Stamina, la voce della ricerca: ‘non possiamo usare i pazienti come cavie’

Intervista a Elisa Gotti, ricercatrice italiana, che racconta la vicenda Stamina dal punto di vista di chi fa la scienza. E dice: "non c'è alcun metodo".

stamina

Cellule staminale. Desirèe potrà continuare a curarsi (inmeteo.net)

La vicenda legata al “metodo Stamina”, supposta cura per malattie neurodegenerative a base di cellule staminali, messa in piedi dal professor Davide Vannoni, è estremamente complessa e ricca di aspetti difficili da gestire e raccontare.
Per questo motivo Wakeup News ha intervistato Elisa Gotti, ricercatrice trentenne, che si occupa di produzione di cellule ad uso terapeutico; al momento lavora a un protocollo che coinvolge pazienti leucemici, presso l’ospedale di Bergamo., sotto la superfizione dell’Agenzia italiana del farmaco.

Iniziamo con un quadro generale sulle cellule staminali: di cosa si tratta?

Sono cellule con due capacità: proliferare, cioè dare origine ad altre staminali, e differenziarsi, acquisendo caratteristiche che prima non c’erano. La cellula staminale per eccellenza è lo zigote, una cellula uovo fecondata, e da esso può originarsi un intero organismo. Le cellule staminali di un embrione sono considerate “giovani”: possono differenziarsi nelle cellule dell’organismo adulto, dove invece saranno presenti ma prive della versatilità originale. Influenzate dallo sviluppo e dall’ambente circostante, possono dare origine a uno spettro limitato di cellule. Di recente si sono aggiunte le “staminali indotte”, cellule adulte che, geneticamente modificate, riguadagnano la capacità di modificarsi: versatili quasi quanto le embrionali, non comportano però problemi etici.

Quale potrebbe essere il loro utilizzo in campo medico?

La possibilità di sostituire cellule malate con cellule sane create in laboratorio è stata individuata da tempo e ha subito creato grandi aspettative per curare o rallentare numerose patologie, ma il lavoro da fare è ancora notevole. Allo stesso modo, si sta cercando di sfruttare alcune caratteristiche collaterali, come l’attività immunosoppressiva: la ricerca sulle staminali è molto promettente ma la complessità dell’organismo è tale per cui il lavoro da compiere è ancora moltissimo.

Del “metodo Stamina” hanno parlato moltissimo anche i media: scartato da una commissione, riabilitato dal Tar, ancora criticato. Perché viene messo in dubbio?

Il problema è che pare non esserci alcun metodo! La produzione delle cellule è molto vaga e non si sa cosa venga iniettato ai pazienti: addirittura non c’è un criterio con cui scegliere chi curare, tanto che lo spettro di utilizzo sembra amplissimo e comprende sia malattie, sia pazienti estremamente differenti. I parametri clinici dei miglioramenti, poi, sono indefiniti e si basano sulle impressioni dei medici, dei pazienti o dei familiari. Non è così che si muove la scienza: una terapia cellulare e deve sottostare alle regole degli altri farmaci. Prima si studia in vitro, cioè in laboratorio, poi sugli animali e, solo superata questa fase e in assenza di controindicazioni, si pensa un protocollo clinico, che stabilisce quali pazienti si vogliono trattare, cosa si vuol curare, dove e come produrre le cellule. Nulla di tutto questo è stato compiuto per il metodo Stamina, con enormi rischi per i pazienti e l’impossibilità di valutare scientificamente il metodo stesso. Senza i dati, una sperimentazione non può andare avanti ed entrare nella pratica clinica: se si volesse porre rimedio, si dovrebbe ripartire da zero.

Del metodo Stamina nulla – o quasi – è stato pubblicato: perché questo è un problema?

Uno scienziato cerca sempre di far pubblicare un articolo sul suo lavoro, che lo racconti e lo documenti: una pubblicazione è sempre una base per poter mandare avanti gli esperimenti, aiuta a farsi conoscere e attira finanziamenti. Inoltre, l’articolo è pubblico e altri ricercatori possono ripetere gli esperimenti e confermare i dati pubblicati. Su Stamina non sono mai stati pubblicati dati circa le caratteristiche delle cellule e delle preparazioni, né dei pazienti trattati: o questi dati non ci sono, oppure non sono ritenuti pubblicabili. In entrambi i casi è una gravissima mancanza. Sono documentate solo tre richieste di brevetto, tutte respinte, in cui il metodo Stamina è descritto in modo molto generico e le cui figure, come ha denunciato Nature, sono state copiate da un altro lavoro scientifico.

stamina (panorama.it)

Ricercatori all’opera sulle staminali (panorama.it)

Affrontare il dolore dei malati e delle famiglie è comunque difficile. Pensa sia giusto autorizzare comunque cure non sicure e non definitivamente testate?
No.

Innanzitutto, non conoscendo il prodotto, non ne sono noti nemmeno i rischi e i benefici: non è possibile per il paziente compiere una scelta libera e informata. Poi, chi paga queste “cure”? Lo Stato non può finanziare sperimentazioni non autorizzate, ma non sarebbe corretto nemmeno che fossero a carico dei pazienti, perché il trattamento sarebbe limitato ai benestanti.
Le regole sulla sperimentazione non servono per favorire le multinazionali ma per tutelare i malati e i loro familiari. La cura compassionevole non è “mi fai pena, quindi ti curo”, ma trattare pazienti che non possono rientrare in un protocollo sperimentale con un prodotto che sia già in fase di test, e questa definizione non è applicabile a Stamina. Capisco la disperazione di malati e famiglie, ma sono convinta che buona parte del problema sia dovuto alla disinformazione dei media. Chi non avrebbe dovuto entrare nel merito, poi, ha sentenziato basandosi sui sentimenti, ignorando gli esperti internazionali: la comunità scientifica italiana è stata messa alla berlina, attaccata duramente e accusata di fare gli interessi delle multinazionali.
In tutto questo, ciò che era importante, il bene dei pazienti, è passato in secondo piano.
Se veramente il metodo Stamina funziona, deve essere inserito in una sperimentazione clinica, ma non possiamo usare le persone come cavie. Nemmeno se sono loro stessi, o i loro genitori, a chiederlo.

Andrea Bosio
@AndreaNickBosio

 

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