L’ultimo vero compositore contemporaneo lancia, da più di trent’anni, una solida sfida al concetto di musica
di Stefano Gallone
“Che cos’è, secondo voi, la musica contemporanea?” È questa la domanda con cui esordisce, nel primo dei suoi due incontri al dipartimento di Arti e scienze dello spettacolo dell’università La Sapienza di Roma, Alvin Curran, uno dei maggiori esponenti viventi delle modalità di composizione contemporanea, allievo di John Cage e sperimentatore di ogni forma di suono, naturale e non, a trecentosessanta gradi.
“La musica contemporanea è ricerca”, reagisce un ragazzo. Risposta esatta. Se è vero che tutto quello che circonda l’uomo è musica, anche (a volte soprattutto) il silenzio (si veda 4’33’’ dello stesso Cage), l’uomo stesso è l’artefice principale di ogni produzione auditiva, a partire dal primo sibilo emesso dagli esseri viventi sulla superficie terreste. È proprio questa continua ricerca della genesi umana a collegarsi con studi antropologici e filosofici di vario taglio. “Ma io non sono uno storico né un filosofo”, dice in un italiano correttissimo. “Quello che a me interessa è dimostrare che qui, noi, adesso, possiamo comporre e registrare, istantaneamente, un pezzo di musica”.
Ed è proprio questa la base della sua musica e della forma principale di composizione contemporanea. L’improvvisazione, il caso, quello che Cage definiva alea, il silenzio (“la materia della musica è suono e silenzio: integrare questi due elementi significa comporre. Non ho niente da dire…ma lo sto dicendo”) così come anche la capacità fondamentale di ascoltare i suoni dell’universo circostante, il lasciarsi trasportare dal caos metropolitano per farne sinfonia, l’assemblare strumenti non consoni ad una sede concertistica, la trasformazione di ambienti urbani in enormi sale da concerto a cielo aperto. Il tutto fissato su nastro magnetico e dignitosamente manipolato ed accumulato con strumenti elettroacustici.
Non sono lontani a fonti alternative di percezione umana quei cinquantacinque minuti di “I Dreamt John Cage Yodeling in the Zurich Hauptbahnhof”, opera composta ed eseguita in tempo reale nel bel mezzo dell’enorme eco di una stazione ferroviaria con il contributo artistico di un alpino yodeler, dello scalciare lattine metalliche, del fracasso procurato dalla caduta di un grosso carrello e delle sovraincisioni magnetiche del canto di un alce e della conturbante risata invertita del maestro Cage, quasi a sottolineare l’essenza di gioco sonoro perverso che l’opera stessa intende sottolineare.
Gli spettacoli itineranti di Curran hanno fatto il giro del mondo intero negli ultimi trent’anni in particolare, così come ha vagato in eterno il suo stesso desiderio di conoscenza delle fonti sonore primordiali, tanto da renderlo giovane apprendista di accademia alle prese con un registratore in giro per il globo nel tentativo di cogliere l’essenza originaria di ogni percezione auditiva (Bill Viola faceva lo stesso nel capo delle immagini, forte della sua super 8). Impressiona la visione di una sua partitura musicale: su una pagina pentagrammata prestampata, altro non vi sono che segni e simboli utili a spogliare le proprie forme dal loro stesso significato; ed ecco, allora, che una semibreve tra un rigo ed uno spazio, seguita da una retta indecifrata, indica la richiesta, ad una voce umana, di produrre un suono qualunque di una certa intensità o altezza; allo stesso modo, segue un simbolo linguistico, “M”, solo per chiedere ai collaboratori di intonare una melodia a loro piacimento.
Il tutto lasciato fedelmente alle membra del puro caso, anche se intrinsecamente governato da segni ed indicazioni sia orizzontali (in successione) che verticali (in simultaneità o in alternanza) utili a conferire un certo “ordine” nella disposizione degli elementi costituenti l’opera. Si tratta della struttura che governa anche lo spartito base di “Maritime Rites”, un vero e proprio spettacolo a cielo aperto, tuttora ancora in evoluzione, che ha avuto origine al laghetto di Villa Borghese con la collaborazione dei suoi studenti capitolini: la presenza e l’azione libera di individui sulle scarne barche del laghetto in movimento alternato, permetteva la produzione miscelata di suoni sia provenienti dal corpo umano che, soprattutto, dall’ambiente esterno (gli striduli volatili circostanti o il semplice affondare del remo della barca nell’acqua stagnante). Il progetto, forse il più imponente in assoluto dell’opera omnia del maestro statunitense, ha avuto seguito in spazi sempre più vasti fino a giungere a Parigi, Londra e nella Grande Mela, dove l’amplificazione mastodontica della portata ha innescato anche una sostanziale moltiplicazione nella produzione del suono: si è passati, così, alla miscela di strumenti di uso comune con, in alcuni casi, l’utilizzo inconsueto, in quanto strumento principale, di sirene di navi che, sulla base di una partitura cronometrata al secondo, fornivano l’assimilazione di una vera e propria sinfonia il cui scopo melodico principale si fondava nell’ involontaria differenza tonale che il pubblico, ad una sponda opposta, riusciva a percepire e rielaborare.
Con l’avvento dell’era digitale, spiega il maestro, è cambiata ogni forma di concezione dell’elemento musicale, a favore del concetto stesso di essenza primordiale della musica e della sua appartenenza all’essere umano, profanato, in tutto e per tutto, dalla potenza dell’industria commerciale: se, in passato, occorreva del tempo più o meno consistente per produrre un qualsiasi tipo di suono (attraverso l’assimilazione del suono stesso dall’ambiente e la sua rielaborazione per mezzo di strumenti elettroacustici), ora, in questo preciso istante, chiunque può usufruire di un software qualsiasi e cominciare a fare musica rendendosi autore di se stesso, delle proprie smanie creative più o meno intenzionali. È attraverso questa via che Curran è riuscito ad approdare ad importanti collaborazioni anche a livello di produzione di suono immersivo per videoinstallazioni, ed è attraverso questa fondamentale presa di coscienza che un’arte antica quanto il mondo, come la musica, può trovare sia vie di sviluppo creativo che necessità di regressione ai fini di una sostanziale ricerca di se stessa, di una continua identità.
“Non ci sono più regole che dicono come creare la sostanza e la materia musicale”, conclude. Quando entri in accademia, come prima cosa ti danno un formulario che ti impone la spiegazione oggettiva di ogni forma d’arte. Regole, regole, regole…queste regole, per me, restano fuori dalla finestra. Certo, sono importanti per dare un ordine alle cose, ma non ti aprono nessuna strada a livello creativo”.
Articoli correlati:





See the rest here: Wakeupnews » Share News » Sperimentazioni: Alvin Curran e le nuove
..tutto ebbe inizio in Germania, il contemporaneo in musica nacque da Schonberg…così, come il socialismo e la psicanalisi. insomma sti crucchi non sono stati solo nazisti…e cmq lo furono per 20 anni, piccola parentesi rispetto all’arco molto + ampio che va da Hegel fino a Brecht. Questo solo per allontanare i soliti luoghi comuni.
Chissà se Curran era anche lui al Black Mountain…ahhh se i ragazzi si drogassero di meno e s’incuriosissero un po’ di+, capirebbero anche le origini dell’attuale sperimentazione, da dove viene la techno, l’elettronica, i Kraftwerk…+ si fanno i loro “quartini”, più sono soggetti al livellamento sociale verso il basso. capre.
Concordo!