Stato-mafia. Napolitano contro la procura di Palermo: intercettazioni “lesive”

napolitano-messineo

Giorgio Napolitano e Francesco Messineo

Roma – Con Paolo Borsellino ci fu ‹‹solo una stretta di mano››, ‹‹non lo conoscevo personalmente››. Questo è quanto ha affermato l’ex ministro Nicola Mancino ricostruendo il suo incontro con il magistrato ucciso dalla mafia. Mancino ha ricordato di averlo incontrato dopo il suo insediamento al dicastero nel luglio 1992.

Le dichiarazioni di Mancino si inquadrano sullo sfondo dello scontro scoppiato tra il Quirinale e la procura di Palermo. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha deciso allertare la Corte Costituzionale affinché si pronunci sull’operato dei pm palermitani che hanno intercettato una sua telefonata con l’ex ministro, raccogliendo così indirettamente le parole del presidente, cosa di cui si discute la legittimità costituzionale. Questo è quanto riporta l’inviato dell’ANSA, Marco Dell’Olmo.

Il Quirinale solleva il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Una scelta estrema che ricorda un solo precedente: Ciampi propose la medesima  questione quando l’allora ministro della Giustizia Castelli non volle concedere la grazia a Ovidio Bompressi.

Secondo Napolitano, la procura siciliana avrebbe preso decisioni ‹‹lesive” delle prerogative costituzionali per cui si attribuisce al presidente della Repubblica l’immunità e la non sottoponibilità a indagini e intercettazioni. A tal proposito, il Quirinale cita quanto riportato nell’art. 90 della Costituzione e da una legge del 1987, entrambi giustapposti nel decreto con cui Napolitano ha dato mandato all’avvocato generale dello Stato di rappresentare il Quirinale nel giudizio: le telefonate intercettate in cui compare il capo dello Stato ‹‹non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte››.

Continua il Quirinale: i pm palermitani hanno disatteso ai questi principi e si apprestano a far uscire tutto questo materiale dal palazzo di giustizia per consegnarlo nelle mani dei difensori delle persone indagate. Un modo di comportarsi sbagliato, secondo Napolitano, per il quale il particolare che a controllo fosse il telefono di Mancino e non quello di Napolitano poco importa. Infatti, le regole citate valgono anche nel caso di intercettazioni ‹‹indirette››. Il Colle afferma che i magistrati avrebbero dovuto distruggere tutto il materiale acquisito che riguardasse il Capo dello Stato.

Il comunicato quirinalizio, vuole poi precisare che il presidente non ne fa una questione personale ma di diritto di Stato: restare in ‹‹silenzio››, infatti, può condurre ad una ‹‹incrinatura›› delle facoltà quirinalizie da trasmettere al suo successore. Quindi, il nuovo inquilino del Quirinale sarebbe un po’ più vulnerabile dei suoi predecessori.

Dal canto loro, i pm di Palermo sono determinati a procedere. Francesco Messineo assicura che tutte le norme a tutela del presidente della Repubblica ‹‹sono state rispettate››. Ingroia sostiene che un’intercettazione tra una persona coperta da immunità come il capo dello Stato e un indagato può essere benissimo utilizzata se è rilevante per chiarire la posizione dell’indagato.

Il ministro della Giustizia Paola Severino prende le parti del Quirinale senza alimentare polemiche: ‹‹Il capo dello Stato ha utilizzato il mezzo più corretto››. Napolitano non ha voluto ‹‹sollevare conflitti politici o polveroni›› ma solo risolvere una questione, quella delle intercettazioni in cui coinvolto il capo dello Stato, che interessa il funzionamento delle istituzioni. Il mondo della politica si allinea con la posizione di Napolitano, soprattutto del Pdl da tempo in guerra con Ingroia e la procura di Palermo: ‹‹Napolitano dimostra che la nostra battaglia era giusta››, si compiace Gasparri auspicando una stretta sulle intercettazioni. Sostegno anche nel Pd, solerte ad approvare la posizione del Quirinale. Il vicesegretario Enrico Letta è convinto si tratti di ‹‹un’iniziativa più che opportuna che porterà chiarezza ed eviterà in futuro contraddizioni e pericolosi conflitti tra poteri dello Stato››. Dello stesso avviso Pier Ferdinando Casini: ‹‹E’ un atto di responsabilità che solo gli analfabeti possono fraintendere››. Commento forse rivolto al leader dell’IDV Antonio Di Pietro che boccia la mossa del Colle: ‹‹nessuno, qualunque carica rivesta, interferisca con l’Autorità Giudiziaria nell’accertamento della verità››.

Chantal Cresta

foto || ansa.it

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