Soul kitchen: cibo per l’anima di chi non molla

Dopo “La sposa turca” e “Ai confini del Paradiso”, Fatih Akin alleggerisce i toni in una commedia che sfiora con saggezza i difficili temi trattati

di Stefano Gallone

Il talento del giovane regista tedesco di origini turche sembra essere ormai indiscusso, specie tra i ranghi della critica più spiritualista e dedita a quelle particolari tematiche prossime all’autoanalisi individuale. Eppure si pone quasi come doverosa, dopo tanto riflettere, dopo tanto percorrere strade tortuose nel terzo occhio dell’anima e dopo tanto compiacere le giurie d’oltralpe a suon di sceneggiature sul filo del rasoio, l’esigenza di rilassarsi, accomodarsi su di un divano prossimo al comodo e affievolire le riflessioni psico-esistenziali per dedicare maggior fede a quanto di più simpaticamente reale graviti nelle zone limitrofe all’innocente essere umano inteso, stavolta, come un semplice ammasso di carne, ossa e dolori lombari perno delle quotidiane sfortune che la società moderna infligge ai meno freddi di sangue.

Condizioni disagiate ma gradite ai cultori del cibo putrido ma gustoso e un infinito accavallarsi di sventure al limite del credibile, fanno di questa pellicola una piccola chicca abile a strappare sorrisi di gusto ma anche utile a lasciar riflettere senza cadere nel parossismo delle riflessioni filosofiche più disparate. La realtà, sembra voler dire questo gradevole insieme di sequenze, bisogna prenderla per quello che è, ossia una sorta di toro frenetico che mira ad uno scontro frontale con un torero indifeso: bloccargli momentaneamente le corna è l’unico obiettivo plausibile.

Soul Kitchen” è il concertistico e godibile nome di un contrariamente squallido ristorantino di periferia, adagiato in quello che sembra essere la vecchia e diroccata sede di una fabbrica fallita e di proprietà del giovane Zinos (un bravissimo Adam Bousdoukos), greco-tedesco di Amburgo dalla vita tutt’altro che facile: la sua ragazza decide improvvisamente di trasferirsi in Cina per lavoro e il fratello (l’ “experimentato” Moritz Bleibtreu) è uno dei ladri più attivi e famosi della zona, prontamente finito dietro le sbarre diverse volte e beneficiario di una sorta di semi-libertà. Come se non bastasse, il fisco segue il suo aroma di pollo e patate fritte per ricordargli che una certa somma non è ancora stata pagata. A mettere una cornice d’oro al tutto è una improvvisa e frastornante ernia che gli fa distinguere le stelle per colori. Ma nel preciso istante in cui il geniale, permaloso e sadico chef-lanciacoltelli Shayn viene licenziato da un ristorante di classe, ha inizio tutta una serie di eventi che, vuoi per merito, vuoi per un pizzico di giusta fortuna, portano il locale sulle vette del successo gastronomico, musicale e a tratti illuminato di rosso. Si tratta di tutta una serie di circostanze non sempre volute che fanno del posto un vero e proprio luogo di aggregazione di personaggi ed eventi simbolo delle diverse stratificazioni sociali e culturali attuali. Ma il successo genera compromessi, e il buon Zinos sarà presto costretto a fare i conti con l’amara realtà della società moderna, un luogo tetro ed oscuro dove non esiste né senso di appartenenza, né dignità civile, né riconoscimento dei meriti.

Certo, le sempiterne difficoltà di realizzazione personale in un contesto volontariamente ottuso verso voci in capitolo come “sogni da realizzare” sono quasi all’ordine del giorno, ma, d’altra parte, non può accadere diversamente quando si sceglie la vita quotidiana come tema prediletto, specie se con un bagaglio di notevole sensibilità. Una sensibilità che, però, si lascia scalfire da una forte e valida vena ironica nel disintegrare i finti perbenismi del capitalismo più spietato che, almeno per una sacrosanta volta (anche se solo a livello immaginario, ma è proprio questo il bello della libertà di scrittura), periscono sotto la potenza tutta interiore di un finale discutibile ma pienamente accettabile una volta messo a fuoco il linguaggio preponderante.

La passione e l’amore per le proprie convinzioni, anche per quelle tradite e smascherate, padroneggiano facendo di chi subisce una fondamentale arma senza cartucce che non esita ad intervenire con caparbietà al momento opportuno, avanzando con tanta determinazione da far passare anche un’ernia del disco per una sorta di mal di gola da pasticche. La velata ma diretta critica anticapitalistica si estende, inoltre, ad un certo ramo della legge che non rinuncia ai piaceri della vita, filo diretto col discorso che vede come protagonista principale la necessità di prendere l’esistenza di petto e farne qualcosa di ben diverso dagli ordini sociali e morali fin troppo sarcasticamente unidirezionali.

Un finale troppo affidato al caso potrebbe anche rivelarsi, agli occhi dei più tradizionalisti, come una sorta di “aiutati che Dio ti aiuta”, al solo ed unico scopo di fornire all’archivio cinematografico mondiale una commedia saggia, mai troppo scontata e assolutamente dotata di quella giusta dose di humour riflessivo che mai nuoce a quelle menti di rientro dal lavoro e desiderose di un rilassante sollievo visivo.

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