Stati Uniti: le stragi e la questione delle armi

Roma – «Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto» così il II emendamento della Costituzione degli Stati Uniti sancisce il diritto di ogni cittadino americano al possesso di armi. Peccato però che l’emendamento in questione – che, lo ricordiamo, risale al 1791 – affondi le sue origini e cause nel periodo delle lotte per l’indipendenza, quando i cittadini non ancora legittimamente “statunitensi” difesero con le armi le proprie terre dai colonizzatori inglesi e spagnoli.

Oggi semplicemente il II emendamento legittima tutti i cittadini degli Stati Uniti – la sola eccezione è per chi ha problemi psichiatrici, mentre fino alla fine degli anni Cinquanta gli afroamericani erano esclusi da questo e da altri ben più importanti diritti – ad acquistare, detenere e, all’occorrenza, usare armi per difendersi da un ipotetico e non meglio identificato nemico.

La recente strage di Denver ha riportato all’onore della cronaca il dibattito sulle armi negli Stati Uniti, un argomento che potrebbe diventare l’ennesimo terreno di scontro elettorale tra Barack Obama e Mitt Romney, soprattutto dopo la provocazione lanciata dal sindaco di New York Michael Bloomberg – lontano dalle idee del suo partito originario, quello repubblicano, anche per quanto riguarda le armi – già fondatore di un’associazione nazionale che chiede maggiori controlli sulla detenzione delle armi: «È tempo che le due persone in corsa per diventare il presidente degli Stati Uniti prendano posizione e ci dicano cosa hanno intenzione di fare, perché questo è ovviamente un problema in questo Paese. E tutti ogni volta dicono che è una cosa tragica. Il presidente Obama e il governatore Romney ci devono dire come intendono rendere il mondo un posto migliore, invece di parlarne vagamente» quasi in risposta alle parole di Obama: «La mia amministrazione farà tutto il possibile per sostenere il popolo di Aurora in questo momento straordinariamente difficile. Porteremo i responsabili davanti alla giustizia e garantiremo la sicurezza dei cittadini e di coloro che sono rimasti feriti».

Dal non troppo lontano 20 aprile 1999 – quando due studenti della Columbine High School di Denver uccisero 13 persone prima di togliersi la vita – si sono verificati decine di episodi che hanno riportato l’attenzione sulle armi e la loro facile reperibilità negli States.

Scuole, discoteche, case di cura, caserme, campus universitari, caffetterie, uffici, comizi pubblici, chiese, strade e, persino, abitazioni private, gli episodi continuano a verificarsi in posti diversi, con un numero di vittime variabili, ma il 9 febbraio 2000 gli Stati Uniti e tutto il mondo sono rimasti davvero sconcertati: nella Theo J. Buell Elementary School della Mount Morris Township, comunità rurale a circa cento chilometri da Detroit, un bambino di sette anni ha ucciso con un colpo di pistola una bambina di sei anni, sua compagna di classe.

Allora, come oggi, si è cercato di andare alle cause di questi fenomeni e di capire come mai gli americani amino così tanto le armi. C’è chi è convinto che la colpa sia della povertà dilagante, della mancanza della coesione famigliare, del tasso di scolarizzazione piuttosto basso, soprattutto nelle aree rurali lontane dai grossi centri urbani. Oppure chi attribuisce la responsabilità a musica, cinema e fumetti che influenzano i giovani e impressionabili americani. O ancora chi parla di mancanza di fiducia nelle istituzioni che arma la mano dei cittadini spinti a difendersi da soli e fomentati dai mezzi di comunicazione che tendono a diffondere la cultura della paura. Chi, poi, si appella alla violenza che ha caratterizzato la storia degli Stati Uniti nel corso dei secoli.

Il vero problema è che il Paese più democratico del mondo, quello che tutela le libertà di tutti gli individui e che equipara il diritto al possesso di un’arma a quello di votare o di esprimere liberamente la propria opinione, ha fornito ai suoi cittadini tutti gli strumenti necessari a difendersi. Gli stessi strumenti che servono a uccidere, anche senza un motivo apparente.

Il II emendamento sopravvive ai tempi che cambiano, portando a un’estrema facilità di accesso alle armi – è più facile comprare una pistola che una bottiglia di tequila – e alle munizioni, senza considerare le super-offerte di alcuni enti: «Diventate nostri soci e vi regaleremo una pistola» oppure «Aprite un conto in una delle nostre filiali e riceverete un fucile in omaggio».

Il sistema di registrazione e detenzione delle armi, negli Stati Uniti, funziona bene, benissimo, in modo a dir poco invidiabile, ma al contempo è proprio questo ingranaggio perfetto a denunciare la fallacia dell’intera concezione statunitense delle armi: il fatto che un’arma sia registrata e legalmente detenuta non vuol dire che verrà usata solo ed esclusivamente per difendersi – ammesso che anche questa sia una motivazione accettabile per sfoderare un’arma e premere il grilletto – così come non è detto che si è al sicuro solo perché armati.

In realtà le risposte ai molti interrogativi che sorgono in questi casi sono evidenti, eppure nessuno sembra vederle. A prescindere dai motivi per cui gli americani amano tanto le armi e commettano, a volte, gesti di tale violenza, il punto è che ottenere una pistola è troppo facile: se in preda a un raptus di follia un individuo decide di ammazzare cento persone, se armato di pistola, fucile e chi più ne ha più ne metta probabilmente riuscirà a uccidere le cento persone che ha in mente.

Se invece l’individuo in questione è impossibilitato a ottenere un’arma – per un qualsiasi motivo, per esempio burocratico – dovrà accontentarsi di usare strumenti meno letali: uccidere cento persone a colpi di machete implica uno sforzo fisico superiore, l’opportunità di concentrarsi su un solo bersaglio per volta e, soprattutto, impiegare più tempo per portare a termine il “programma”, tempo in cui qualcuno può intervenire e mettere fine alla carneficina oppure, più umanamente, scappare.

Le istituzioni si indignano, la stampa specula, le Chiese borbottano preghiere, le lobbie delle armi gongolano – quando si verifica un episodio tanto violento le vendite di armi crescono per un maggior desiderio di sicurezza che innesca un paradossale circolo vizioso – le comunità si stringono e tutti si chiedono come sia possibile che accadano certe cose. Ennesima ipocrisia statunitense.

Troppo impegnati a cercare di entrare in menti malate per affrontare la realtà, gli americani non vedono che il problema è l’anacronismo del II emendamento, è su quello che dovrebbe concentrarsi il dibattito istituzionale, non sulle cause.

Resta poi un mistero, per tutto il mondo, come mai in un Paese che ha subito così pochi attacchi – Pearl Harbour e l’11 settembre – permanga un simile sentimento di paura che avrebbe forse più senso in altri luoghi. Gli Stati Uniti hanno paura, da sempre e forse per sempre. Sarebbe forse il caso per i contendenti alla Casa Bianca di introdurre in campagna elettorale la questione della sicurezza interna: il problema delle armi, invece, probabilmente non sarà mai risolto.

Francesca Penza

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