Solo Dio Perdona, il ritorno di Nicolas Refn – Recensione

La locandina del film (comingsoon.it)

Quando Drive fu presentato due anni fa al Festival di Cannes, vincendo una meritatissima Palma d’Oro per la miglior regia, tutti videro in Nicolas Winding Refn un nuovo Tarantino, con la differenza che il biondo e giovane regista proveniva dalla Danimarca e raccontava la violenza con un linguaggio visivo meno esasperato del regista americano, ma perfettamente bilanciato e maturo. Il film consacrò anche Ryan Gosling come uno dei più talentuosi attori nel mondo del cinema indipendente e non solo (lo ricordiamo, bravissimo, nei film di Derek Cianfrance Blue Valentine e The Place Beyond the Pines). Dopo due anni dal successo di Drive, esce oggi nelle sale italiane il decimo lungometraggio del visionario regista danese, da lui scritto e prodotto: Solo Dio Perdona (titolo originale: Only God Forgives).

Ancora una volta, protagonista della storia è il bel Ryan Gosling, che qui interpreta Julian, il quale, insieme a suo fratello maggiore Billy (Tom Burke), gestisce un club di pugilato a Bangkok per coprire un ingente traffico di droga. Quando Billy, sotto effetto di stupefacenti, uccide brutalmente una prostituta, le autorità si rivolgono a un poliziotto in pensione, Chang (Vithaya Pansringarm), che opera basandosi su un’idea di giustizia molto personale: mutilare o uccidere brutalmente i criminali colpendoli con la sua affilata katana. Per vendicare la morte di Billy, giunge a Bangkok la madre Crystal (Kristin Scott Thomas), capo di una potente organizzazione criminale in America. La donna, sconvolta per la morte dell’adorato figlio primogenito, ha un unico obiettivo: progettare e consumare una spietata vendetta contro coloro che si sono macchiati del suo sangue, dando così vita a un ciclo infinito di violenza.

Con non poco dispiacere, duole ammettere che, stavolta, Refn è ben lontano dalla perfezione del precedente lungometraggio, almeno per quanto riguarda la sceneggiatura (firmata, in Drive, non da Refn, ma da Hossein Amini), che in Solo Dio Perdona è piuttosto debole, scarna e a tratti confusa. Nonostante questo non si può comunque affermare che il regista danese non sappia scegliere luci e colori, dirigere gli attori o comporre le inquadrature. In questo film, questi elementi sono ancora una volta in perfetta simbiosi e riescono a raccontare una storia di notevole intensità lasciando totalmente in secondo piano i dialoghi, preferendo perciò un linguaggio non verbale, puramente iconico, un vero e proprio “linguaggio del silenzio”. Belle sono, infatti, le scelte fotografiche, con contrasti marcati che formano ombre inquietanti, le quali, mescolate a inquadrature oniriche e allucinatorie, evocano terribili presagi di morte (un’influenza, questa, proveniente dal cinema orientale e che ben si sposa con la scelta della location, la capitale della Thailandia, per il suo alto tono evocativo e spirituale). Affascinanti, poi, quei colori primari (il rosso e il blu) tanto amati dal regista, che riempiono molte delle inquadrature, così come i movimenti di macchina, lenti, studiati, armoniosi, che ricordano un po’ da lontano il grande Stanley Kubric.

Ryan Gosling in una scena del film (static.guim.co.uk)

Gosling è ancora una volta perfetto e affascinante, possente ma non prorompente, capace di assumere su di sé il ruolo di protagonista e di condurlo impeccabilmente per tutta la narrazione (anche se qui, rispetto al precedente film, il suo personaggio deve combattere con un antagonista, il poliziotto Chang, che s’impone con forza sulla narrazione). Niente da dire neanche a Kristin Scott Thomas (Quattro matrimoni e un funerale, Nowhere Boy), impeccabile nell’inquietante ruolo della madre criminale e autoritaria, una figura piuttosto insolita ma carica di significati, una sorta di personaggio mitologico ma al contempo moderno, che ricorda gli incesti di una Giocasta e l’amore folle di un’Olimpiade per suo figlio Alessandro (Magno, ndr).

Immancabile protagonista è, infine, la violenza, un must nel cinema di Refn. Ma se in Drive essa era, per così dire, funzionale alla narrazione e si poneva come unico elemento in grado di concedere al protagonista una via d’uscita, qui l’esasperazione della stessa porta il regista decisamente fuori strada, arrivando a far perdere d’intensità il film: una volta arrivati al massimo della fisicità e della violenza, infatti, si può solo tornare indietro a cercare un equilibrio ormai perduto. Ne è la prova il finale, che culmina in una lotta fisica tra i due protagonisti, dall’indubbio fascino visivo ma incapace di coinvolgere appieno lo spettatore ormai estenuato.

Solo Dio Perdona è un film che lascia l’amaro in bocca, non perché con spietata violenza afferma che il perdono può concederlo solo Dio e l’unica risposta possibile al perché dell’esistenza sia il Male, ma perché incanta e sconvolge il suo spettatore attraverso le sue sembianze accattivanti senza però coinvolgerlo appieno, reiterando la violenza in un circuito che, a poco a poco, si esaurisce. 

(Foto: comingsoon.it; static.guim.co.uk)

David Di Benedetti

@davidibenedetti

[youtube]http://youtu.be/4GPC7zhrD_g[/youtube]

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