Somalia: il governo si riorganizza per rilanciare il Paese

somaliaMogadiscio (Somalia) – Nato nel 1958 a Dushmareb, economista del tutto estraneo alle lotte tribali e ai traffichi violenti e loschi dei signori della guerra, Abdi Farah Shirdon è il nuovo primo ministro della Somalia, nominato dal presidente Hassan Sheikh Mohamud lo scorso 6 ottobre.

Insediatosi a metà novembre, Shirdon ha ottenuto in Parlamento 215 voti favorevoli – su un totale di 275 – e anche la popolazione sembra aver riconosciuto in lui il leader che potrebbe traghettare la Somalia verso una rinascita che i somali aspettano da più di vent’anni.

I dieci ministri fin’ora eletti – la Costituzione somala ne prevede 18 per cui 30 membri del Parlamento hanno rifiutato di dare la propria fiducia – sono Fowsiyo Yusuf haji Aden alla carica di vice primo ministro e ministro degli Esteri, Maryan Qasim Ahmed allo Sviluppo e agli Affari Sociali, Mohamud Hassan Suleiman alle Finanze, Abdihakim Mohamud Maji Mohamud Fiqi alla Difesa, Abdikarim Hussein Guled agli Interni e alla Sicurezza Nazionale, Abdullahi Ilmonge Hirsi all’Informazione e alle Telecomunicazioni, Abdirizaq Omar Mohamed alle Risorse Naturali, Abdullahi Abyan Nur alla Giustizia e agli Affari Religiosi, Mohamud Ahmed Hassan al Commercio e all’Industria e Muhiyadin Mohamed Kaalmoy ai Lavori Pubblici e alla Ricostruzione. Due dicasteri sono stati assegnati ad altrettante donne.

Il discorso d’insediamento del nuovo primo ministro somalo può considerarsi un vero manifesto programmatico in cui Shirdon ha sottolineato i punti essenziali su cui il suo governo insisterà: al primo posto – come è giusto che sia viste le violenze ventennali che hanno devastato la Somalia e sterminato i suoi abitanti – troviamo la sicurezza e la necessità di consolidare tutte le misure per poter garantire le attività economiche, politiche e sociali nell’area centro meridionale del Paese. Restaurare la legalità è il secondo punto in agenda, legalità necessaria per garantire i diritti della popolazione e ripristinare anche le altre garanzie costituzionali. Segue l’economia, da spronare e rilanciare soprattutto per fare in modo di rendere la Somalia autonoma dal punto di vista alimentare e sanitario, sganciandola dal contorto – e non sempre funzionale – sistema degli aiuti umanitari internazionali. Ultimo punto, ma non meno importante, il ripristino delle istituzioni perché la Somalia rinasca affondando le radici nella fondazione del proprio Stato.

Parlando di legalità e istituzioni non  si può che prendere in considerazione il problema della corruzione – la Somalia è all’ultimo posto, il 174°, della classifica 2012 di Transparency International relativa al livello di corruzione percepita – e il neo premier Shirdon ha dichiarato che si lancerà in una guerra senza quartiere proprio contro corruzione e malgoverno, ma – come il suo stesso popolo – forse anche lui ha una visione piuttosto ottimistica della realtà somala e di come riuscirà a gestirla.

Combattere la corruzione somala, e ottenere risultati apprezzabili, vorrebbe dire armarsi e partire per una crociata che potrebbe durare anni, considerando che da più di mezzo secolo corruzione e malgoverno sono ormai prassi connaturate in tutti i livelli di governo. Quello che accade in molti Paesi di tutto il mondo, dall’Afghanistan alla stessa Italia, in Somalia è qualcosa di ancor più radicato e, in un certo senso, “culturale”.

Ma la corruzione è un tassello essenziale al mancato sviluppo e al collasso di una nazione, perché proprio la corruzione è alla base del crollo del sistema economico-finanziario di un Paese, il sistema che gestisce la distribuzione delle risorse, la crescita, lo sviluppo. Non a caso in molti sperano in una funzione da garante perla Comunitàinternazionale perché operi da organismo di controllo sugli investimenti e la distribuzione dei fondi.

Oltre alla lotta alla corruzione la seconda più difficile sfida che il nuovo premier somalo dovrà affrontare è la situazione nella Somalia meridionale,  per buona parte in amano al movimento radicale Harakat al-Shabaab al-Mujahideen, che continua a usare una strategia terroristica asimmetrica e a tenere in scacco la popolazione, continuando strenuamente a schierarsi contro le forze filogovernative.

Anche la carestia del 2011 continua a presentare il proprio conto, soprattutto nel centro-sud della Somalia. Proprio per questo negli ultimi mesi si sono verificati massicci esodi sia verso gli Stati vicini che verso altre aree della stessa Somalia. L’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un allarme – proprio in seguito a questi anomali flussi migratori – relativo al rischio di epidemie nell’area di Mogadiscio, verso cui convergono i profughi.

Per fronteggiare queste delicate situazioni il nuovo governo, con l’appoggio del presidente Mohamud, dovrà soprattutto consolidare la leadership istituzionale e militare su tutto il territorio e non solo nell’area della capitale. Sarà necessario anche lavorare sulla credibilità della Somalia sul piano internazionale puntando a gestire con sapienza gli aiuti internazionali e gli investimenti stranieri che al momento non possono venir meno se si vuole perseguire un miglioramento che sia reale e in continuo sviluppo.

Francesca Penza

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