Spagna, la crisi (per ora) è finita ma i diritti non ritornano

Manel Fontdevila rappresenta la crisi che arricchisce i ricchi (periodistaenserie.files.wordpress.com)

Manel Fontdevila rappresenta la crisi che arricchisce i ricchi (periodistaenserie.files.wordpress.com)

Madrid – Il dibattito italiano dal Governo Monti in poi è stato riempito di una parola importante: sacrifici. Dal 2012 in poi è stato detto agli italiani che servivano sforzi e rinunce per migliorare la propria situazione attuale e futura. La stessa cosa venne chiesta in Spagna dall’allora neo Primo Ministro Mariano Rajoy per recuperare la cocente perdita di ricchezza avvenuta dopo lo scoppio della bolla immobiliare. I cittadini spagnoli, italiani ma anche irlandesi, portoghesi e greci hanno subito le stesse richieste dai propri governi, dalla Commissione Europea e in alcuni casi da BCE ed FMI. Spesso questi sacrifici sono stati inutili e hanno distrutto le classi medie dei Paesi afflitti da misure di austerità. Nel caso della Spagna invece la ripresa c’è stata ed a livello numerico sembra essere forte. I diritti persi invece non sembrano ritornare.

DATI ECONOMICI POSITIVI –  Il prodotto interno lordo spagnolo è arrivato ai livelli del 2008 e il Ministro dell’Economia Cristóbal Montoro afferma che il 2017 sarà l’anno in cui lo stato incasserà le stesse cifre del 2007, tempi in cui l’allora Primo Ministro José Luis Rodríguez  Zapatero annunciava il superamento iberico dell’economia italiana. Nonostante questo recupero in termini di produzione, il tasso di disoccupazione è al 18%, in Europa fa peggio solo la Grecia, e bene che vada si arriverà ad avere nel 2017 3,7 milioni di disoccupati contro i 2,3 milioni del 2008.  A livello giovanile la disoccupazione è al 42% contro il 23,6% del 2008.

Coda di fronte ad un centro per l'impiego spagnolo (www.publico.es)

Coda di fronte ad un centro per l’impiego spagnolo (www.publico.es)

LA RIPRESA CHE STENTA A VEDERSI – Insomma non soltanto i livelli del PIL del 2008 non hanno portato allo stesso numero di posti di lavoro del 2008 ma anche la spesa sociale per i servizi pubblici non ha raggiunto la soglia di 9 anni fa. Il nuovo governo Rajoy, che di nuovo ha ben poco se non la risicata maggioranza composta grazie all’accordo con Ciudadanos e all’astenzione dei socialisti, sembra non avere intenzione o possibilità di aumentare la spesa pubblica nei servizi essenziali che sono stati ridotti in questi anni di crisi così come i diritti dei lavoratori con una riforma simile al Jobs Act renziano, e a quella riforma che il governo Hollande non è riuscito a far passare in Francia.

LA SPESA SOCIALE PERSA E QUELLA GUADAGNATA – Andando a guardare la spesa sociale si nota che l’unica stabile in questi anni è stata la spesa per le infrastrutture. Il debito pubblico è però cresciuto soprattutto per gli interessi accumulati e la spesa pensionistica che è cresciuta per inerzia in quanto i pensionati sono aumentati per l’invecchiamento della popolazione ed hanno pure messo da parte contributi previdenziali più consistenti grazie alla passata bonanza economica. In ogni caso il governo è riuscito a bloccare gli aumenti pensionistici con la riforma del 2013 che ha essenzialmente ridimensionato la crescita delle pensioni. Nonostante la disoccupazione quasi al 20% dal 2008 la spesa per gli assegni di disoccupazione è cresciuta solo del 4%.

In netto calo invece i finanziamenti per l’accesso alla casa, tema molto delicato in Spagna, da 1,3 miliardi a 466 milioni di euro. In istruzione e sanità ci sono stati i bocconi più amari per gli spagnoli; dal 2008 ad oggi – 80% nei fondi per l’istruzione infantile e primaria (-614 milioni), meno 224 milioni per l’Università. Il fondo per gli studenti svantaggiati è passato da 65 a 4,9 milioni nel 2016 così come sono scesi i fondi per lo sport scolastico ed universitario (-90%), i fondi per la sanità (-7,7%), si riduce a zero da 6,5 milioni il contributo per l’applicazione della legge sulla memoria storica per le vittime del Franchismo e rimangono inferiori al 2008 i fondi per l’uguaglianza lavorativa uomo-donna (fermi dal 2013, dopo molti tagli) e i fondi contro la violenza di genere, anche se quest’ultimi sono stati recentemente aumentati. Il mondo della cultura è stato uno dei più bersagliati dal Governo Rajoy con l’iva sui prodotti culturali passata nel 2013 dal 10 al 21% e con i fondi che dal 2008 sono scesi del 41% in termini reali, tenendo conto dell’inflazione, da 1.3 miliardi a 801 milioni nel 2016.

Street art rappresentante la passione catalana per la propria indipendenza (upload.wikimedia.org)

Street art rappresentante la passione catalana per la propria indipendenza (upload.wikimedia.org)

NUOVE DISUGUAGLIANZE E INSODDISFAZIONE CRESCENTE - L’unica spesa sociale realmente aumentata è stata quella legata al sostegno alle persone non autosufficienti con una riduzione in termini di ammontare per il singolo ma un grande aumento dei beneficiari. Si potrebbe dire almeno questo. Purtroppo l’arretramento di politiche ridistributive e di stato sociale unito alla sistemica concentrazione di ricchezze favorita dal sistema finanziario porta all’allargamento delle disuguaglianze in Spagna come nel mondo: nel 2016 il patrimonio di 20 persone che già concentra la ricchezza del 30% più povero del Paese è aumentato del 15% rispetto al 2015. Dati Eurostat mostrano come la crisi ha permesso di aumentare il divario tra ricchi e poveri dieci volte di più rispetto alla media UE.

LO SPACCAMENTO DEL PAESE – Questi dati devono far riflettere sul cocente tradimento dei cittadini portato avanti da un partito di centro-destra, il PP, di governo e di scandali: dalla recente condanna di dirigenti come Rodrigo Rato per appropriazione indebita al caso Barcenas, l’ex tesoriere del partito accusato di aver pagato tangenti all’attuale Premier Mariano Rajoy. Quella che in Spagna potrebbe essere definita come “pantomima” continua con un governo costretto a strizzare l’occhio ai partiti e movimenti regionali in quanto senza una vera maggioranza e dei diritti e servizi di stato sociale tolti ai cittadini ed ancora non restituiti. Tutto questo per danni economici procurati non da tutti ma da quella che Mervyn King ha definito come “la peggior maniera di organizzare la banca”, in cui tutt’oggi molto poco è cambiato dal 2008. In questa crescita che fatica a produrre lavoro l’insoddisfazione popolare cresce ma più che in una comune indignazione come nel 2009, questa volta la protesta potrebbe supportare, in caso di fallimento del governo, alla realizzazione degli indipendentismi sognati da alcuni e temuti da altri.

Domenico Pellitteri

 

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