Stanotte i primi attacchi aerei Usa contro l’Isis in Iraq

Per la prima volta da quando è iniziata la campagna Usa contro l'Isis, gli aerei militari americani sono intervenuti stanotte in aiuto alle forze irachene

Un aereo militare caccia americano F35

Un aereo militare caccia americano F35

Caccia americani hanno attaccato nella notte i terroristi dell’Isis, vicino alla capitale irachena, riuscendo a colpire una postazione situata a sud ovest di Baghdad. Un altro attacco aereo, invece, è stato condotto poco dopo vicino al monte Sinjar, nel nord ovest del Paese, e si è concluso con la distruzione di sei mezzi di trasporto dell’Isis. I media americani non escludono ulteriori raid aerei in Siria.

RAID A SOSTEGNO DEI SOLDATI IRACHENI – Lo aveva annunciato il presidente Barack Obama nel discorso televisivo che aveva tenuto alla Nazione lo scorso 10 settembre, durante il quale aveva affermato che gli Usa «distruggeranno l’Isis», che si definisce uno Stato Islamico, ma che in realtà non è né uno Stato né rappresenta in alcun modo l’Islam, essendo un movimento terroristico.

Per Obama l’obiettivo è quello di «restituire stabilità e ordine internazionale» attraverso raid aerei contro i terroristi  dell’Isis e a sostegno delle forze militari irachene, ma senza mandare soldati sul campo. Nel suo discorso, inoltre, il presidente Usa ha auspicato la creazione di una grande coalizione contro i terroristi, la quale si è effettivamente formata ieri durante la Conferenza sulla sicurezza in Iraq, svoltasi a Parigi.

La conferenza sulla sicurezza in Iraq

La conferenza sulla sicurezza in Iraq

LA CONFERENZA DI PARIGI – La conferenza è stata presieduta dai presidenti francese e iracheno Francois Holland e Fouad Massoum, e si è conclusa con l’accordo siglato da 25 Paesi perché i terroristi dell’Isis «costituiscono una minaccia per l’Iraq ma anche per la comunità internazionale». Proprio in virtù dell’accordo anti-Isis stanotte sono iniziati gli attacchi aerei da parte delle forze militari americane.

Il ministro degli Esteri Federica Mogherini, che ha firmato l’accordo anti-Isis, ha dichiarato però che l’Italia non manderà aerei militari in Iraq, ma armi, munizioni, beni di prima necessità e aiuti umanitari in genere per i civili.

Al fianco degli Usa, invece, si sono schierati 10 Paesi Arabi: il Qatar, gli Emirati, l’Oman, il Bahrain, l’Arabia Saudita, il Kuwait, la Giordania, l’Egitto, il Libano e la Turchia, i quali contribuiranno alla coalizione nella forma «ritenuta appropriata».

L’Iran, invece, ha respinto la richiesta di collaborazione da parte degli Stati Uniti, adducendo come motivazione il fatto che gli Usa «hanno le mani sporche».

Anche la Russia – presente al vertice francese – nella persona del ministro degli Esteri Serghei Lavrov, si è detta disponibile a partecipare alla lotta contro il terrorismo, attraverso uno studio approfondito del fenomeno per trovare una soluzione globale anche con l’aiuto delle Nazioni Unite. Questa la posizione russa al vertice parigino, già ribadita dopo il discorso televisivo di Obama, quando il portavoce del ministro degli Esteri russo, Aleksandr Lukasehvich, aveva detto che «Gli attacchi aerei Usa in Siria contro gli estremisti dell’Isis senza il consenso di Damasco e in assenza di decisioni del consiglio di sicurezza dell’Onu sarebbero un’aggressione, una grossolana violazione del diritto internazionale».

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama

CROLLA FIDUCIA IN OBAMA – E nonostante tutti gli sforzi degli Usa e del loro presidente contro la minaccia Isis, la fiducia in Barack Obama si attesta ai minimi storici. Solo il 43 percento dei cittadini degli Stati facenti parte dell’Unione crede nel potere esecutivo, il dato più basso registrato dalla presidenza Obama.

L’ISIS – La sigla ISIS significa stato Islamico dell’Iraq e del Levante ma in realtà si tratta di un gruppo di islamici sunniti tra i più estremisti in circolazione. Essi combattono da diversi anni una guerra civile in Siria contro il presidente sciita Bashar al Assad, dunque contro le forze governative e, su un altro fronte, anche i ribelli più moderati.

Quelli dell’Isis utilizzano mezzi di repressione così violenti che gli altri movimenti islamici estremisti se ne sono distanziati: essi affermano di combattere per il jiihad, concetto stereotipato in Occidente come azione militare e violenta per convertire alla propria religione ma, in realtà, termine particolarmente polisemico che, in prima istanza, significa “sforzo”. Sforzo – inteso come atto militare – consentito ai musulmani per autodifesa, ossia per proteggere la libertà di praticare la loro fede e non come azione militare volta a convertire il resto del mondo non musulmano.

Ahmed Hussein è un soldato dell’Isis che combatte in Iraq e,  catturato dai peshmerga curdi e imprigionato a Kalak, nel Kurdistan iracheno, è stato intervistato da Pietro del Re per Repubblica.

«Sono un combattente e non mi vergogno di dire che ho già ucciso, con il coltello e con l’esplosivo. Le nostre brigate non decapitano solo giornalisti stranieri, ma anche poliziotti locali, burocrati, spie e tutti coloro che lottano contro di noi». Poi continua: «Non ci spaventano le critiche degli occidentali. Loro ragionano sempre in quanto individui, noi invece in quanto popolo. Poco importa se io muoio, perché i miei compagni continueranno a combattere. E le assicuro che non basteranno tutte le armi atomiche del mondo a fermarci». Infine, riferendosi agli stupri di bambine, ragazze e donne yazide, ridotte a schiave sessuali e poi vendute, dice: « Per combattere molti di noi sono costretti a vivere lontani da casa e dalle loro moglie per mesi. Alle yazide offriamo l’opportunità di convertirsi e diventare brave musulmane. Molte hanno già sposato un combattente e si sono trasferite in Siria».

Mariangela Campo

@MariCampo81

Foto: www.google.com

 

 

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