Somalia, professione pirata

Somalia, professione pirata

Pirati somali

Mogadiscio - Somalia è sinonimo di caos. Terra di tutti e di nessuno, integralisti islamici, signori della guerra, agricoltori e business man. Il business man somalo svolge la propria attività imprenditoriale nei settori maggiormente proficui dell’ anarchica economia del Paese.

I campi maggiormente sviluppati sono lo smaltimento di rifiuti tossici e nucleari, lo scarto cioè delle lavorazioni delle economie del primo e secondo mondo, il traffico d’armi e la pirateria internazionale. Tuttavia, non sono da sottovalutare il traffico di droga ed il settore delle telecomunicazioni. Inspiegabilmente, il Paese risulta infatti possedere il secondo sistema di comunicazione più sviluppato dell’intero continente africano.

Comunque, il business emergente di questi ultimi anni risulta essere proprio  la pirateria internazionale, capace di produrre capitali di centinaia di milioni di dollari. Il fenomeno prese avvio all’inizio degli anni novanta quando scoppiò la guerra civile, dove la reiterata latitanza dell’autorità centrale ne favorì lo sviluppo anno dopo anno. Chiaramente i pescatori somali furono i primi ad “investire” nel business della pirateria.

Dapprima, il loro principale interesse fu quello di far rispettare il confine delle acque territoriali da sconfinamenti non autorizzati da parte del naviglio straniero. Successivamente ad essi si unirono le milizie armate e le raffinate menti dei business man, formatesi nelle più prestigiose facoltà anglosassoni, per ridare nuova vita al più antico reato a carattere internazionale. Infatti, non tutti sanno che la pirateria è stato il primo crimine della Storia per cui fu prevista la giurisdizione universale.

Scordatevi il comune stereotipo di pirata ottocentesco munito di bandana, benda sull’occhio, orecchini, tatuaggi e sciabola. Secondo l’organizzazione East African Seafarers Association operano in Somalia almeno cinque bande armate, ciascuna composta da mille pirati armati di tutto punto. Per ognuno di loro, fucili mitragliatori ak 47, lanciarazzi Rpg, lanciagranate made in Usa e sistemi di navigazione satellitare che permettono la navigazione assistita su ogni superficie marina.

La tattica è molto semplice e, per questo, molto efficace. Solitamente i pirati prendono posizione in prossimità delle rotte commerciali maggiormente battute dell’Oceano Indiano. La flottiglia pirata si compone da pescherecci o barche di simili dimensioni, le quali trainano barchini leggeri e veloci da utilizzare per l’assalto. Una volta individuata la preda, attaccano alle prime luci dell’alba.

I barchini si sganciano dalle imbarcazioni “madri” e percorrono a tutta velocità il tratto di mare che li separa dal loro obiettivo. Giunti in prossimità della nave, conducono l’attacco sulle “murate” – fiancate – oppure a poppa. Sparano colpi d’arma da fuoco di piccolo calibro per intimorire il ponte di comando e far rallentare la marcia in modo da poter utilizzare le scale pieghevoli per salire a bordo. Una volta a bordo raggiungono il ponte di comando dove, con l’uso delle armi e della forza, si impadroniscono del natante ordinando al comandante di fare rotta verso il porto somalo a loro più sicuro.

Nonostante ciò, nel corso degli ultimi anni, la crisi si è fatta sentire anche nel loro settore. Colpa della globalizzazione? No, affatto. I fattori che hanno determinato il crollo dei sequestri del naviglio straniero non sono di natura economica. Sono invece legati alle contromisure adottate dagli armatori e dagli Organismi internazionali per fronteggiare la reale minaccia che si cela sulle superfici più profonde dell’Oceano Indiano.

Infatti, i comandanti dei mercantili e delle navi passeggeri sono stati istruiti sulle manovre evasive da adottare nel caso in cui si trovassero sotto attacco pirata. Come un’andatura a “zig-zag”, utilizzo di idranti ad alta pressione, macchine a tutta velocità ed immediata comunicazione di soccorso sul canale delle emergenze. Nato ed Unione Europea danno luogo a continue operazioni di pattugliamento delle acque di fronte al Corno D’Africa al fine di prevenire ed intervenire nel caso in cui qualche temerario non volesse desistere dall’attacco. I pirati catturati da navi da guerra appartenenti agli Stati Uniti, Gran Bretagna o Ue vengono trasferiti in Kenya dove saranno sottoposti a processo e detenzione mentre, per le navi da guerra di altra nazionalità, il processo e la detenzione dovrà avvenire nel Paese di appartenenza delle nave militare che ha effettuato l’arresto.

Somalia, professione pirata

Pirati somali

Gli ultimi dati confermano l’efficacia delle attività navali congiunte e il quasi annientamento del fenomeno. Si è passati da centosettantasei attacchi nel 2011 ai trentacinque del 2012 mentre, nel corso del 2013, sono stati solo tre i tentativi sventati.

Inoltre, dal 2011, il Parlamento italiano ha approvato la costituzione di nuclei armati di protezione di natura militare, inquadrati nel 2° Reggimento San Marco, da imbarcare su navi mercantili o passeggeri operanti nelle acque internazionali in funzione anti-pirateria.

Nel 2013 il fenomeno della pirateria sembrerebbe essere stato debellato. I business man dovranno ricorrere a nuove strategie, investire in nuove tecnologie e in nuovi mezzi se intenderanno  perseverare nel settore. Unica certezza è che i fondi a cui attingere non mancheranno avendo in questi anni capitalizzato un profitto di trecento milioni di dollari in riscatti pagati dagli armatori.

Ora, i business man sono in attesa che gli armatori, per risparmiare, allentino i sistemi di sicurezza e che le task force congiunte militari operanti nelle acque somale riducano la frequenza d’intervento. Buccaneer, Savina Caylyn, Rosalia D’Amato e Enrico Ievoli sono i nomi delle navi italiane sequestrate in questi ultimi anni dai pirati somali. Non ci è dato sapere se saranno le ultime vittime di questa professione visto che, come detto, rimane pur sempre una tra le più prolifiche del Corno D’Africa.

Sono stati comunque numerosi gli episodi di mercantili attaccati e sequestrati dai pirati al fine di ottenere il riscatto dall’armatore. Quello più eclatante fu il sequestro della nave portacontainer Maersk Alabama e del suo Comandante Richard Phillips la cui storia, è proiettata nelle sale italiane con il film Captain Phillips – Attacco in mare aperto.

Per leggere la nostra recensione del film Captain Phillips – Attacco in mare aperto cliccate QUI.

Marco D’Agostino

Foto: italian.ruvr.ru, formiche.net

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