibilità del narrato e l’immutato utilizzo della rima, che soprattutto nelle prime battute rischia la deriva scolasticamente farsesca.

Stefano Accorsi è multiforme voce narrante (fuori campo, Orlando, Angelica, Ruggiero, Bradamente) e parimenti interprete, la cui mobilità scenica però si restringe a tre posizioni: centrale, sulla destra in piedi su un palchetto, a sinistra accucciato su uno scanno. Al suo fianco Nina Savary, sulla cui presenza al fianco del povero Accorsi torneremo più avanti. Fatto sta che la vastità del Gesualdo, e la naturale imbalsamazione recitativa dettata da un’ora e mezza di parlato in rima, si dimostrano limiti insormontati, ben più dalla regia di Marco Baliani che dallo stesso Accorsi.

Nina Savary e Stefano Accorsi (pesaronotizie.com)

L’interprete appare quasi smarrito sul palco e rimpicciolito dalla scelta di non utilizzare i microfoni, il che rende probabilmente impossibile un ascolto nitido in galleria (in platea nelle ultime file abbiamo a tratti faticato, ndr). Una regia non può trascurare elementi di tale peso all’interno dell’ottica del risultato finale di uno spettacolo. Inevitabile che anche i pochi intermezzi comici (un paio di scambi di battute con la Savary e un salto dall’Orlando Furioso alla Divina Commedia) riescano a strappare solo qualche sorriso stiracchiato, bel lontano dal “divertente” pubblicizzato nelle note di regia. Accorsi, dal suo canto, dà l’impressione di essere più impegnato a portare a termine il testo (mnemonicamente di indubbia difficoltà) senza errori, ed è restio a lasciarsi andare. La furia dell’Orlando non traspare mai ed anche i picchi emozionali della narrazione appaiono soffocati.

SPALLA DOLENTE – Se però Accorsi, nel complesso, strappa una stentata sufficienza (abbiamo assistito alla replica del sabato, ci dicono che la domenica se la sia cavata meglio), è difficile capire la ragion d’essere in questo spettacolo di Nina Savary. Figlia del famosissimo Jerome, ex direttore dell’”Opéra-Comique” di Parigi, la giovane attrice è semplicemente inadatta a questo spettacolo. Perché? Perché non si può concedere di recitare in rima, in lingua spesso arcaica, ad un’attrice che non riesce a parlare (attenzione: parlare, non recitare) l’italiano comune, avendo ancora una marcatissima inflazione francese. Non è una sua colpa (buonissime invece le doti canore mostrate in alcuni intermezzi), ma di chi sceglie di metterla lì, essendo probabilmente ciò che di meno adatto si potesse trovare per fare da spalla ad Accorsi in questa rappresentazione. Il ruolo della Savary è infatti quello di stuzzicare l’interprete, porgli interrogativi, pungolarlo. Ma quale credibilità (e comprensibilità) ha una spalla critica il cui italiano recitato risulta meccanico e spesso di difficile decifrabilità?

Il risultato è che la recitazione della Savary indebolisce ulteriormente un Orlando già fiaccato dai suddetti motivi. E l’applauso non trascinante, ma trascinato, della platea di Avellino è la risposta più lampante che si possa avere: il Furioso Orlando di Baliani è un tutto “vorrei ma non posso”. Soprattutto, non si può in questo modo e con questi limiti.

Francesco Guarino

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